Quest’anno niente

Da Chiagia

Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito. Era ancora inizio settembre e già compariva sul telefonino l’sms con cui lo chiamavano a rapporto.
Vi siete abituati bene, aveva pensato, ma quest’anno dovrete fare a meno di me.
In realtà non lo sapeva nemmeno lui il motivo per cui quest’anno, per la prima volta negli ultimi dieci anni, non avrebbe scritto nulla per Natale. Tra sé e sé si diceva che era necessario un periodo di stacco, che odiava le ripetizioni, che aveva già detto tutto quello che doveva dire.

Il racconto spiritoso lo aveva fatto, ed era pure piaciuto. Ancora adesso qualcuno ai buffet, appena lo riconosceva, si avvicinava e dando di gomito ripeteva “Quel Tommaso… quante risate mi ha fatto fare”. Che lui già odiava i buffet, non essendo mai stato capace di tenere in equilibrio piattino e tartine con il panico che qualcosa finisse per terra, specie se il coglione di turno lo sgomitava per dirgli di Tommaso. Poi figurati se uno diceva che quelle quattro baggianate gli avevano procurato delle risa. Passava la fame.
Comunque quel filone lo aveva abbondantemente sfruttato e di questi tempi sapeva scrivere solo cose amare.

Solo che anche il racconto di Natale strappalacrime lo aveva già fatto. E, non per vantarsi, non sarà stato Dickens ma più di una, ai buffet, si aggrappava al suo gomito per sussurrargli sospirando “Ah, Sabrina, che ragazza sfortunata…”. Il che, oltre a causare nuovi sussulti al precario castello di salatini e vulevant, gli ricordava quell’odioso personaggio che era stato tentato di uccidere prima di optare per un più redditizio lieto fine.
In ogni caso, anche su quel fronte, nessuna possibilità.

Per un po’ se l’era giocata con la satira strettamente legata all’attualità, tipo il politico di turno che si trasformava in un Babbo Natale al contrario calandosi dal camino per portare via anziché per donare. Non staremo a dirvi dei fruitori di buffet più sagaci che, vedendolo da dietro, gli aggrappavano la spalla per avvicinarsi all’orecchio e dirgli che era un genio, forse persino il legittimo erede di Forattini. Cosa che gli causava una specie di convulsione alla mano destra e allora sì che le tartine se ne cadevano da sole.
Insomma, non c’era nessuna buona idea, pensava in quel mezzogiorno di settembre sulla spiaggia di Villasimius quando ricevette il messaggino. Che, anche volendo, con quel caldo porco, uno non riesce a concentrarsi sulla neve, le renne e tutto l’ambaradan.

Niente, non farò niente, si disse, solo che un attimo dopo la moglie spuntò dalla sdraio per ricordargli che la settimana successiva ci sarebbe stato il suo compleanno e di quella borsetta che aveva visto e lui capì che qualcosa doveva fare anche quest’anno.
Con un moto di disperazione pensò di riciclare qualcosa degli anni precedenti, ma lo avrebbero sgamato subito e non avrebbero nemmeno aspettato il buffet per dirglielo. Pensò di copiare qualcosa da un collega che stimava, ma sapeva che lui lo leggeva e non se la sentiva di rischiare la figuraccia (“Quando ti ispiri a qualcuno finisci per fare di peggio”, avrebbe detto davanti a tutti). Pensò di rifare qualche classico adattandolo ai tempi moderni, ma con l’ignoranza che impera nessuno l’avrebbe riconosciuto, probabilmente nemmeno il suo editor.

Alla fine si sdraiò al sole e si assopì. Al risveglio tutto era chiaro. Prese la rivista di sua moglie, una penna e, prima di dimenticarselo, appuntò l’incipit.
“Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito.”



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