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Red Krokodil

Creato il 18 gennaio 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Red Krokodil

Anno: 2013

Distribuzione: Distribuzione Indipendente

Durata: 82′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Italia/USA

Regia: Domiziano Cristopharo

Data di uscita: 23 Gennaio 2013

 

Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzi tutto ricordarsi di se stessi. Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso quale può essere il loro valore?

Queste, le parole tratte da uno dei tanti insegnamenti di G. I. Gurdjieff, una delle guide e uno dei maestri più importanti dei nostri tempi. E questa di cui si parla ora, è una delle tante storie che riguardano l’essere umano, la sua coscienza e la perdita di essa. È possibile perdersi, e in differenti modi. Il potenziale cerebrale, spirituale ed emotivo che l’uomo ha a disposizione è davvero immenso e quindi rispettivamente immensi i modi in cui annientarlo o non esserne consapevoli. Attraverso le dipendenze, ad esempio, questo meccanismo di auto-distruzione prende forma concreta e ci mette inesorabilmente davanti al nostro limite trasformandolo da mentale a materiale, da astratto a reale, da pensiero ad azione. Un’ossessione, una delusione, un ostacolo diventa un vero e proprio tumore, si somatizza e ci si ammala. Non ha importanza di che tipo di dipendenza si tratti (droga, alcool, cibo, una persona amata che ci ha abbandonato o non ci corrisponde, gioco d’azzardo, sesso, narcisismo, male esistenziale…), il risultato è sempre il medesimo: uno stato profondo depressivo e alienante che ci separa dal mondo esterno. Il malessere, come una lente d’ingrandimento sopra di noi, ci osserva e ci fa sentire osservati e immobilizzati allo stesso tempo, imprigionati in una realtà oscura e sofferente. Smarrirsi è la conseguenza, ritrovarsi è indispensabile per continuare a vivere e, a volte – nonostante sia costato tanta fatica il raggiungimento di tale meta – non garantisce il lieto fine sperato. Molte domande, riflessioni e visioni scaturiscono durante e dopo la proiezione di Red Krokodil. Si entra immediatamente nel film in modo diretto, senza nessun inutile prologo o antefatto, trovandoci in un interno, buio e fatiscente, faccia a faccia con il viso scavato e il corpo martoriato di un giovane uomo che fa uso di una potentissima e terribile droga chiamata, appunto, Krokodil. Molto diffusa in Russia, viene “cucinata” addirittura in casa grazie alla facile reperibilità e al basso costo degli ingredienti che la compongono (codeina, benzene, fosforo rosso, ecc…) e costituisce un’alternativa più economica all’eroina, ma con effetti ancora più devastanti. La pelle si squama, si lacera, si manifestano flebiti invalidanti ed è quasi impossibile disintossicarsi e uscirne perché la morte si preannuncia certa già da dopo un paio d’anni dalla prima assunzione. Non sappiamo i motivi per cui questo giovane uomo è arrivato ad una “soluzione” tanto estrema come la Krokodil, non sappiamo nulla di lui, ma ascoltiamo la sua voce. Fuori campo. Una voce pensiero che proviene da un tempo in cui la sua mente, seppur tormentata, era ancora lucida e in grado di descrivere stati d’animo e sensazioni a lui vicine. In contrasto con esse, si alternano violente le immagini di solitudine e di dolore, le allucinazioni e gli incubi del protagonista che, disperato, è come se tentasse di comunicarci e spiegarci la sua caduta nell’abisso.

