Recensione “L’isola dell’amore proibito” di Tracey Garvis Graves

Creato il 04 giugno 2013 da Alessandraz @RedazioneDiario

Pubblicato da Ossimoro

C’erano una volta i bellissimi Christopher Atkins e Brooke Shields, che nel 1980 copulavano su un’isola deserta in mezzo al mare cristallino. Prima ancora c’erano Giancarlo Giannini e Mariangela Melato che, insultandosi tra battibecchi e classismi, finivano per abbandonarsi alla passione sulle spiagge assolate di un isolotto sperduto della Sardegna.

La tematica dell’isola deserta, di un lui e una lei agli antipodi che s’incontrano, si scontrano, crescono e s’innamorano è un archetipo classico di letteratura e cinema, sviluppato in tempi più e meno recenti, ogni volta con alterni risultati di qualità e intensità emotiva.

L’autrice di questo libro, ignorata in patria dalle case editrici, è l’ennesima favorita dell’auto-pubblicazione: nella postfazione ci informa che recentemente sono stati addirittura opzionati i diritti per un film.

L’isola dell’amore proibito è un onesto bestseller: in un equilibrio funzionale tra tanti cliché e qualche spunto arguto, si caratterizza per una prima parte abbastanza scontata e una seconda che fornisce spunti di riflessione inattesa. La tensione resta costante, anche a fronte di uno stile davvero troppo elementare. Autore: Tracey Garvis Graves Titolo: L’isola dell’amore proibito Titolo originale: On the island
Traduzione di Serena Lauzi Editore: Garzanti Collana: Narratori Moderni Pagine: 322 Prezzo: € 14.90
Data Pubblicazione: gennaio 2013 Trama: L'acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all'improvviso e davanti le si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di TJ, disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, il fondale blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di TJ, il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l'estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e TJ sono naufraghi e l'isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L'isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all'inizio era solo un'amicizia innocente, attimo dopo attimo si trasforma in un'attrazione potente che li lega sempre più indissolubilmente.
RECENSIONE La “struggle for life” esotica è un filone che tira e, se mescolato al romance con un lui adolescente e una lei adulta, copre davvero tante delle tendenze attualmente in voga. 

Brooke Sheilds e Christopher Atkins in Laguna Blu (1980)

Il titolo italiano ammiccante (traduzione del non marcato originale On the island) fa pensare a un romanzo erotico, mentre di erotismo qui ce n’è poco e quel poco non è esattamente ben concepito: qualche occhiatina rubata, una quotidianità reiterata e i due protagonisti che continuano a non vedersi nudi per circa due anni, per poi lasciarsi andare alla passione una volta che il ragazzino TJ abbia compiuto 19 anni (un po’ inverosimile, come lo è il ritrovamento delle valigie con tutto il necessaire per l’igiene e i vestiti).
La passione in questione sa tanto di libro pudico pre-anni ’80; di fatto i rapporti sessuali vengono anacronisticamente lasciati fuori dalla porta (una porta metaforica, trattandosi di un isola deserta), non vi sono che vaghissimi accenni, il che deluderà di certo le aspettative di chi attendeva romantiche e plastiche effusioni nelle acque incontaminate minuziosamente descritte, tra la barriera corallina e il plancton, in pieno stile Laguna BluAl mitico film degli anni ’80 ci sono un gran numero di riferimenti: la caccia allo squalo, le reciproche masturbazioni spiate, la scelta di un nome in memoria del pilota morto nell’incidente.

La parte della storia ambientata sull’isola è agile e veloce, per quanto i colpi di scena siano telefonati e gli stratagemmi per tenere alta l’attenzione di puro comodo, visto che non si riesce davvero a credere che dei reali pericoli minaccino Anna e TJ.
A riscuotere il mio interesse di “cercatrice di perle inaspettate” è stata la seconda parte: il sistema utilizzato per permettere ai due protagonisti di evadere dal loro scomodo paradiso tropicale è geniale, richiama lo tsunami del 2004 e fornisce finalmente una giustificazione plausibile e originale a un passaggio che, viceversa, sarebbe stato difficile da far quadrare.

Ugualmente interessante e non scontata è la parabola umana di ritorno alla civiltà di Anna e TJ, la matura presa di posizione nei confronti della loro impossibile relazione e il loro viaggio personale fuori dalle tenebre della nevrosi, cagionata dalla tanta solitudine patita sull’isola.
I problemi di un ragazzo cresciuto troppo precocemente e di una trentenne su cui pesa la pubblica riprovazione per la condotta sessuale avuta nei confronti di un adolescente sono alcuni tra i tanti scogli che la coppia dovrà affrontare, perdendosi e ritrovandosi, per riconquistare il proprio posto nel mondo civile. Il finale è scontato, ma il tragitto che porta a questo finale non lo è.
Ciò che invece delude (come accade per quasi tutti i casi editoriali provenienti dall’auto-pubblicazione) è che a una storia, nel bene e nel male, ricca di suggestioni, faccia da contraltare uno stile piatto, poco personale, quasi da lista della spesa; il che è ancora più grave in una prospettiva in cui, ad ogni capitolo, la voce narrante cambia da Anna a TJ, ma non è possibile ravvisare alcuna differenza personale tra le due voci. Sembra quasi una soluzione “di fortuna” per evitare i pericoli del narratore onnisciente
Due parole sulla copertina: mi sembra evidente anche qui la scelta italiana di mettere in evidenza la dimensione sorniona e pruriginosa della situazione descritta nel libro, anche se, come detto, nella storia non ve n'è traccia. La ragazza languida, sdraiata, che guarda in direzione opposta al mare è antitetica alla copertina originale, che vede la protagonista in piedi, di spalle, fasciata da un vestito troppo largo, tesa nella contemplazione dell'oceano, come in attesa dei soccorsi. 

Pur penalizzato dall’indubbia piaggeria dello stile, questo romanzo si qualifica come un onesto bestseller da ombrellone, senza alcuna pretesa di letterarietà, globalmente avvincente, con una trama che alterna cliché e originalità, consigliabile in caso di partenza per le ferie e/o desiderio di una pura evasione.
L’AUTRICE
Tracey Garvis Graves vive a Des Moines, Iowa, con il marito e i due figli.

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