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Recensione: MOMMY di Xavier Dolan. Corpo a corpo madre-figlio

Creato il 03 dicembre 2014 da Luigilocatelli

67db30ef4c29bbbd445e718298ba4226Mommy, un film di Xavier Dolan. Con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon, Patrick Huard. Da giovedì 4 dicembre al cinema.5edb2ff1665b004c54aef8d56731b391Madre alle prese con figlio teenager affetto da sindrome di iperattività. Una storia di amore-fusione-simbiosi che è un combattimento continuo, un corpo a corpo, un farsi del male per il troppo volersi bene. Un rollercoaster psico-emozionale che il 25enne canadese Xavier Dolan mette in scena e in cinema meravigliosamente. Con un’energia, una sapienza, un’intensità non così consueti nel cinema d’oggi. Vincitore a Cannes 2014 del premio della giuria ex-aequo con il Godard di Adieu au langage. Voto 8 e mezzo

il regista Xavier Dolan

il regista Xavier Dolan

ll ragazzo Xavier Dolan, riccioluto e la faccetta da teen idol, ha 25 anni. È al suo quinto lungometraggio, al sesto film se si conta anche un corto, e diventa sempre più bravo. Anche un po’ allarmante, come tutti i talenti precoci che si portan dietro lo stigma della differenza, dell’eccellenza coatta, che ti chiedi dove mai possa arrivare continuando a questo ritmo. Sa girare da dio, in lui ogni dettaglio, anche il più trascurabile e periferico, diventa puro cinema, e ricordo nel suo film precedente a questo, Tom à la ferme, visto a Venezia, la banale ricerca di una chiave che si trasformava nella sua regia in pura, avvincente avventura (ebbene sì, alla Hitchcock). Questo ragazzo del Québec, madre canadese padre egiziano, gay dichiarato ma senza il cipiglio del militante lgbt barricadiero, sa fare cinema come pochi, sa costruire storie e dialoghi, sa mettere a punto personaggi stratificati e complessi come i due (anzi due più uno) di questo Mommy. Imprimendo un’energia, un’intensità, una rabbia buona e positiva che certo appartiene alla sua gioventù, ne è una dotazione ovvia, ma che lui transustanzia in occasione espressiva. Capace, Dolan, di cambiare marcia e registro velocissimamente, all’interno dello stesso film e da un film all’altro. Questo Mommy, un concitato corpo a corpo tra madre e figlio – lei Diane “Die”, lui Steve – nella più pura tradizione fusional-simbiotico-ombelicale di ogni narrativa edipica, è ad esempio molto diverso dalla atmosfere sospese, da cinema e teatro della minaccia, di Tom à la ferme, e anche questa mutevolezza è un altro segno certo di genio.Corpo a corpo mamma-figliolo, si diceva, che è strategia di conoscenza tattile, di comunicazione, oltre che di replica della stagione fetale, qualcosa che a me ha ricordato la meravigliosa Anne Bancroft di Anna dei miracoli alle prese con la sua ragazzina autistica. Pure qui c’è una patologia, anzi, uno dei quei comportanti fuori media oggi medicalizzati e codificati come malattie, la ADHD, la sindrome di iperattività e deficit d’attenzione. Ne soffre, o almeno i medici dicono che ne soffre, il diciassettenne o giù di lì Steve, frenetico, linguacciuto e parolacciaro, eternamente gesticolante e incontenibile. Una specie di rapper survoltato anche a scuola e in casa, con la madre. Lo vediamo all’inizio ricoverato, vediamo lei che lotta con lo staff medico per riportarselo e casa, quel figliolo che Die, vedova da qualche anno, si spupazza da sola, con fatica immensa, anche economica. Il dialogo iniziale tra i due dà il tono e la temperatura emotiva di tutto il film, sono una madre e un figlio che si amano immensamente fino a sfiorare l’incesto in quell’eccesso di confidenza e contatto corporei, che si amano urlandosi e anche detestandosi e facendosi del male, con parole brutali e sanguinose, insulti da gergo giovanil-metropolitano