RITORNO ai CAMPI dei PROFUGHI PALESTINESI in LIBANO

Creato il 12 giugno 2014 da Maria Carla Canta @mcc43_

mcc43

Profughi  in Libano 2014

 Ricordi, impressioni, apprendimenti

Il Ritorno

La parola più importante per i Palestinesi lo è stata nel 2014 anche per me. A distanza di quattro anni, è avvenuto il mio Ritorno in visita ai loro Campi Profughi nel Libano con la delegazione di  Un Ponte per , nell’ambito dell’iniziativa  Sulle rotte dell’Euromediterraneo.

Tornare per ritrovare quell’ atmosfera che non si dimentica e che lascia molti punti interrogativi… Il via vai indaffarato di certe stradine cessa di colpo appena si svolta in un cunicolo buio, non di rado percorso da un rigagnolo. Il chiasso liberatorio dei bambini che tornano da scuola, ma sullo sfondo i volti impassibili di anziani assorti nei ricordi. Nelle piccole botteghe  un volto di donna, tra pile di sacchetti e lattine, s’illumina con un sorriso che equivale al benvenuto nella sua casa, mentre da un locale di ritrovo uomini silenziosi osservano i passanti. Ogni espressione che si coglie nel piccolo universo dei  Campi è da decifrare, il sorriso lascia trasparire tristezza, l’impassibilità non riesce a nascondere  un punto interrogativo “chi sono questi … perché sono qui?”. E’ l’atmosfera che ricordavo cercando segnali di chiarezza, di miglioramento delle condizioni, ma no: la vita dei Profughi non migliora, il numero non diminuisce, lo spazio fisico e le risorse materiali si restringono perché qualcosa di terribile è accaduto nel frattempo. Ovunque, dopo le espressioni di benvenuto, la prima frase che ci veniva rivolta era “Adesso dobbiamo pensare anche ai Profughi siriani!”

I nuovi Profughi dalla Siria 

Secondo le stime  di Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC)  dalla Siria ogni 60 secondi una famiglia  fugge per salvarsi la vita e più di un milione di queste persone sono entrate in Libano. Molti sono i Siro-Palestinesi che come i loro padri e nonni rivivono l’angoscia della fuga, la povertà del presente, l’oscurità del futuro. Partner di Un Ponte per è Beit Aftal Assomoud (Bas), organizzazione palestinese per i Palestinesi che, tuttavia,  si prodiga per i nuovi arrivati senza distinzione, con una naturalezza di cui il sinonimo più calzante è fratellanza.  Khawla  del Campo di Al Buss ne dà la lettura: “Noi Palestinesi abbiamo subito tanta discriminazione in questo paese che non vogliamo praticarla verso gli altri” .

I numeri impressionanti del rifugismo siriano in Libano stanno alterando equilibri sociali già precari. L’estrema indigenza dei nuovi profughi è un affare: i datori di lavoro tagliano le retribuzioni innescando la ben nota guerra tra poveri, il caporalato dell’intermediazione lucra da entrambe le parti, il Governo seleziona gli ingressi manovrando la concessione dei visti o il loro rinnovo. Se l’aiuto urgente è il sostentamento di base, altrettanto lo è provvedere a che i bambini non siano costretti a lavorare per contribuire alla famiglia.
Vivere da profughi “di ultima generazione” è essere ultimi dopo gli ultimi.

Un giovane Siro-palestinese in una viuzza del Campo di Baalbeck, con un mazzetto di erbaggi raccolti chissà dove, stava in attesa di un compratore. Al nostro avvicinarsi si è tolto il berretto e si è stretto nelle spalle indicando il cestino del suo piccolo commercio; l’evidente imbarazzo denunciava un passato diverso, una professione perduta, una vita che ignorava un simile livello di povertà.
Nel campo di Bourj al Shamali abbiamo incontrato Iman, una donna arrivata dalla Siria con i suoi bambini dopo che una bomba le aveva ucciso il marito. Viveva in un garage costoso quanto un appartamento di lusso (doppiamente triste pensare che a esigere l’affitto eccessivo era un Palestinese del campo …) prossima a doverlo abbandonare perché senza lavoro e ormai senza denaro. La sua sola speranza  è che Bas le trovi una sistemazione.

