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[Recensione] Amnesia: A Machine for Pigs

Da Jark85 @LandOfRust

[Recensione] Amnesia: A Machine for Pigs

A distanza di tempo ormai lo si può dire senza mezzi termini: Frictional Games ha salvato il genere horror da una lenta e inesorabile fine presentando un nuovo modello di riferimento tra i più imitati e emulati nel corso del tempo (anche se sono sempre pochi, vedi Outlast, quelli che si sono comunque rivelati veri e propri successi).
Amnesia: A Machine for Pigs rappresenta una tappa fondamentale sia per Frictional Games sia per il team The Chinese Room: i primi per la prima volta si tolgono le vesti di developer curando solo l’aspetto artistico e produttivo mentre i secondi, dopo l’interessante Dear Esther, si cimentano per la prima volta su un progetto “vero” e parecchio ambizioso.

A Machine for Pigs si ambienta circa 60 anni dopo il primo Amnesia (dettaglio comunque più che irrilevante data l’assenza di legami) nella Londra di fine 1800 e vede come protagonista Oswald Mandus, un imprenditore che a quanto pare si è ammalato gravemente di febbre dopo un viaggio in Messico portandolo a perdere coscienza per un tempo indefinitivo. Si risveglia in stato di amnesia (da qui l’unico reale legame col titolo e il primo episodio) e con i suoi due figli gemelli che si trovano intrappolati all’interno di un enorme complesso industriale, specializzato nella produzione di carne di maiale, costruito dallo stesso Mandus. L’amore per i suoi figli è ovviamente motore che spinge il protagonista verso le viscere non solo di Londra ma del suo subconscio scoprendo verità a dir poco agghiaccianti circa le “fasi” lavorative adottate all’interno della fabbrica.

Partendo proprio dalla trama, questo fattore si conferma un valore assolutamente aggiunto per A Machine for Pigs che, seppur presentando comunque stile e contenuti differenti, per molti versi risulta persino migliore di The Dark Descent per via di una trama che semplicemente “acchiappa” di più ed è anche più aperta a riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la macchina. Temi quindi molto più generali ed aperti rispetto a un The Dark Descent decisamente e più introspettivo ed intimista. Indubbiamente il lavoro di The Chinese Room è ineccepibile soprattutto nella seconda parte di gioco, quando la trama subisce una virata autentica e i colpi di scena di susseguono.

Se sul lato storia siamo decisamente ok, i punti interrogativi provengono dal gameplay: essendo un “sequel” di The Dark Descent ci si aspettava almeno una riproposizione tale e quale dello stesso gameplay mentre invece A Machine for Pigs è risultato fin troppo disossato: se l’assenza della saluta mentale è dovuta al fatto che Mandus (rispetto al protagnista del primo Daniel) non soffre disturbi psichici e che la torcia qui non si scarica mai in quanto elettrica, non trovo giustificazione per l’assenza totale di un inventario di base così come è poco giustificato il livello di interazione fin troppo basso. A parte qualche scrivania o armadiettro infatti in A Machine for Pigs l’esplorazione è di fatto superflua e gli enigmi sono tutti risolvibili affidandosi a oggetti recuperabili nei paraggi. Anche il senso di smarrimento viene meno dato che la strada da seguire è praticamente una sola: impossibile perdersi in A Machine for Pigs, neanche se lo volessimo. Per ultimi, ma non per importanza, i nemici: passato l’iniziale “disagio” dei primi incontri, gli uomini-maiale non solo non rappresentano un ostacolo insormontabile (anzi, una volta compreso come agire diventa fin troppo semplice evitarli) ma sono presenti in quantità davvero bassa.

Questi elementi risultano un deficit per coloro che avevano apprezzato molto lo stile di gioco del precedente Amnesia; per tutti gli altri, soprattutto coloro interessati alla narrazione con poche pause e che nutrono poco interesse a spulciare ogni angolo dell’ambiente, può non rappresentare una mancanza fondamentale.

Anche sotto l’aspetto tecnico il gioco si sa difendere decisamente bene: si ha davvero la sensazione di scendere verso un luogo infernale per quanto diversificati sono i vari livelli e i giochi luce-ombra (seppur a volte anche con la torcia si vede fin troppo poco) contribuiscono a creare una atmosfera davvero da brivido. Il merito è anche di Jessica Curry, la compositrice di The Chinese Room autrice della colonna sonora del gioco: ogni sottofondo (ma anche ogni qual volta ci sono momenti di puro silenzio) è praticamente azzeccato alla situazione che si sta passando in quel momento.

Trattandosi di un gioco lineare e che offre pochi ostacoli, la longevità di conseguenza ne risente non poco: se giocato in fretta e con sessioni di gioco prolungate, A Machine for Pigs vi potrebbe durare veramente non più di 3-4 ore. Forse meglio andare con calma, gustarsi la storia e le atmosfere.

Commenti finali
A Machine for Pigs promosso o bocciato? Dipende: volevate un sequel vero di Amnesia? Eravate affezionati al grado di interazione e alla difficoltà di The Dark Descent? Vi interessano solo la trama e il simbolismo attorno gli elementi in essa contenuti e l’incredibile atmosfera che il gioco presenta? La risposta cercatela dentro di voi anche se un giudizio è più che certo: A Machine for Pigs è comunque un prodotto di enorme qualità e imperdibile per qualsiasi amante del genere.


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