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Recensione. BLACK SEA con Jude Law: working class sul fondo

Creato il 23 aprile 2015 da Luigilocatelli

Black SeaBS_FP_03-15.tiffBlack Sea, un film di Kevin Macdonald. Con Jude Law, Scoot McNairy, Jodie Whittaker, Konstantin Khabenskly, Ben Mendelsohn.
Black SeaGiù nel mar Nero a bordo di un rugginoso sommergibile veterosovietico, a recuperare lingotti d’oro finiti sul fondo al tempo della guerra. A capo della ciurma uno specialista inglese del ramo recuperi in mare. Un avventuroso vecchia scuola che man mano si trasforma in un claustrofobico tutti-contro-tutti. Teso al punto giusto, anche se con troppi buchi nella parte finale. Jude Law eccellente. Voto 7
Black SeaChe Jude Law invecchiando – adesso ha i suoi 44 anni, né troppi né pochi – fosse diventato bravo lo si era capito già da Sherlock Holmes dove teneva testa al mostro Robert Downey Jr., in Side Effects di Soderbergh, soprattutto nel bellissimo Anna Karenina di Joe Wright dov’era il cupo, inamidato consorte tradito. Qui conferma, in questo claustrofobico action movie di vecchia scuola revisionato alla luce dell’attuale devastante crisi economica, di aver raggiunto una credibilità di cui francamente un quindici anni fa non lo si sarebbe ritenuto capace: in un ruolo di maschio alfa veteropatriarcale e proletario che certo l’efebico e stracaruccio Jude Law di un tempo mai avrebbe potuto passabilmente interpretare. In fondo, Black Sea è lui, pivot intorno a cui tutto ruota e narrativamente si srotola, e lui è il vero motivo per andarlo a vedere. Produzione inglese tiepidamente accolto sul mercato nord americano, quello che ancora conta, e alquanto maltrattata dai signori critici internazionali, e francamente non si capisce il perché, visto che si tratta di film dignitosissimo, teso al punto giusto, che aggancia lo spettatore e non lo molla fino alla fine. Intrattenimento benissimo arrangiato, che solo nella parte finale perde i colpi e scivola nell’inverosimiglianza ma che reggebene per un’ora e più. Un disaster movie nella sua variante sottomarina, con un pugno di uomini intrappolati sul fondo, come se ne sono visti tanti nella storia dal cinema, e sta in questa sua classicità e perfino inattualità una delle sue attrattive. Perfetto antidoto ai modaiolismi e fighettismi di tanto cinema di oggi, e di tanta vita, e stili di vita, di oggi. Pensate: qui, a partire dal protagonoista, son tutti proletari, lavoratori veri di lavori fisici e pesanti e manuali e per niente immateriali, in un ambiente – un rugginoso sommergibile sovietico dismesso – tutto fumi, vapori, olii densi e sporchissimi colanti da ogni dove, e tubi e turbine e tutta una macchineria di vecchia meccanica d’oltrecortina. Uomini, lavori e cose lontanissimi dalla rappresentazione media del medio vivere d’Occidente fatta in tante narrazione d’oggi, dai romanzi alla serialità tv al cinema.
Robinson (Jude Law, ovvio), divorzio alle spalle e figlio a carico che la ex gli impedisce quasi di vedere (storia vista mille volte, anche nella vita), si ritrova – visto che le sfighe non arrivan mai sole – pure licenziato, senza il suo iperspecializzato lavoro di recupero vecchi relitti sul fondo di vari mari per conto di una società del ramo. Se ne va via incazzato, e con però un’informazione preziosa, un sottomarino tedesco affondato durante la guerra da qualche parte del mar Nero con un carico di lingotti d’oro, valore parecchie milionate di dollari. Parlando con ex colleghi pure loro dissoccupati, salta fuori in Robinson l’idea di recuperarlo lui, loro, quel carico. ma dove trovare i mezzi e i finanziatori? Ecco farsi avanti un ipermilionario, e allora via con il reclutamento della ciurma, e partenza per un porto in Crimea (prima dell’annessione putiniana) dove il gruppo potrà prendere possesso di un catorcio di sottomarino sovietico con cui scendere sul fondo a cercare il relitto. E si va giù, e comincia l’avventura. Con Robinson capitano che non solo dovrà fronteggiare le prevedibili difficoltà tecniche e i pericoli esterni (se i russi li scoprono sono tutti fottuti), ma pure i più insidiosi conflitti interni tra equipaggio inglese e quello russo, tra veterani e reclute. Aggiungeteci uno psicopatico (nella parte britannica della crew) e la brutalità di certi russi e la tensione è servita. Il regista Kevin Macdonald (L’ultimo re di Scozia) orchestra bene questa storia tutta in un interno che man mano si trasforma in inferno, in trappola. Il malloppo distrugge chi ci mette sopra le mani, come in infiniti heist e caper movies, da Rapina a mano armata in giù. I tubi sbuffanti, le giunture meccaniche anchilosate, quella veterotecnologia made in Urss sbriciolata e corrosa reliquia di una tramontata grandeur imperiale, conferiscono a Black Sea un sapore di deriva, di cupa decadenza, di fine ineluttabile. In un degrado ferrigno che penetra corpi e menti. Jude Law, sporco e disperato, si muove in questo spazio claustrofobico con la dirittura morale e la forza virile di un vecchio eroe, di quelli che non si incontrano più nemmeno al cinema. Un film che si fa anche parabola sulla scomparsa dagli orizzonti d’Occidente della working class, dei coletti e delle tute blu, del loro affondamento. Ma non ci sono nostalgie. I rudi lavoratori del sommergibile di Black Sea non presentano alcuna traccia dell’antica solidarietà di classe, son pronti a divorarsi l’un l’altro per sopravvivere e portarsi a casa l’oro e fregare gli altri. Darwin ha vinto su Marx. Il film cede nella parte finale, con colpi di scena a catena non tutti giustificati e credibili, e però resta, facendo la conta dei più e dei meno, un buon risultato, e una discreta sorpresa.


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