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Recensione film Acciaio

Creato il 12 novembre 2012 da Masedomani @ma_se_domani

Recensione film Acciaio

Acciaio, un libro, caso editoriale dell’estate appena conclusa divenuto un film di questo autunno 2012. Farraginoso il primo, con ritmo claudicante e dall’inesistente volta pagina (per la recensione di mastro Alf questo il link), disomogeneo il secondo, un crogiuolo di luoghi comuni con dialoghi drammaticamente spenti e vuoti che tra pochi giorni approderà nelle sale, affidando al pubblico la decisione di decretarne il successo o meno.

La storia è quella che avete già conosciuto nel libro: siamo a Piombino di fronte all’Elba, un luogo di scarsa attrattiva, in cui vivono famiglie che si affidano all’acciaieria locale per andare avanti e dimora delle due protagoniste di questa storia. Anna e Francesca sono due giovani carine, (pre)adolescenti, curiose di crescere, di vedere il mondo e di andarsene da quel posto anonimo e triste. Perché dove vivono c’è solo una dannata acciaieria che non da alcuna speranza di reddito, di riscatto, di felicità e, di fronte alla quale, quasi una beffa, spavalda vi è l’isola-simbolo del relax e dell’agio.

ACCIAIO, da sinistra Anna Bellezza (Francesca) e Matilde Giannini (Anna) © Foto di Assunta Servello

© Foto di Assunta Servello

Il messaggio, per nulla velato, è noioso per quanto si mostri in una veste oramai logora. È proprio quella nenia divenuta insopportabile alle nostre orecchie sui giovani senza speranza: le protagoniste non contemplano neppure la possibilità di avere un futuro migliore, si sentono già condannate ancora prima di diventare adulte e per lo meno provare ad imboccare un nuovo sentiero, complici proprio quei familiari che ripetono loro quotidianamente che il mondo è in mano a persone che non concederanno spazio alle nuove generazioni. Le due ragazzine esorcizzano tutto questo aggrappandosi all’amicizia, alla purezza di un sentimento che non durerà a lungo (e ne sono coscienti), così da ritagliarsi un po’ di gioia. E, immancabilmente, intorno a loro vi è solo disperazione e vite fallite: tradimenti, leggerezze, egoismi, violenze psicologiche e/o fisiche e tanto, troppo degrado.

La narrazione per immagini zoppica, le inquadrature sono ricorrenti, il soffermarsi sui corpi perfetti ma immaturi delle protagoniste stona, i dialoghi talvolta suonano vecchi, lenti e stereotipati al punto di far sorgere il dubbio che vogliano strappare un sorriso (ha senso nel 2012 parlare ancora di proletariato?). Si avverte una volontà di osare e (magari) colpire lo spettatore, ma nessuna situazione è sensazionale abbastanza da mantenere il pubblico vigile. Il film è lento, in alcuni momenti sembra girare su sé stesso e l’insofferenza da questa parte dello schermo è palpabile.

ACCIAIO, Michele Riondino (Alessio) © Foto di Jacopo Brogioni

© Foto di Jacopo Brogioni

Ciò che più colpisce è che il film pare (!) ricalcare pregi e difetti del romanzo. Sorge spontaneo quindi chiedersi se non fosse opportuno rimediare alle originarie debolezze in questa seconda occasione, prendendo si spunto dal libro ma sviluppando una storia in grado di coinvolgere per lo meno una fascia di età (indifferentemente gli adolescenti, i 30/40enni o i loro genitori). Insomma, la sensazione è che si avesse il timore di osare, col risultato che, al contrario del romanzo, che per lo meno palesa delle abilità narrative, la pellicola lascia veramente perplessi.

Voto: 5. Tutto già visto e sentito troppe volte. Il libro era più che sufficiente.


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