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Ricordando josé saramago

Creato il 19 giugno 2010 da Letteratitudine

RICORDANDO JOSÉ SARAMAGOOggi, 18 giugno 2010, è morto José Saramago. È spirato nella sua casa di Lanzarote, a causa di una leucemia cronica. L’orologio segnava all’incirca le ore 13, quando se n’è andato. Accanto a lui, la moglie Pilar del Rio.

Del trapasso del grande scrittore portoghese, premio Nobel per la Letteratura, se ne sta discutendo un po’ ovunque.

Vorrei ricordarlo anche qui, a Letteratitudine. E vorrei farlo insieme a voi, con il vostro supporto.

Il lascito letterario di Saramago è enorme: una grandissima eredità, quella incastonata nei suoi testi.

RICORDANDO JOSÉ SARAMAGO
Fra i tanti, quello che ho amato di più è Cecità (il suo romanzo più celebre).

Un libro su come sarebbe il mondo se non vi fosse luce nei nostri occhi e nei nostri cuori. Un libro metaforico, che - nel buio - fa luce su noi stessi, sulle nostre meschinità, sulla nostra difficoltà a essere solidali.

Vorrei che ricordaste Saramago, lasciando un vostro pensiero… magari con riferimento alle sue opere o alla sua vita (o inserendo citazioni che vi hanno colpito).

Anche questo è condividere, per noi che amiamo i libri e la letteratura.

Vi ringrazio in anticipo.
Massimo Maugeri

P.s. di seguito, un articolo preso in prestito da La Stampa

Il mio generoso amico Saramago, un uomo agli albori dell’umanità

da La Stampa.it

di GIANCARLO DEPRETIS *
* Prof. Ordinario di Letteratura spagnola Università di Torino

A mezzogiorno di oggi, nel momento più luminoso della giornata, José ci ha dato l’ultimo saluto. Si è congedato silenziosamente da me e dall’altro suo amico il poeta Pablo Luis Ávila ammutolito e sicuramente sconcertato, lui che sorvolava oceani ritrovandosi in altre terre dove migliaia di uditori, aggruppati in teatri e sovente negli stadi, avvaloravano i suoi principi rigorosi e universali con grande umanità. Generosità umana, percepibile nei suoi scritti, ma che solo nell’intimità di una fraterna frequentazione può rivelarsi senza riserve a chi gli è stato amico da tanti anni: un’innocenza commovente che lo poneva agli albori dell’umanità.

José Saramago, ancor prima di cedere la sua corona d’alloro (sono sicuro che per lui si trattava della stessa corona di fieno alla quale alludeva Agostino d’Ippona) al premio Nobel, aveva da sempre battagliato con lucidità e passione, con i suoi romanzi ma anche con articoli, lezioni universitarie (qui a Torino, dove gli venne conferita la sua prima laurea honoris causa, nelle aule universitarie era di casa), testi pronunciati in congressi, per l’idea di libertà e giustizia in senso prammatico. Tropi e allegorie che vivacizzano i suoi scritti, traducevano direttamente il lettore o ascoltatore a riconoscersi nei grovigli grotteschi ed artificiosi della propria esistenza condizionata da spazi siderali oscuri. La storia, poi, non è altro che il presente con le sue iniquità e fraintendimenti ancora da sanare. Tuttavia non va interpretata la visione di José Saramago sotto un’angolatura pessimista. Pretende, al contrario, essere una confortante e lucida documentazione degli eventi umani e delle sue contraddizioni: uno specchio non deformante in cui guardarci per trovare possibili soluzioni.

Ricordo che ancor prima del fluire impetuoso dei suoi romanzi a partire dal 25 aprile del 1974, sebbene la loro gestazione fosse già in movimento, José Saramago aveva affidato le sue parabole portatrici di fantasia, compassione ed ironia al genere poetico dove già risultava comprensibile una realtà sempre sfuggente. Sono le raccolte Os poemas possíveis (1966) e Provavelmente alegria (1970) la cui antologizzazione in lingua italiana e spagnola, apparsa con il titolo Scolpire il verso (2002), sottolinea la comune vicinanza culturale dei poeti invitati a ri-crearsi con Saramago, un premio Nobel che si concesse in amicizia ad una piccola, anche se prestigiosa, casa editrice italiana. Tra questi poeti mi viene istintivo riprodurre il testo “io dico pietra” con l’eco della voce dell’amico Sanguineti: “io dico pietra, e dico questa pietra / e questo peso, e dico acqua, e la pallida / luce degli occhi vuoti, e i millenari / fanghi di rimembranze, e dico le ali / fulminate: io dico cose a caso: / e dico terra e guerra, e questo fondo, / e sole e cielo, io che dico messaggi, / e notte senza rotta, interminabile: / dico rami ritorti e ombrosi: io dico / pietra, ma pietra dentro, dove è cruda: / io dico tempo, corde, anima molle, / rose sgozzate: e dico morte: e dico / la mia faccia scomposta, rasa e rosa”. Individuata la pietra, per Saramago non è stato difficile scolpire la parola, l’invettiva, la cordialità e persino il silenzio. Grazie alle sue lezioni di etica solidale, la sua parola e il suo silenzio li portiamo nel cuore come una perenne presenza alla quale aggrapparci nei momenti di sconforto.


Tags: josé saramago

Scritto venerdì, 18 giugno 2010 alle 11:59 pm nella categoria INTERVENTI E APPROFONDIMENTI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.


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