Recensione "Laputa - Castello nel cielo" di Hayao Miyazaki

Da Valentinabellettini
Recensione "Laputa - Castello nel cielo" di Hayao Miyazaki








La fantascienza si unisce alla fiaba per trasmettere valori.

"Laputa - castello nel cielo" è un film del 1986 nonché la prima produzione dello Studio Ghibli in quanto tale (due anni prima le stesse persone realizzarono "Nausicaa della valle del vento", ma ancora non portavano questo nome), ideato e diretto da Hayao Miyazaki.
Per quest'opera, Miyazaki s'ispirò ai "Viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift, precisamente a Laputa, isola volante abitata da scienziati pazzi, la quale essendo costituita da una base d'adamante poteva essere manovrata usando un gigantesco magnete; nella pellicola, questo magnete trova corrispondenza nella Gravipietra, una pietra particolare tipica di Laputa che permette (tra le altre) di vincere la forza di gravità e galleggiare nell'aria.
La piccola Sheeta, protagonista della storia, porta un cristallo di Gravipietra al collo, ma non è del tutto consapevole di ciò che rappresenta, se non il semplice fatto che le fu tramandato per generazioni dalla sua famiglia, unitamente a delle formule magiche; ciò di cui è certa, però, è che il cristallo è un oggetto ambito dall'esercito e da un'individuo mandato dal governo, Muska. La storia comincia così, con Sheeta che guarda dimessa fuori dalla finestra dall'aeronave perché è tenuta a collaborare con quest'individui, ma a provocare la svolta, l'improvviso assalto di un gruppo di pirati spaziali capitanato da Dola (loro madre), anch'essi interessati al misterioso cristallo della ragazza; con la confusione che vanno a creare, Sheeta è costretta ad allungarsi oltre la finestra e aggrapparsi all'esterno del velivolo, finché la presa le viene a mancare e cade nel vuoto.
Dopo una frenetica discesa che porta la ragazza a svenire, la caduta si rallenta grazie ai poteri del cristallo, e Sheeta viene cullata fino a raggiungere la terraferma nei pressi di una miniera, dove un ragazzino che ha appena finito il suo turno di lavoro l'accoglie tra le braccia e la porta in salvo. Il giorno successivo, Sheeta e Pazu (questo il nome del ragazzo) fanno amicizia e si confidano l'un l'altra: sono entrambi orfani, ma soprattutto hanno in comune il desiderio di trovare Laputa; Pazu vuole vendicare il padre che passò per pazzo credendo nell'esistenza della mitica isola (e testimoniandolo con una fotografia), Sheeta perché, grazie all'incontro con un vecchietto nelle miniere durante una delle tante fughe braccata dall'esercito e dai pirati, scopre d'essere l'ultima discendente dell'antica civiltà che abitava Laputa.
Costantemente inseguiti, costretti a separarsi per poi ritrovarsi proprio grazie all'intervento dei pirati, i due ragazzi finiranno col collaborare con quest'ultimi (tutt'altro che bruti a discapito delle apparenze, e decisamente mammoni), dai grigi edifici dell'esercito alla lussureggiante ed eterea Laputa.
Come in tutte le opere di Miyazaki emerge il messaggio ecologico e antimilitaristico: memorabile la scena del robot gigante e iper-tecnologico che si adopera, non per assalire i due giovani protagonisti, ma per sollevare il loro velivolo da terra perché stava calpestando un nido d'uccelli, oppure la scena in cui un robot cerca di proteggere Sheeta dall'esercito facendo scudo con il suo stesso corpo e a suo modo comunica con lei, oppure ancora, quando porge loro un fiore; sono immagini che stuzzicano la sensibilità dello spettatore e che portano a riflettere sui possibili sentimenti di un robot, di come un essere che fa parte della tecnologia possa vivere in simbiosi con la natura e rispettarla. Non a caso, il monologo finale di Sheeta parla proprio di questo: «Per quante spaventose armi si possano brandire, per quanti poveri robot si possano comandare, vivere separati dalla terra non è possibile!» Frase che