   Chatila

Il primo campo che abbiamo visitato è stato Chatila, perché è un simbolo degli orrori della guerra civile libanese e perché quasi non stacca dalla città di Beirut.  I mendicanti… tanti, molti più della volta scorsa. Una bambina curva su un mucchio di rifiuti rovistava cercando indumenti, ma talvolta i luoghi raccontano il degrado tanto quanto i gesti delle persone. Il Cimitero dei Martiri, dove sono sepolte le vittime del massacro perpetrato dalle falangi di Hobeika, sotto lo sguardo benevolo di Ariel Sharon nel 1982, nel mio ricordo era una distesa erbosa dignitosamente curata, delimitata da gigantografie con le immagini del massacro e scritte esplicative. [video del 2010]

Oggi i cartelloni sono strappati o scomparsi, il prato è trascurato, l’erba stentata, una parte dello spazio è occupata da un misero bivacco. Un gruppo di oche passeggiava intorno a noi mentre la social worker di Bas, Jamila, una sopravvissuta al massacro,  ci raccontava le difficoltà di Chatila in questi tempi di esodo dalla Siria.
Chiedo la ragione di questa trascuratezza del Cimitero a Zohour  l’altra straordinaria social worker di Chatila: “ Qui è Libano!” risponde. Spiega che, esterno al perimetro del campo, il Cimitero è di esclusiva competenza dell’amministrazione libanese che nei fatti se ne occupa solo in prossimità delle ricorrenze. “E’ già molto, aggiunge, aver ottenuto che sia recintato e vietato a ogni altro uso, invece di servire per qualsiasi altra cosa come succedeva prima” poi, indicando le intelaiature di legno private delle gigantografie, sussurra “ Hezbollah ha detto che le farà rimettere….” . E’ possibile. In fondo è il partito che nella sua agenda politica conserva la Questione Palestinese.

Aver nominato Hezbollah riporta Zohour al presente: l’elezione del nuovo Presidente del Libano. Allora scuote la testa, si chiede come sia possibile che qualcuno voti per Samir Geagea, l’uomo che ai tempi del massacro era fra i capi delle sanguinarie Falangi Maronite.
A posteriori mi rendo conto che Zohour  e Aziza, una social worker di Baalbek, sono state le uniche donne da cui ho ascoltato dei commenti politici. Con disagio, pero’, avevo ascoltato a Baalbeck l’orgogliosa rivendicazione “Qui abbiamo una sola moschea, per noi [Sunniti] , gli altri [Sciiti] vadano fuori a pregare“.  Le fratture politiche si mescolano a quelle religiose: Hamas che governa Gaza fa accordi con l’Iran sciita e viene finanziato in funzione anti-Israele, mentre la stragrande maggioranza della diaspora palestinese guarda a Ramallah, West Bank, dove governa l’ANP, sostenuta dalla Lega Araba, che con Israele tratta per la pace.

Di quale tempo parla, padre, questa donna? Il Campo di Chatila è diventato il campo dei video. Le cassette vanno di casa in casa, la gente si siede davanti alla Tv. Ricordano e raccontano. Raccontano quel che non vedono, costruiscono paesi con le immagini del paese. **

Bambini

Un Ponte per è partner di Bas nel settore dell’educazione scolastica e questo ha permesso di avere al riguardo un quadro esauriente. Abbiamo visitato classi, incontrato scolaresche e insegnanti, siamo stati introdotti a momenti creativi. I laboratori dove le assistenti di Bas insegnano ricamo alle ragazze che hanno completato la scuola, lavori che rappresentano una piccola ma importante entrata, o le classi dove le insegnanti guidano i bambini alla creazione di oggetti, con un occhio particolare agli usi e alle tradizioni della terra palestinese. Al Campo di Bourj Al Shamali si dà grande importanza alla musica; vi ho ritrovato lo straordinario gruppo delle cornamuse, con il privilegio di un’esecuzione privata da questi giovani che, quando riescono a ottenere il visto , si esibiscono anche all’estero.

Nel campo di Bourj al Barajneh, in un afoso sottotetto, due classi di piccoli attori provavano una recita a soggetto: l’incursione dei soldati israeliani in un oliveto e le reazioni dei contadini per difendere gli alberi… “Giusto introdurre così presto al conflitto israelo-palestinese?” è spontaneo chiedersi. Mi rispondo di sì. Stabilisce una connessione con la propria storia famigliare, è una possibilità di comprendere i racconti dei nonni, è un mezzo per sentirsi in collegamento con i bambini che in Palestina vivono, ma nel modo tormentato della West Bank.

In ogni campo, la medesima sottolineatura: classi di recupero per i bambini siriani.
Si tratta di colmare un divario, gli elementi base della lingua inglese per esempio, e raccordare la loro istruzione precedente ai programmi delle scuole Unrwa, l’organizzazione dell’Onu titolare dei programmi dell’istruzione dei Profughi Palestinesi. Recupero scolastico per un bambino è anche recupero di dignità personale, di ampliamento della socialità e, credo, una terapia della fiducia nella vita che le vicende del conflitto hanno messo duramente alla prova.


