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Racconto: Altro me

Creato il 12 dicembre 2010 da Zetaman
Avete mai sentito quella soriella secondo cui ognuno di noi avrebbe sette sosia nel mondo? E se uno dei vostri sosia un giorno bussasse alla vostra porta, quale sarebbe la vostra reazione?
L’unica mia certezza in quel momento era quella di sapere di essere io l’originale, anzi, l’unico. Il mio sosia vestiva proprio come me e aveva lo stesso modo preciso di poggiare buona parte del suo peso sulla gamba sinistra, ingobbendo un po’ la schiena.
Uguale era anche l’espressione che entrambi avevamo in quel momento: una sorta di sbigottita diffidenza.
Due sopraccigli folti, appartenenti a due volti diversi, si sollevarono all’unisono, quando la mia natura di freddo e metodico maggiordomo di città prese il sopravvento.
«Posso sapere il vostro nome?», chiese il mio riflesso.
«Alfonse Karl Dove», risposi io, marcando d’istinto ogni accento in modo che la pronuncia sembrasse impeccabile.
«Questo è il mio nome, signore. Posso conoscere il vostro?» insistette, aggrottando le sopracciglia in un moto che avrei detto involontario.
«Lo conoscete, signore. Ciò che mi preme di sapere ora è il motivo della vostra presenza all’interno della residenza della famiglia che servo.» risposi imperturbabile.
«Questo è il luogo in cui lavoro come maggiordomo. Ciò che a me preme di sapere, invece, è la motivazione di questa vostra mascherata. Mi pare di non aver ancora udito il vostro nome…».
«Al contrario, lo avete udito perfettamente. Poiché è il vostro nome ad essere falso. Vi devo chiedere di andarvene!». Non mi resi nemmeno conto di aver alzato la voce.
«Voi osate chiedere a me di andarmene! Voi che vi presentate a questa porta travestito da… da me! Rifiutandovi perfino di svelare la vostra finzione!».
Era rosso, infuriato. Ero certo di esserlo anch’io. Fui costretto ad ammettere con me stesso di essere di fronte ad un eccellente bugiardo.
«Non ho alcuna intenzione di discutere oltre. Andatevene o sarò costretto a cacciarvi di persona.», sibilai stringendo i denti.
«Voi non oserete fare un passo. Questo posto non è il vostro, né mai lo diventerà per mia resa.».
Il volto dell’uomo tornò a distendersi: era certo della sua ragione.
Lo fissai, sforzandomi di non spalancare la bocca.
Quello ne approfittò per chiudermi la porta in faccia. Sentii scorrere il catenaccio.
Non c’erano dubbi: era convinto di ciò che diceva.
Ora, di me non si poteva più dire la stessa cosa.
Altro me scritto da Sara Soukri

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