Ricordi di scuola – 4

Creato il 22 luglio 2014 da Albix

In quell’anno scolastico 1964-1965, insieme al fiocco azzurro della classe quarta, noi della classe di ferro 1954, inaugurammo anche l’edificio delle nuove scuole elementari di via Vitale Matta.

La nostra nuova maestra si chiamava signora Soro (il nome di Battesimo non lo ricordo). Era una bella signora, non più giovanissima ma molto tenera e materna.

I ricordi di quell’anno scolastico sono legati soprattutto a due episodi.

Mi era stata regalata una confezione di  colori: 24 matite nuove di zecca, dal bianco al nero, passando per il quattro tonalità di verde e di azzurro, oltre, naturalmente, al rosso, all’arancio, al giallo e così via enumerando.

Li avevo messi sul banco con orgoglio.

C’era in classe, tra i tanti, un certo Carmelo, anche se tutti lo chiamavano “Cramelleddu”. Era un ragazzo, oggi lo intuisco, che di colori nuovi fiammanti come quelli, nella sua vita scolastica, forse  non ne aveva mai visti; o magari sì; non saprei. Quel che so per certo che a un certo momento, dopo essermi distratto a far non so che, mi accorgo che Cramelleddu si è impossessato di una manciata dei miei colori e, sbeffeggiandomi sardonico, si diletta a tentare di colorare un suo foglio bianco, spuntandomeli alla grande, uno per uno.

Scoppiai in lacrime, lamentandomi per il torto subìto. La maestra intervenne prontamente, facendo un sermoncino al mio compagno sul rispetto delle cose altrui e sulla necessità di chiedere il permesso al proprietario prima di utilizzarle.

Ho spesso ripensato a quell’episodio. Oggi mi vergogno di essere stato così egoista. Avrei dovuto gioire per il fatto che un mio compagno, sprovvisto del necessario, potesse divertirsi utilizzando i miei colori.

Caro, vecchio Cramelleddu, se per qualche miracolo della tecnologia informatica tu ti trovassi a leggere questo mio post, sappi che io, se potessi tornare, ti regalerei la metà dei miei colori; naturalmente a condizione che tu poi me li prestassi, al bisogno, e che non sghignazzassi con quel simpatico sorriso da canaglia che, a turno, avevamo stampato in viso in quei lontani giorni, prima che il boom economico ci facesse dimenticare il valore di una camera d’aria usata, di una tavola di legno, di cuscinetti dismessi e perfino di un cerchione da bicicletta  da spingere a rotta di collo con un corto bastone in mano.

Il secondo episodio è legato a una bicicletta: quella che non ho mai avuto (ne ho avuta una da grande, ma questa è un’altra storia); quella che i miei amici del paese avevano quasi tutti (magari dei genitori, di un fratello maggiore, di un nonno oppure, alla peggio, una da donna, della sorella o della mamma); quella per la quale sacrificavo tutte le mie paghette,  da cinquanta o  da cento lire, consegnandole a mia mamma che mi aveva promesso di comprarmela e che alla fine spese i miei soldi per l’acquisto dell’abito della prima Comunione (che allora, potenza dell’ignoranza giovanile, mi sembrava assai meno importante dell’agognata bicicletta).

Insomma si è capito che desideravo una bicicletta.

In attesa che le mie paghette pervenissero all’ammontare necessario per l’acquisto, la sera, una volta sbrigati i doveri scolastici, mi affacciavo sull’uscio che dava sulla strada.

Se davanti al negozio,  che allora era gestito da  mio fratello maggiore, notavo una bici appoggiata al marciapiedi, mi affacciavo con discrezione all’interno del negozio per capire che genere di contrattazione stesse svolgendo il cliente.

Se il proprietario (o la proprietaria)  della bici stava al banco di vendita (e non al banchetto da orologiaio che stava poco discosto dall’ingresso, sulla sinistra) allora potevo azzardarmi a montare sulla bici e farmi un giro veloce prima che la transazione fosse conclusa.

Mi andò sempre liscia,  fino a quando, una dannata sera, non incappai in una bici più alta e più difficile delle altre; altre volte ne avevo guidate di simili,  infilando una delle mie corte gambe da adolescente nel triangolo interno del telaio, ma questa volta, sarà stata l’agitazione, la vetustà della bici, o la durezza della catena, fatto sta che feci una rovinosa caduta, fratturandomi il braccio destro.

Forse la frattura mi risparmiò le punizioni corporali, che allora conseguivano a simili, adolescenziali sciocchezze ma un mese di gesso non me lo risparmiò nessuno.

La mia ingloriosa carriera di ciclista in erba naufragò così, dal marciapiede del mio paese, all’ospedale Marino di Cagliari.

A immemore ricordo conservo la foto della Prima Comunione nel mio elegante abito nuovo di zecca e con gesso al braccio. E forse la mia punizione fu doppia: una per avere preso la bici di straforo; l’altra per non avere prestato i colori a Cramelleddu (che comunque li usò al posto mio per tutto per tutto il tempo che portai il gesso al braccio).

E oggi ho capito perché mia madre non mi volle comprare più la bici; forse mi ha salvato da altre roivinose cadute, molto più pericolose di quella che ho raccontato.

Ah, se riuscissimo ad accettare di buon grado ciò che il Buon Dio ci manda, affidandoci a Lui, senza resisterGli (come io ho sempre fatto e tuttora faccio)! !! Molte cose che oggi ci sembrano brutte, forse ci apparirebbero da subito meno negative e drammatiche di come le viviamo invece, non accettandole come sconfitte e come parte dell’ineludibile porzione di sofferenze e contrarietà che la vita caina ci riserva un po’ a tutti.

E intanto i Mamas and Papas cantavano “California Dreaming”, Bob Dylan “Mr Tambourine Man” e, in Italia, Celentano “La Festa”, Gianni Morandi “Non son degno di te” mentre Nini Rosso eseguiva il suo magico “Silenzio” alla tromba. Nei cinema spopolava “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone”.


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