Se i Campi come Chatila e Bourj al Barajneh sono in condizioni degradate, altri campi si snodano in spazi meno angusti e la Natura è più vicina, come a Beddawi e Baalbeck. Apprendo l’importanza della logistica sul futuro delle prossime generazioni palestinesi da una social worker che racconta di un’indagine condotta attraverso test e disegni. E’ emerso che i bimbi dei Campi dove nelle vie non arrivano i raggi del sole (l’impossibilità di estendere il campo in larghezza costringe a elevare le case fino a che queste ombreggiano le strade in ogni stagione) usano colori scuri o fanno disegni monocromatici, a differenza delle scelte di colori vari e vivaci dei bimbi di altri Campi e questo indica uno stato emotivo e uno sviluppo intellettuale diverso.
E’ un’altra delle tante artificiose divisioni introdotte nella diaspora palestinese. “Siamo come barche che navigano controcorrente” dice Abu Wassim, responsabile di Bourj Al Shamali , illustrando le difficoltà da superare per dare ai bambini e ai giovani il sostegno culturale e anche psicologico di cui necessitano.
Nel vicino Centro di Al Buss si svolge un programma specifico per quelli che soffrono di difficoltà di apprendimento o vivono un disagio psicologico. Mental Health Program si chiama e ha una competenza estesa da zero a diciotto anni. Khawla Khalef, la direttrice ce lo illustra: il disagio più diffuso (in tutti i campi  profughi e tutte le età) è la depressione, ma sono frequenti i casi di autismo, anche di epilessia mi dicono a Bourj Al Barajneh. Il programma, avanzatissimo, spazia dalla terapia cognitiva alla psichiatria e prevede il coinvolgimento delle famiglie. Spesso si tratta di aiutare i genitori a modificare le proprie reazioni affinché possano meglio educare i figli. L’importanza di questo Centro si estende sorprendentemente oltre l’aspetto terapeutico in sé: rende possibile linguisticamente l’accesso alle cure perché la psichiatria libanese si serve prevalentemente della lingua francese, che le famiglie palestinesi generalmente non conoscono.

Sentirsi Palestinesi

I Palestinesi costituiscono  La Diaspora più numerosa e frammentata , vivono sparsi nei campi di vari paesi del Medio Oriente in un’ampia gamma di condizioni materiali, di diritti, di possibilità di movimento. E non si dimentichino quelli emigrati in Occidente.
Che cosa permette – a oltre sessant’anni dalla Nakba - a quelle generazioni che ricordano il sibilo del vento sui campi coltivati della Galilea e a quelle cresciute in un soffocante campo profughi di sentirsi tuttora un popolo? Un Diritto.
I Palestinesi restano un popolo con un’identità, una storia, una memoria comune perché mantengono il vincolo del Diritto al Ritorno in Palestina che anche la Risoluzione Onu n.194 dell’11 dicembre 1948 riconosce.
Gioca ambiguamente, il Libano, con questo Diritto per tenerli emarginati e sfruttabili. Non sarebbero, infatti, praticamente inconciliabili la possibilità di vivere in quel paese godendo di diritti civili e il progetto del futuro ritorno in uno stato palestinese, ma in Libano la società è ingessata in “quote confessionali”.  I Profughi rimasti segregati nei Campi sono nella quasi totalità Sunniti con una minoritaria componente Sciita (i profughi cristiani arrivati nel ’48 avevano facilmente ottenuto la nazionalità). Un loro maggiore inserimento nel tessuto sociale altererebbe gli equilibri a sfavore dei Cristiani Maroniti, la seconda confessione del paese.

Il progetto Euromediterraneo ha preso le mosse dalla Carta di Lampedusa con lo scopo di arrivare a una migliore conoscenza delle migrazioni nei luoghi simbolo che stanno ai confini dell’Europa. In quest’ambito, la delegazione di Un Ponte per… e di Yabasta costituiva la Carovana Libano che si è mossa in concomitanza con le Carovane in Turchia e in Tunisia.
Nello spirito di questo progetto abbiamo preso contatto, oltre che con giornalisti come Lorenzo Trombetta che in Libano vive, con varie organizzazioni di Beirut che si occupano di assistenza ai profughi o che sono espressione della comunità palestinese. L’organizzazione giovanile Ajial con sede a Beirut  è nata nel 1998 per dare uno spazio ai giovani palestinesi dove potersi esprimersi e organizzarsi al di fuori delle tradizionali affiliazioni politiche. Capisaldi dell’attività: favorire l’arricchimento culturale dei bambini e la conservazione delle tradizioni, anche artistiche, della Palestina. Il responsabile, Rabih Salah, ha raccontato le difficoltà pratiche e l’esigenza ampiamente sentita degli inizi dell’associazione. Anche Ajial dà aiuto ai Siro-Palestinesi, anche Ajial coltiva il Diritto al Ritorno e lì abbiamo incontrato Salah Salah, il Presidente del Comitato per i Rifugiati del Consiglio Nazionale Palestinese. 

