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[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)

Creato il 15 ottobre 2014 da Frank_romantico @Combinazione_C
[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)
Adoro la figura del grande lupo cattivo. Credo sia, oltre all'iperbole di quella malvagità che finisce sempre per essere punita al termine di ogni fiaba che si rispetti, la rappresentazione di un male moderno/contemporaneo reale e umano, troppo umano. Perché il grande lupo cattivo non è altro che l'antropomorfizzazione di una malvagità fatta di furbizia e stupidità, radicata nei contesti sociali (politici) e istituzionali. Che sfugge, ossimoricamente, ad una concezione etica e morale. Il grande lupo cattivo è il male riconosciuto e accettato che, la maggior parte delle volte, si riesce a fingere agnello. Ed è proprio di tutto questo che parla, secondo me, un film come Big Bad Wolves.
Quasi fuori tempo massimo, ma alla fine ci arrivo, e non sarebbe potuto essere altrimenti visto la pellicola di cui si parla. Perché, prima di tutto, a sponsorizzarlo è stato un certo Quentin Tarantino (definendolo - esagerando - il miglior film del 2013). Secondo, perché ne hanno parlato in maniera entusiasta altri amici blogger ed io, generalmente, mi fido. E, terzo, perché si tratta di un film israeliano della coppia Aharon Keshales/Navot Papushado, registi e autori di un film già analizzato su queste pagine e che, con tutti i suoi difetti, mi era sembrato comunque colmo di spunti interessanti: Rabies (2010), primo esempio di film horror in Israele. 
Se al loro esordio i due registi si erano avventurati nel filone dello slasher piegandolo alla loro personale (e abbastanza originale) visione, in questa seconda prova affrontano il thriller e il (sotto)genere torture. Big Bad Wolves è un film che, inizialmente, potrebbe ricordare altri film del genere come il contemporaneo Prisoners, ma che si distacca da una certa visione occidentale del tema. Andando a cadere nell'analisi sociale. Andando ad attuare un certo distacco emotivo. Riuscendo persino ad evitare la trappola della pornografia visiva, quella fine a se stessa. Riuscendo a tirar fuori, con un budget evidentemente limitato, un film interessante e davvero niente male. 
[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)
Tutto ha inizio con la più classica delle trame: c'è un serial killer pedofilo che rapisce, violenta, tortura e ammazza bambini. La polizia indaga, scova un sospetto, lo arresta e lo interroga violentemente ma poi è costretto a rilasciarlo perché il video di questo interrogatorio finisce su internet. Eppure Micki, il poliziotto incaricato dell'indagine, è convinto che sia proprio lui l'assassino. E ne è convinto anche Gidi, il padre dell'ultima vittima del mostro
LA RECENSIONE PUO' CONTENERE SPOILER. SE NON LO AVETE VISTO ANDATE DRITTI ALLE CONCLUSIONI
Lo dice il titolo stesso, grandi lupi cattivi. Non uno solo: molti. Tutti figli della violenza e della paura in un contesto sociale (quello israelita) che di questi sentimenti negativi si nutre. Ce ne accorgiamo dalla bellissima scena iniziale, con quella tortura violenta e ironica allo stesso tempo. E non è l'assassino pedofilo ad attuarla, bensì la polizia. I buoni. Ripeto: violenza e ironia che sfocia nel grottesco. Sono questi i due elementi imprescindibili del film, quasi le coscienze dei personaggi siano state anestetizzate: la violenza non fa più paura, la violenza è diventata innocua, istituzionalizzata, all'ordine del giorno e quindi stemperata da una risata a mezze labbra. Fa scalpore solo quando viene sbattuta in prima pagina perché è quella la reazione che ci si aspetta. Quindi, quali sono i lupi cattivi? Tutti e nessuno. La pecora si trasforma in lupo e il lupo si traveste da pecora mischiando costantemente le carte, non facendo mai apparire le cose per come sono realmente. E qui sta la bellezza del film, che cambia rimanendo sempre lo stesso persino a livello di location. Che mette alla berlina i difetti di una nazione in cui le vittime diventano carnefici e i carnefici vittime.
[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)
In Big Bad Wolves viene fatto (meglio) quel che in Rabies era stato appena abbozzato. Perché l'opera prima di Keshales e Papushado si concludeva con una frase emblematica ("che paese di merda") che diventa la base di partenza per loro opera seconda. Un paese che, secondo la visione dei due registi, sembrerebbe affetto da un cancro che nessuno vuole curare. Di cui nessuno sembra più aver paura. Una malattia di cui è più facile ridere, che è più facile accettare. Un male interno condizionato e amplificato dal sentimento nazionalistico del giusto (sentimento ironicamente preso il giro dall'incontro dei personaggi con un arabo a cavallo).  Micki e Gidi non sembrano essere sconvolti dalla violenza del killer. Parlano delle torture subite dalle vittime con una freddezza che congela il sangue. Poi la prendono (quella violenza) e la fanno loro. Vengono entrambi dall'esercito e la sanno attuare. Manipolare. Violenza che spesso rimane fuori campo, che centellina il sangue arrivando a negare (tranne che in alcuni casi) il voyeurismo dello spettatore. Non è la rappresentazione della stessa a colpire, è lo spirito con cui viene accettata e attuata. L'esempio lampante è il personaggio di Doval'e, il padre di Gidi, che arriva portando una minestra e finisce per la fiamma ossidrica in mano. E noi non campiamo nemmeno come sia potuto succedere. 
[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)
CONCLUSIONI
Certo, lo spettatore meno smaliziato dopo la visione di un film del genere potrà restare confuso. Ritrovarsi di fronte a tutto quello che avrebbe potuto essere e rimanere disorientati perché viene meno è lecito. Il grottesco, ad esempio. quell'ironia velata che si respira praticamente per tutti i 110 minuti. Il sarcasmo. Come era stato per Rabies, si percepisce l'influenza del cinema dei Coen in questa pellicola, fino al nichilismo del finale, da pelle d'oca. La cosa che convince di più in Big Bad Wolves è l'abilita mostrata da Aharon Keshales e Navot Papushado nel scrivere e dirigere un film per nulla facile. Con delle sequenza girate magistralmente (quella introduttiva e quella finale su tutte) sinonimo di qualità. Si capisce subito che i due hanno evitato forse il più grande errore per un creativo: innamorarsi della propria creatura. Non si lasciano mai andare, non si fanno mai prendere troppo la mano. E alla fine, pur non trattandosi del "miglior film dell'anno", scopriamo la piacevolezza di un thriller/horror a basso costo che attraverso la leggerezza di una risata ci mostra l'orrore profondo di un paese malato, di un mondo malato che ci sta fagocitando. Con il nostro permesso, tra l'altro. 
[Recensione] Big Bad Wolves (di Aharon Keshales e Navot Papushado, 2013)

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