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Recensione di Rumore Bianco di Don DeLillo

Creato il 24 febbraio 2015 da Leggere A Colori @leggereacolori

Recensione di Rumore Bianco di Don DeLilloVoto:
Informazioni sul libro
Titolo:Don DeLillo
Pubblicato da:Einaudi
Collana:Einaudi tascabili. Scrittori
Genere:Narrativa Contemporanea
Formato e pagine:
Social:Goodreads
Disponibile su:
in offerta
scontato
Trama:

In una cittadina del nord degli Stati Uniti, vive una coppia americana alle prese con i problemi delle famiglie allargate: figli pendolari sbattuti in città lontane tra loro, obbligati a stare un po’ con il padre, un po’ con la madre, vittime delle nevrosi di genitori ossessionati parossisticamente dalla paura della morte.


Protagonista di Rumore bianco è il professor Jack Gladney, direttore del Dipartimento di Studi hitleriani presso la locale università, con più divorzi alle spalle ma ora felicemente sposato con Babette dalla quale ha avuto due figli, l’ultimo dei quali piccolo ma non lattante, non parla, senza che nessuno se ne preoccupi. Vivono accogliendo in casa per periodi più o meno brevi i figli avuti dai due coniugi durante precedenti matrimoni.

Tre sono le parti in cui si divide Rumore Bianco. Nella prima, l’autore ci presenta la famiglia allargata di Jack e Babette, il loro quotidiano tra supermercato e centro commerciale dove trascorrono molto del loro tempo libero e la serata condivisa davanti a programmi televisivi durante i quali iniziano a parlare di svariati argomenti e alcuni, in particolare il figlio adolescente Heinrich e la figlia Steffie, diventano logorroici e noiosi. Un collega di Jack, Murray, sempre vestito con abiti di velluto a coste e affascinato soltanto da donne intelligenti, titolare di un corso all’università dapprima su Elvis Presley e poi sugli incidenti d’auto nel cinema, è l’unico estraneo che sempre più spesso frequenta la famiglia e anche lui sciorina lunghi monologhi per lo più inconcludenti. In particolare, durante la visita alla stalla più fotografata d’America, pubblicizzata dai cartelloni che preannunciano agli interessati la vicinanza, si lancia in una disquisizione sulla quantità di turisti presenti con macchine fotografiche, treppiedi, filtri ,teleobiettivi, tutti strumenti utili a rafforzare, a suo dire, l’aura del posto. In fondo tutti “fotografano il fotografare” e l’aura che circonda il posto è dovuta ai condizionamenti soprattutto visivi imposti ai singoli visitatori dagli infiniti scatti e dai cartelli. Tutto il contrario di quello che afferma Benjamin, teorico dell’aura nell’opera d’arte, per il quale ci troviamo di fronte ad un capolavoro, ad un’opera avvolta dall’aura perché irripetibile, unica. La Gioconda è avvolta dall’aura perché unica, irripetibile. Le bellissime foto di Oliviero Toscani non potranno mai avere l’aura perché sono ripetibili, replicabili.

Nella seconda parte del romanzo ci troviamo immersi, insieme agli abitanti della cittadina americana, in una catastrofe ambientale: prima nella locale scuola e poi, pian piano in tutto il territorio, si assiste al materializzarsi di una nube tossica che minaccia tutti e costringe all’evacuazione delle case e alla precipitosa fuga (si fa per dire, visto che un fiume di macchine invade le vie che portano fuori città) di tutti lontano e al sicuro, quanto più possibile, dalla tossicità. Purtroppo, Jack per fare benzina si espone imprudentemente alle radiazioni. Sarà contaminato e dentro di lui, poco alla volta, crescerà quella che l’analista chiamerà “massa nebulosa”, un’escrescenza senza forma né limiti che lentamente si impadronirà del suo corpo, decretandone la morte.

E la paura della morte, che nelle prime due sezioni ossessiona Babette, nella terza si impadronisce di Jack. I due ne parlano e, messa alle strette, Babette confessa al marito di aver cercato di opporvisi, assumendo delle capsule, il Nyodene, fornitegli da un certo Gray in cambio di prestazioni sessuali. Per poi scoprire che quelle capsule non producono alcun effetto. Jack, invece, si convince che il Nyodene potrebbe aiutarlo a rimuovere quella ossessione che gli sta togliendo la pace e decide di affrontare Gray, di sparargli, di impadronirsi delle capsule e tornarsene a casa vinvitore. Perché uccidere qualcuno, in qualche modo, consente di rimuovere la morte. Dà un potere di vita e di morte su un altro e questo funziona come deterrente della paura.

La parte centrale di Rumore bianco è, secondo me, la migliore. L’improvviso straniamento, dovuto all’essere forzatamente e repentinamente sballottati lontani da casa, obbligati a imbottigliarsi in un serpente di auto impossibilitate a scappare, a correre per evitare l’incombente mostro gassoso che sta per avvolgerli, è la parte più empatica e coinvolgente.

Tutto il resto non è per me all’altezza. Innanzitutto i giovani figli sono saccenti, snervanti nei loro monologhi, ampollosi e logorroici. Ognuno parla con se stesso, per sé solo, disinteressato agli altri. Anche i genitori lo sono. C’è un io smodato, invasivo, che copre tutti: l’ultimo figlio della coppia, Wilder, un bambino d’età non specificata, ammirato dai genitori mentre dorme, è capace di andare in bicicletta, guarda la TV, come tutti gli altri, ma non spiaccica una parola e nessuno se ne preoccupa. L’amico più caro dell’adolescente sapientino Heinrich, unico figlio maschio di Jack, vuole ottenere un record stando seduto per sessantasette giorni in una gabbia con i più velenosi e aggressivi serpenti e rettili del mondo. Spera così di ottenere il Guinness dei primati. Sarebbe l’unico modo per sentirsi qualcuno. Nessun genitore che lo aiuti a riflettere e lo guidi sul cammino delle scelte di vita, sull’importanza delle scelte e delle responsabilità nella vita. E poi, è bene ribadirlo, l’uso improprio della parola aura, che l’autore qua e là sparge come sinonimo di “fascino, aureola” (ma non sono santi!). Infine, in una famiglia in cui le camere più importanti, a detta del protagonista, sono la cucina e la camera da letto, l’ossessione per la paura primaria che non elude nessun uomo e donna, che i più sensibili hanno fatto diventare poesia, racconto, pittura, musica, in poche parole arte, un preside di dipartimento e la moglie Babette che per due sere alla settimana frequenta lo scantinato della chiesa per insegnare agli adulti lì radunati, la posizione corretta da assumere per chi vuole migliorare il portamento, non trovano alternativa a fantomatiche capsule capaci di renderli rassegnati ad un appuntamento per tutti ineludibile.

Approfondimento:

Il dipartimento di studi hitleriani nel quale Jack, il nostro professore, è titolare di un corso di tre ore alla settimana, limitato a laureandi qualificati, o anche il corso su Elvis Presley, o ancora il corso sugli incidenti nel cinema, sono emblematici di una società vuota, mostruosa perché estremamente egoista che vive tra supermercati, centri commerciali, rosticcerie e paninerie consumando e ingurgitando senza però essere capace di capire e capirsi, che è poi la vera essenza del comunicare emozione ed amore. Unico modo per vincere la paura della morte. E tra i cavi elettrici, le onde radio televisive, gli elettrodomestici, i telefoni e tutto ciò che attraversa l’etere, lo spazio e i corpi, si spande insonoro ciò che avvolge tutto e tutti. Un sinistro rumore bianco.

Lina d’Alessandro

Don DeLillo

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana.

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