E’ niente l’attesa? Mi stai prendendo in giro? L’attesa è tutto;la nostra vita è trascorsa nell’attesa e tu vieni a dirmi che è niente?Cosa vuoi fare? Sciupare il senso della nostra vita?**

Momenti personali: i Sostegni a distanza

Bas e Un Ponte per … consentono un collegamento personale fra chi sostiene a distanza e il bambino destinatario del sostegno. Paola Robino Rizet è la responsabile italiana del programma e in collaborazione con la coordinatrice di Bas, Fatima Khaizaran, ha organizzato gli incontri. Con autentica gioia ne ho potuto usufruire ampiamente incontrando anche una ragazza sostenuta in passato, già conosciuta nel viaggio del 2010. Questi contatti mettono a confronto con situazioni limite che sono un pugno nello stomaco perché molti ragazzi sono orfani di un genitore o hanno in famiglia un malato di cancro (l’incidenza di questa malattia fra i Profughi è spaventosamente alta) .
Ha dodici anni M. dai capelli corvini e vive in uno dei campi più difficili. E’ timida, silenziosa, emotivamente provata dalla condizione del padre paralizzato per una caduta dal sesto piano durante il lavoro, molto  triste avendo dovuto lasciare la scuola per aiutare la madre a prendersi cura di lui e del fratellino. Racconta F.S., la social worker del Campo che sprizza coraggio ed energia, che la famiglia di M. è in estrema povertà. Stanno per prendere possesso di un’abitazione al pianterreno affinché il padre possa, perlomeno, a circa dieci anni dall’incidente essere indipendente nell’uscire di casa. Questo grazie a Bas e, abbracciando M., F.S. aggiunge soddisfatta che si sta anche adoperando per inserirla in una classe di recupero, così da farle riprendere gli studi.
In un Campo del nord,  H. e F. sono accomunate dalla grazia e dall’amicizia, nonostante i cinque anni di differenza d’età; sono diversissime, invece, nel temperamento. Mite e silenziosa H. dal velo nero, è da molto tempo orfana di padre e la mamma ha varie traversie di salute alle spalle; è uscita dal programma scolastico racconta J.A., la social worker che la seguiva, e ora frequenta un corso professionale. Estroversa e disinvolta, invece F. dagli occhi ammalianti, accompagnata dalla madre – che sembra una sorella maggiore per la somiglianza e per l’intesa che si intuisce fra loro – e Y. N., la social worker, parla con entusiasmo del suo rendimento scolastico, effettivamente F. possiede un inglese più fluente di quanto ci si può aspettare da una dodicenne. La circostanza di ritrovare in questo Campo le social worker che già conoscevo ha creato fra tutte noi un’allegra famigliarità e spero questo servirà a rinsaldare ulteriormente l’amicizia fra le due ragazze.

Suppongo che per gli organizzatori, italiani e locali, sia una soddisfazione dare una prova evidente che l’attività promessa viene effettivamente realizzata, mentre a livello personale gli incontri sono un’esperienza emozionante, ma questo mio “ritorno” mi ha permesso di intuirne anche un precedentemente insospettato aspetto problematico. Noi, stranieri, arriviamo sul posto mossi dal desiderio di incontrare i “nostri” bambini e troviamo ingenuamente naturale che ciò accada. Non ci soffermiamo a considerare che il loro piacere di incontrare noi è certo avvertito dai bambini estroversi e curiosi, ma non da tutti o dalle famiglie. Alcuni si sentono a disagio, ritrosi alla prospettiva di mostrarsi agli sconosciuti “sostenitori”, che sono figure sbiadite dietro le presenze reali dei social worker e dei dirigenti di Bas. Mi sono resa conto osservando casi diversi dal mio che non si devono coltivare aspettative. In definitiva, sono i bambini disponibili a incontrare i sostenitori a meritare molta gratitudine. Sarà lo stato d’animo con cui partire, se avverrà inscialla  un terzo Ritorno.

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** da La Porta del Sole di Elias Khuri

Playlist dei  video dei Campi in Libano

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