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Ribelle, rossa e combattiva. Nuove principesse crescono.

Da Marypinagiuliaalessiafabiana

Se la tua bellezza farà ingelosire una donna potente, cerca protezione maschile: il tuo bel viso ti salverà, anche dopo che la tua scarsa intelligenza ti farà accettare una mela avvelenata da una orribile strega.
Per liberarti dalla schiavitù, non hai bisogno di coraggio, ma di un bel vestito e una scarpetta di cristallo.
Non hai bisogno di stare sveglia perché un uomo ti aiuti, figuriamoci se devi prendere un’iniziativa.
Per essere attraente, nessun cambiamento è troppo drastico: perdi la voce per un bel paio di gambe.
Se riuscirai, per una volta!, a salvare tu un uomo, una bestia, sarà solo grazie alla tua bellezza e sensualità.
Il tuo potere politico dipende da chi diverrà tuo marito. Se cercherai di ribellarti al matrimonio che tuo padre ti spinge a fare, scatenerai infiniti guai. Per fortuna un uomo arriverà a salvarti. E ti sposerà.
Da Biancaneve (1937) a Jasmine (1992), ecco cosa le principesse Disney hanno suggerito alle bambine per più di cinquant’anni, rispecchiando ciò che veniva loro insegnato a casa, a scuola, nei libri, poi in televisione.
Oggi nelle sale l’ultima fatica Pixar-Disney, “Ribelle – The Brave”, sembra interpretare la necessità contemporanea di nuove rappresentazioni.

“Ribelle” è la storia di Merida, principessa scozzese, arciera provetta, che vuole abbandonare il proprio destino di futura sposa e regina.
L’archetipo della ribelle, non è una novità assoluta per i film Disney: già in Pocahontas (1995) nonostante la storia d’amore fosse al centro del film, si abbandonava l’ happy ending romantico, mentre in Mulan (1998) la protagonista rifiutava l’educazione da brava ragazza in cerca di marito, camuffandosi da uomo per diventare una combattente.
Di nuovo in “Ribelle”, c’è la totale assenza di romanticismo e il fatto che non sia più necessario fingersi un uomo per rivendicare la propria autodeterminazione.
In più, Ribelle è un film d’animazione i cui conflitti si risolvono solo al femminile: mentre gli uomini si perdono in battaglie senza fine, le donne sbagliano, ridono, si amano e risolvono i conflitti.
Nel rapporto tra Merida e sua madre si legge forse ciò che questa nuova favola vuole dire alle bambine: sorellanza, collaborazione, fidatevi delle donne, vecchie e nuove.
Dubitando che la Disney, come qualsiasi altra multinazionale, possa essere considerata portavoce di emancipazione femminile, la diffusione di questo messaggio si lega chiaramente alla necessità dei produttori di consumo di interpretare gli umori del pubblico/consumatore medio, cercando di cavalcarne le necessità anche intellettuali. Oppure eludendole.
Durante gli anni ’60 -‘70, le principesse ad esempio scompaiono dall’immaginario Disneyano ( dopo “La bella addormentata” del 1959, “La Sirenetta” arriva solo nel 1989, trent’anni dopo ) lasciando il posto a gatti soriani e cani dalmata, animazioni dello stesso spirito conservatore borghese ma che riescono forse a svincolarsi dal confronto con il femminismo di quegli anni e simulare l’onesta bontà dei sentimenti che tranquillizzava il mercato.
Oggi le principesse inermi e in attesa di essere salvate, iniziano a non vendere più.
E allora già nel 2010, Rapunzel diventa la prima fiaba dei Grimm che la Disney riadatta in chiave meno reazionaria dell’originale: invece di aspettare di essere salvata, la protagonista evade dalla torre e prende in mano il suo destino.
Che gli interessi economici di induzione al consumo ( di biglietti del cinema, merchandising…) siano ciò che spinge a seguire il trend sociologico più diffuso, è indubbio.
Certo è che se il trend delle spettatrici ( anche più piccole ) ci porta verso una ragazzina dalla chioma rossa che arriva addirittura a lottare contro il padre pur di salvare la situazione e preferisce tirare con l’arco invece che indossare abiti regali e sedurre un uomo, forse qualcosa di cui rallegrarsi davanti allo schermo c’è.



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