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Rimpianti e rimorsi

Da Davide

che tema, grazie davide, sai sempre entrare nel vivo delle “cose”.

proprio qualche settimana fa, scoprivo assieme ad un mio paziente, il “come” del rimorso. dopo aver esplorato il senso di alcune esperienze, sostenuto l’intenzionalità relazionale di alcuni “appelli alla relazione”, ovvero sintomi, siamo arrivati ad una intuizione per entrambi interessante.

si hanno ri-morsi quando non ci si è fidati di “addentare e masticare”, quando non c’è stato il coraggio di mordere fino in fondo la situazione.

concetto gestaltico della prima ora (F. Perls, “l’io, la fame e l’aggressività” ed. F. Angeli), il masticare, competenza correlata allo sviluppo dentale, ovvero la capacità di destrutturare i contenuti della realtà per assimilare il nutrimento di ciò che soddisfa il proprio bisogno ed alienare il superfluo, è diventato appunto il lavoro clinico esperienziale fatto con il paziente: addentare, prendere quello che si vuole, non accettare acriticamente la situazione, ma adattarsi creativamente appunto sentendo il proprio bisogno.

per non aver rimorsi, dunque, mordere fino in fondo, lasciare andare le paure, lasciarsi andare con prudente coraggio, alla danza della relazione, all’incontro tra persone, al contatto organismo-ambiente, all’ex-sistere.

il rimpianto, tocca un altro “tasto”, un’altra “corda”, che ha a che fare con il dolore.

si cerca di evitare il dolore, il disagio, e talvolta si inibisce l’emozione, la commozione. in terapia si impara ad attraversare l’ansia, l’angoscia, a solcare quel mare fatto talvolta di lacrime, e spesso la tensione si scioglie in quel pianto che libera nuova energia.

mi vien da dire, per non rin-piangere, si può imparare a piangere al momento opportuno, quando serve, quando libera.

state bene,

matteo.


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