ovviamente racchiude anche l'essenza stessa di Laputa, sospesa nel cielo, e che si potrebbe allacciare anche al significato della formula magica che Sheeta teme di pronunciare, quella che riguarda la distruzione; beh, pronunciandola sembrerebbe che la distruzione riguardi solo la controparte tecnologica, perché Laputa perde la fortezza, l'edificio, le mura, i robot d'assalto, ma di lei resta l'essenza, ossia un vigoroso albero dalle possenti radici e tutta la rigogliosa vegetazione circostante (del resto, abbandonata dall'uomo, sull'isola era la natura che stava già prendendo il sopravvento).
Un altro tema ricorrente è il fatto che gli adulti siano ossessionati dal potere (come Muska) o dal denaro, in questo caso rappresentato da tesori d'ogni tipo (vedere l'esercito e i pirati), mentre i due giovani si curano semplicemente l'uno dell'altra, mettendo al primo posto i loro sentimenti; inoltre, il desiderio di trovare Laputa è per loro come un'ideale da raggiungere, una missione da compiere per dei bisogni che vanno oltre alla materia. Da notare anche l'atteggiamento completamente diverso dell'esercito, che s'affanna a saccheggiare e trafugare tesori (gli stessi pirati si limitano ad arraffare qualcosina), mentre nei ragazzi, del tutto disinteressati a queste cose, emerge una sorta di rispetto per l'antica civiltà (non toccano proprio nulla!).
Inoltre, come in "Nausicaa" e in "Porco rosso", anche qui Miyazaki pone l'accento ad aspetti quali il volo, i venti, gli aerei, tanto che più che una mera ambientazione diventano i soggetti stessi dell'opera, tante sono le sequenze che li riguardano.
Dicevamo, i sentimenti di Sheeta e Pazu. Anche in quest'opera ho trovato infinita dolcezza e tanta, tanta tenerezza: i due si sfiorano, si prendono per mano, si abbracciano, addirittura si legano l'uno all'altra. C'è un contatto fisico costante, che ho interpretato non solo a livello d'affetto, ma è anche simbolo di fiducia e collaborazione.
In "Laputa", però, ho trovato anche delle differenze rispetto alle altre produzioni Miyazaki. Questa è l'opera più ricca d'azione: dall'assalto dei pirati all'aeronave di Muska all'inseguimento dei ragazzi, dalla rissa in città all'inseguimento sui binari del treno, dai bombardamenti dell'esercito contro il gigantesco robot al frenetico recupero di Sheeta, dal governare le correnti avverse, al tentativo di Pazu di raggiungere Sheeta che si trova con Muska; sono poi certa d'averne dimenticata qualcuna. Altro elemento insolito, i pirati, ossia dei personaggi che dovrebbero vestire il ruolo di "cattivi" ma non si comportano come tali, sono buffi e un po' idioti, addirittura talvolta ingenui, ed emerge così un'ironia più accesa rispetto alle altre creature di Miyazaki (complice il fatto che siano uomini e adulti). Infine, se solitamente Miyazaki non fa schierare i suoi personaggi (come già evidenziato), con Muska ci mostra uno dei personaggi più violenti e crudeli: Muska è determinato a perseguire i propri interessi, non esita a colpire Sheeta, addirittura le punta la pistola addosso e la usa almeno un paio di volte per tagliare via le sue trecce, inoltre delira come un pazzo, e non fa una bella fine; devo ammettere, però, che fisicamente mi sembra il peggio caratterizzato, lo vedo anonimo.
Meritevole è anche la colonna sonora, tanto onirica e poetica che sono in procinto di cercare i brani per ascoltarli in maniera indipendente dal film.
In conclusione, in generale, "Laputa - Castello nel cielo" è leggermente inferiore rispetto a "La città incantata", "Principessa Mononoke" e "Il castello errante di Howl", ma quelli sono mostri sacri. Considerata indipendentemente, è un'opera che si merita 5 stelle senza esitazione, per la qualità e l'emozione che sa dare, perché è uno di quei film che nemmeno quando scorrono i titoli di coda si ha voglia di cambiare canale...




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