[Recensione] Il mio amato – Yehoshua Bar-Yusef

Creato il 24 maggio 2013 da Queenseptienna @queenseptienna

Titolo: Il mio amato
Autore: Yehoshua Bar-Yusef
Traduttore: Antonio Di Gesù
Editore: La Giuntina
ISBN: 9788880573401
Num. Pagine: 105
Prezzo: 12.00€
Voto:

Trama:
“Dapprima fui molto spaventato: l’omosessualità è una delle più gravi trasgressioni della Torà. Ma accanto alla paura abissale provavo un piacere oscenamente sfrenato per aver scoperto simili sorgenti segrete. Durante le poche settimane che trascorsi in compagnia di Channa, il mio corpo conobbe brividi di piacere mai provati. Allora consideravo la cosa come un dono meraviglioso concesso a me in particolare. Nessuno intorno a me può provare un briciolo di questa gioia fisica che io provo alla vista del volto di un quindicenne. Nessuno tra i miei conoscenti può nemmeno immaginare che esista una cosa simile; io, del resto, prima lo ignoravo”. Nella cornice di Meah Shearim, il quartiere ultraortodosso di Gerusalemme, trasgressione e rigore della fede si scontrano in un dramma tutto interiore in cui il protagonista paga la sua spietata lucidità nei confronti di se stesso con l’accettazione di una maschera che lo relega in una solitudine senza fine.

Recensione:
Questo romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1979, in lingua israeliana.
Asherke, il protagonista, è un profondo conoscitore della Torah, della legge ebraica che sancisce coordina l’esistenza di Gerusalemme da secoli, da millenni, tuttavia si ritrova a essere ateo, un non credente. Un uomo che convive sia con le tradizioni che ha radicate nell’animo, sia con le consapevolezze cui il suo intelletto l’ha condotto, vive la sua vita giorno dopo giorno, agli occhi di chi incontra per le strade appare uno scrivano eccezionale, un savio studioso e rispettoso dei valori e delle direttive della sua cultura.
È solo all’interno di casa sua che riesce a lasciarsi andare, a leggere i suoi libri proibiti – quelli in lingua inglese, quelli che non parlano della Torah, quelli che non hanno nulla a che fare coi Tefillin - a riflettere su quanto senta di essersi ormai discostato dall’identità che la sua terra dà per scontato che abbia.
L’arrivo di Channa è il granello di sabbia che toglie l’equilibrio ai piatti della bilancia, quel ragazzino svogliato e poco interessato al Talmud risveglia in lui un desiderio mai concretizzato prima, è la scioccante rivelazione della vera natura di Asherke, un peccato, proibito dalla stessa Torah che gli ha permesso di arrivare dov’è ora.
Il mio amato è un romanzo che mi ha piacevolmente colpito per le numerose informazioni sul mondo yiddish; narrato in prima persona, veniamo a contatto con lo scandire delle giornate del quartiere conservatore, le tradizioni, i rituali, le usanze e gli usi che regolano notte e giorno i percorsi di migliaia di individui, per non parlare dei costumi e degli oggetti sacri della cultura ebraica, e dell’importanza che devono rivestire dell’esistenza di ognuno (il glossario alla fine del libro ci aiuta parecchio). Quello in cui veniamo proiettati è un universo religioso che non è mutato nell’arco del tempo e che si mantiene ancora nella Gerusalemme del 2013.
La narrazione, comunque, è magnificamente scorrevole. Per nulla pomposa o prolissa, è sciolta e piacevole, i pensieri di Asherke ci si aprono davanti come un rotolo di pergamena, la sua vita ci viene raccontata con discrezione e chiarezza, ci spinge a essere curiosi e a continuare la lettura a oltranza, ci fa immergere in un mondo distante dal nostro e lo fa con una straordinaria eleganza, obiettivamente, come il più bel racconto in un ottimo oratore.
Il mio voto discretamente basso deriva dal fatto che la vicenda che getta la sua lunga, finale ombra su Asherke è… sospesa. Non viene sviluppata appieno, se fino a metà del romanzo siamo stati abituati a importanti riflessioni interiori, la realizzazione della propria omosessualità viene trattata con toni incerti, opacizzati, come se l’autore avesse iniziato ad abbozzare un discorso più articolato ma poi abbia lasciato cadere la questione, limitandosi a qualche episodio di frustrazione emotiva e nulla di più.
Forse – probabilmente – si tratta esattamente della stessa omertà del protagonista, che preferisce uscire di notte, quando nessuno può riconoscerlo, alla disperata ricerca anche solo di una visione, di una schiena da guardare pur di non tradire le basi religiose a cui ormai è ancorato troppo saldamente per potersene liberare, preferendo l’insoddisfazione e una continua auto-analisi che non porterà mai a nulla.
Si tratta insomma di un’opera che potrebbe benissimo essere definita attuale, di silenzio e di dettami atavici che non ammettono differenze, che disegnano strade senza permettere a chi verrà dopo di uscire dai tracciati per nessun motivo.
È un’interessante scorcio sul mondo ebraico, definito fin nei particolari, e della relazione che con esso ha l’omosessualità, un libro gradevole, per nulla impegnativo ma che si allarga su orizzonti cui forse non siamo abituati a pensare.
Consigliato.


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