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RIFF, decima edizione: “Dear Alice” di Othman Karim

Creato il 26 marzo 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Le vite di quattro personaggi si incrociano nella Svezia contemporanea, raccontate dalla voce narrante di un emigrante che cerca di mantenere la propria famiglia (Danny Glover) tentando di rimanere a galla con la sua attività di commerciante di manufatti artigianali. Suo alter-ego un altro immigrato di origine africana (Peter Gardiner), cittadino modello, oramai svedese da molto tempo, ma ancora vittima di razzismo; sua moglie (Tuva Novotny), svedese di adozione, è messa nella sgradevole condizione di dover cambiare il cognome da sposata (Said) perchè “non si addice” allo studio per cui lavora, mentre uno storico conduttore televisivo da lei messo da parte è in piena crisi di mezza età e dà il peggio in ogni situazione.

Film di storie a incastri legati sul tema del razzismo che convergono in un incidente: non può che venire in mente Crash di Paul Haggis, ma questo film ha un’anima propria. Lo svedese ‘colored’ Othman Karim ci regala una storia sentita e, per questo, personalissima che, pur se girata con parametri e strutture da cinema americano, riesce a farci respirare la Svezia e le sue contraddizioni. Il paese, che il regista guarda attraverso gli occhi di un perfetto Danny Glover, è un posto freddo, asettico, in cui la comprensione, la solidarietà, il contatto umano sono sempre ostacolati quando non impossibili: ci si nasconde dentro le belle macchine e le abitazioni confortevoli, ma anche e soprattutto dietro un rispetto acritico delle regole e un’obbedienza cieca al proprio ruolo istituzionale. Una facciata abbastanza difficile da abbattere: un intenso Peter Gardiner deve vivere più volte sulla propria pelle i soprusi del razzismo per aprire gli occhi; razzismo che, come imparerà sua moglie, risiede in simboli apparentemente piccoli ma dal valore enorme, che proprio per la loro apparente insignificanza diventano ambiente.

La Svezia è la nazione con il più alto tasso di suicidi al mondo: Karim ci spiega perchè nel paese in cui tutto funziona come un orologio la gente smette di voler vivere. Morale abbastanza paradossale per noi italiani, abituati a trovare un’eccezione ad ogni regola quando non ce la scriviamo su misura.

Angelo Mozzetta


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