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Raccontare il mondo attraverso il viaggio (3)

Creato il 25 settembre 2014 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

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Da oggi fino al 28 settembre è in programma a Roma la settima edizione del Festival della Letteratura di Viaggio.

Il nostro viaggio letterario prosegue. Dopo Africa e Cina, arriviamo in India con un breve estratto da L’odore dell’India (Guanda, 1990) che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1961 dopo il suo primo viaggio nel sub-continente indiano.

 «Benares. Niente di nuovo: le vie del centro sono grandi vie di mercati, coi negozietti affastellati sotto le case sbilenche con le logge di legno, e la solita folla affamata, sporca e svestita. Naturalmente, le vacche. […] L’aria è fredda, come da noi nelle notti primaverili umide. Uno sgradevole senso di gelo si appiccica a tutto il corpo, e dà alle cose, già cupe, nuova cupezza: tutto si dilata e risuona con più disperato rigore.
Infiliamo una strada circondata da muretti, abitacoli, recinti, forse pareti di magazzini, che si fa sempre più stretta e scura.
È gremita di poveri essere seminudi, nella solita sordida danza dell’andare e venire: ne siamo circondati e pressati da tutte le

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parti. Sul selciato luccicante di chissà che atroci umori, sono distese file di corpi: è tardi, e molti dormono ormai, lì per terra, ai margini della strada. Ognuno al suo posto, dove la sera si accuccia; spesso sono intere famiglie avvolte negli stessi stracci. Sono lebbrosi, ciechi per tracoma, affetti dal morbo di Cochin che dilata mostruosamente le membra: tutti pazienti di fronte al male, e smaniosi di fronte alle necessità immediate. Poi la strada discende, e sbocca sulla riva, tutta selciata, coi lastroni anch’essi fetidamente lucidi; una foresta di tristi ombrelloni e di panche, riempite di fedeli che si apprestano a passare lì la notte, e un ammasso informe di imbarcazioni che si intravedono appena: dietro, il cieco luccichio del Gange. […] Scendiamo dalla barca traballante, e tra le chiglie di altre barche, ci inerpichiamo tra la polvere e i calcinacci, lungo un muraglione che pare sopravvissuto a un terremoto: raggiungiamo così lo spiazzo, sopra il muraglione lungo una sordida scalinata, dove due roghi stanno bruciando.
Intorno ai roghi vediamo accucciati molti indiani, coi loro soliti stracci. Nessuno piange, nessuno è triste, nessuno si dà da fare per attizzare il fuoco: tutti pare aspettino soltanto che il rogo finisca, senza impazienza, senza il minimo sentimento di dolore, o pena, o curiosità. Camminiamo tra loro, che, sempre così tranquilli, gentili e indifferenti, ci lasciano passare, fino accanto al rogo. Non si distingue nulla, solo del legname ben ordinato e legato, in mezzo a cui è stretto il morto: ma tutto è ardente, e le membra non si distinguono dai piccoli tronchi. Non c’è nessun odore, se non quello, delicato, del fuoco».

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