Il tentativo della regia di Domiziano Cristopharo (a molti noto in veste di autore horror, ma che approfondisce ed esprime la sua artisticità anche in altri campi, in veste di perfomer/attore, disegnatore – la bellissima locandina da lui disegnata ricorda lo stile di Alex Grey – , tatuatore, fotografo….) e la sua principale caratteristica positiva è proprio la comunicatività, che a tratti sembra (con)fondersi con alcuni aspetti della sua personalità stravagante. Quest’ultima, che però è pur sempre un tratto distintivo del suo lavoro, tende a sopprimere la verità della narrazione e la sua credibilità, cedendo il passo a scene oniriche, surreali, citazionistiche che distraggono dal contenuto e si soffermano di più sulla forma. Quello che davvero colpisce e tocca nel profondo, invece, è l’intenzione e la capacità di manipolare il materiale umano e artistico a disposizione, dando vita a un processo creativo complesso e coinvolgente. Ad esempio, pensare che questo film sia stato realizzato con pochi mezzi a disposizione e girato in circa 10 giorni, in 2 sole stanze e con un non-attore (il modello Brock Madson) che, per di più, stava rivivendo con questa interpretazione una sua esperienza passata di tossicodipendenza realmente vissuta…beh, questo non può che essere considerato vero cinema, voluto a tutti i costi e compiuto con amore, ambizione e un pizzico di follia. Una sorta di dottor Frankenstein con la sua creatura. Le considerazioni sulle scene di natura onirica e visionaria accennate prima, si riferiscono ad alcune scelte registiche che possono essere interpretate con diverse chiavi di lettura; alcune vacuamente esteriori, altre coraggiose, evocative e ricche. I momenti in cui il personaggio vive il suo sdoppiamento e si vede nella sua “versione” sana, sono particolarmente efficaci e suggestivi e sono accostati a meravigliose location naturali: montagne, deserti, foreste …dove l’essere umano sembra essersi ricongiunto con l’armonia dell’universo. Così come la visione di se stesso riflessa in un altro corpo, che si rivela essere di nuovo il suo, e che egli accarezza ed esplora quasi volendone scorgere i segreti. Tutto questo, in contrapposizione con la realtà squallida della sua condizione reale, le lacrime, il sangue, la masturbazione morbosa e la pelle putrefatta. Nei momenti più horror, ovvero nello sdoppiamento dell’Io “versione” malata, la visione pecca un po’ di mancanza di originalità: una presenza inquietante con una maschera da coniglio di carrolliana e lynchiana memoria, un’iconografia cristiana abbastanza prevedibile e una simbologia esoterica che meritava una maggiore messa a fuoco.

La colonna sonora di Alexander Cimini segue bene le atmosfere raccontate, dosando passaggi musicali sinfonici con sospiri, forti grida di vento ad elementi ambient e noise. Non essendoci dialoghi né monologhi all’interno del film, ma soltanto la voce pensiero lontana, la valutazione della colonna sonora è stata di sicuro centrale e studiata con attenzione, e infatti ha contribuito in maniera essenziale alla riuscita del film. Da non sottovalutare, quindi, anche la potenza e il suono delle parole, della sceneggiatura. Anche qui ci troviamo di fronte ad un’inusualità: non uno scrittore consumato, ma un ragazzo di soli 20 anni, napoletano, Francesco Scardone, che denota una spiccata sensibilità e delicatezza di linguaggio pur essendo così giovane. Per pochi istanti, inoltre, sorprendiamo il protagonista in un unico contatto proveniente dal mondo esterno: sentiamo una voce provenire dalla radio. Un mix di notizie filtrate dai media che riguardano la Storia della Russia: il disastro di Chernobyl e gli annunci di dichiarazione bellica nell’ultimo conflitto mondiale. Dalla finestra, nel momento finale in cui l’uomo è pronto per la guarigione e redenzione e, quindi, per la vita, il cielo si squarcia e appare l’enorme fungo atomico che riporta di nuovo tutto (sia l’esterno che l’interno) alla totale distruzione. Una metafora pessimistica o una spinta a riprendere in mano la propria vita a prescindere dalla crudeltà del mondo e dall’incedere spietato degli eventi? È Distribuzione Indipendente che accoglie e crede in questo progetto e trova diversi spazi presso le sale di tutta Italia (il film è stato girato in inglese e già presentato all’estero e ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al festival del cinema fantastico di Nizza) e promette un prezzo di biglietto ridotto per studenti e professori. Lodevole iniziativa, che potrebbe essere in grado di risvegliare ed educare all’arte, aprire le menti e combattere/prevenire crisi esistenziali, sociali e di vuoto cosmico.

Giovanna Ferrigno


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