da parte di lui e di cinismo di chi ne ha viste di ogni da parte di lei. Qualcosa che al cinema recente s’è visto poco, una storia madre-figlio tiratissima e portata più volte al limite di esplosione, come se uno volesse saggiare dell’altro la resistenza, ma anche l’odio e la capacità di amare. Se il figlio è oltre ogni bordo di normalità, anche la madre lo è. Vitale e indomita, volgare di quella volgarità pop e camp da periferia metropolitana. Puro white trash. Si resta a bocca aperta per la sapienza con cui Dolan orchestra questo teatro e cinema à deux, questa partita di due esseri che si fagocitano e si sbranano per potere essere perennemente vicini, fusi uno nell’altra, perché il peggio, il vero schianto per entrambi, sarebbe la lontananza, la non-fusione, il distacco. Si pensa a Strindberg, ma anche al più melodrammatico e malato e torrido Tennesseee Williams. Dianne “Die” è prostrata dalla gestione di quel figlio che le prosciuga ogni energia, è spesso tentata di chiedere un aiuto, che vuol dire farlo ricoverare (siamo in un Canada prossimo venturo, nel 2015, in cui si immagina sia un vigore una legge che permetta in casi come questi di scaricare un figlio difficile in una struttura apposita). Steve non solo è violento quando è in crisi acuta, ma è anche pericoloso, Die con lui rischia più di una volta di essere aggredita, ferita, ammazzata. Ma è donna che non si arrende. Ancora bellissima, energica, è di quelle che fan paura agli uomini per come sono forti, resistenti, sboccate e aggressive come un maschio, e anche di più. Orgogliosa di se stessa e, nonostante tutto, di quel figlio mattoide. Il film, lo spettacolo costruito da Dolan, è questo, è il rollercoaster continuo, e a velocità pazzesca, del simbiotico confondersi tra i due, relazione sempre mobile e sempre, in fondo, uguale a se stessa. Si introdurrà in questa coppia una terza persona, una vicina balbuziente di nome Kyla, insegnante in anno sabbatico, che per Steve diventa l’incarnazione di una femminilità upper class, più elegante e chic di quella della madre. E a lei Steve incredibilmente si legherà, ne farà l’oggetto delle proprie fantasie sessuali, diventerà suo docile allievo quando Kyla deciderà di dargli ripetizioni per portarlo agli esami. Racontandolo, sembra un film abbastanza consueto. Ma è la regia di Dolan ad aggiungere valore e senso, a rendere cangiante e sempre nuovo anche il déjà-vu, a sbalordire, a disseminare di twist ogni sequenza, a tenderci agguati onde tenere desta e alta la nostra attenzione. Mommy dura quasi due ore e mezza, e mai per un momento si guarda l’orologio. Dolan ricorre perfino a un desueto formato vintage, l’1:1, un quadrato claustrofobico e reclusivo per meglio incapsulare i suoi personaggi, i corpi e le facce, e creare un ring dalla forma perfetta in cui si possano misurare ad armi pari. Rimaniamo continuamente sospesi, appesi, temendo che il film scivoli verso il punto della sua catastrofe, temendo la definitiva esplosione di violenza di Steve. Dolan sfrutta gli up and down, i picchi e le voragini dell’ADHD per costruire una tesissima macchina narrativa. Vi assicuro che in Mommy non c’è mai, mai, un passaggio banale, un momento risaputo, una parola artificiosa. Quando la madre immagina il futuro del suo complicato figliolo (è un sogno a occhi aperti, ma noi non lo sappiamo, lo scopriremo dopo) viene da commuoversi e, ebbene sì, di mettere mano al kleenex. Poi arriva una parte finale che è la cosa meno convincente, come se Dolan di fronte ai suoi personaggi, e alle proiezioni proprie, ai fantasmi di cui li ha caricati, non sapesse prender la giusta distanza. Peccato, è la parte stonata di un film eccellente e per tre quarti perfetto.


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