RotterdamFilmFestival Daily. I film che ho visto sabato 24 gennaio 2015

Creato il 25 gennaio 2015 da Luigilocatelli

Valedictorian (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

Fort Buchanan (Photo credit: International Film Festival Rotterdam)

1) La mujer de los perros (Dog Lady) di Laura Citarella e Veronica Llinas. Sezione Tiger Awards Competition. Voto 7+
Argentina. In una qualche parte di una pianura ai bordi di un piccolo centro, una donna si è ritirata a vivere una vita semiselvaggia, insieme con una muta di cani: la sua famiglia. Cani che la amano e lei ama. Mi aspettavo un tremendissimo film di stracci e squallore su una canara pazza, uno di quei docu su esistenze al limite del subumano che tanto piacciono ai festival e alle platee politicamente corrette sempre pronto a indignarsi e/o commuoversi per disagi di vario tipo. Invece questo film, che si muove sul solito ambiguo crinale tra documentario e fictionalizzazione (quanto c’è di vero? quanto di falso? quanto di vero ricostruito?), non ricatta lo spettatore, semplicemente mostra e racconta. Firmato da due signore, di cui una è anche la protagonista, e ci si chiede se sia un’attrice o sia davvero una dog lady, e se questa sia proprio la sua vita. Girato in stile doc etnografico di una volta, osservando, registrando, mostrando impassibilmente, come di fronte a un caso clinico o un’esperienza antropologica. Ma costruendo, per nostra fortuna, anche una narrazione, scandita secondo le varie stagione. Duro autunno, durissimo inverno. Con la signora coperta di stracci che cerca di sopravvivere come può, anche rubando un po’ di pasta in qualche casa, o i ceri da una chiesa, per iluminare e se necessario riscaldare la sua povera tana di cellophan e materiale riciclato. Poi col sole e la bella stagione le cose migliorano, c’è puro un inontro d’amore con un poeta vagabondo. Finale apertissimo, sospeso tra dramma e no. Stile forte, in questo film di una cinematografia ormai fortissima autorialmente come quella argentina. Lunghi piani sequenza, campi lunghi alternati a piani primissimi e indagatori. E la protagonista che non parla mai, una muta presenza su cui si addensa il mistero. Fortunatamente non ci viene detto niente del suo passato, del perché sia finita così, ogni predica sociologistica, ogni giustificazionismo ci viene risparmiato. Anche per questo La signora dei cani è un film notevole. Potrebbe vincere l’Hivos Tiger Award.
2) Le Paradis di Alain Cavalier. Francia. Sezione Spctrum. Voto 7
La libertà dei vecchi. Che non hanno più niente da dimostrare a nessuno, nemmeno a se stessi, che hanno dato e hanno avuto, e possono permettersi di fare quel che vogliono e che ai più giovani è precluso. Jean-Luc Godard a 84 anni si è concesso il lusso di girare uno dei film-evento del 2014, Adieu au language, riverito in ogni parte del mondo, fregandosene di ogni vincolo e convenzione non solo economici, ma pure narrativi. Alain Cavalier, suo coetaneo, piccolo grande maestro del cinema francese (memorabili almeno L’insoumis sulla guerra d’Algeria e Thérèse), e svizzero di nascita come Godard, realizza un film personalissimo, un home-movie, in cui, usando assai bene le nuove tecnologie e riducendo il budget quasi a zero, realizza in una sua casa di campagna, mi pare in Normandia, una specie di diario in cui mescola pensieri, percorsi nella memoria, citazioni dai Vangeli e dall’Odissea, interviste a ragazzi che hanno sessannt’anni meno di lui. Erraticamente. Senza un progetto narrativo forte. Creando immagini e visioni con niente, oggettistica bon marché, un robottino, una paperetta, e varie trouvailles, e cose disseminate in casa. Si parte con un piccolo pavone neonato che muore e vien divorato dalle bestie del bosco. Lì Cavalier farà costruire da un suo devoto, giovane assistente una piccola tomba, tre chiodi intrecciati sopra un sasso e conficcati nel terreno. Passano le stagioni, tutto scorre, in voice over Cavalier, senza mai mostrarsi, parla di vita e di morte, e di religione, con leggerezza e perfino ironia. Una lezione di cinema, e non solo. Inserito dai Cahiers du Cinéma tra i dieci migliori film del 2014. Amatissimo da quasi tutta la critica francese, LesInrocks e Libé compresi. Quel che convince meno è la visualità, Cavalier che cerca di creare forme pure, forme-design di una modernità ormai vecchissima e decrepita. Per non parlare di quando un ramo spezzato funge da crocefisso, in un poverismo e radicalismo-brutalismo estetico che ricorda un po’ troppo sinistramente certi tremendi avanguardismi delle chiese anni Cinquanta e Sessanta. Va molto meglio quando la camera vaga libera a catturare le persone, i loro gesti, e la natura intorno.
3) Valedictorian di Matthew Yaeger. Sezione Bright Future. Voto 6 e mezzo
Un film in perfetto Sundance style (del genere più cool e elegante) approdato invece qua a Rotterdam in prima mondiale, proprio mentre dall’altra pate del mondo si svolge il nuovo Sundance. Annunciato come il ritratto della generazione hipster newyorkese anzi, che dico, broccolina, ché lì è il suo epicentro e l’origine, come istantanea del vuoto in cui sarebbe immersa, e invece rivelatosi tutt’altra cosa, parecchio meglio. Mi aspettavo cose fighette e coolissime e modaiolissime, barbette e cappellucci e pantaloni skinny, insomma tutte quelle robacce che associamo ormai alla hipster culture. Invece questa è la storia di Ben, un trentenne-e-qualcosa della meglio gioventù newyorkese, casa assai chic con arredi di gusto squisito, una bella fidanzata, un buon lavoro. Feste su terrazze con vista sui più fighi grattacieli dell’universo. Serate a suonare con gli amici. Il nostro avrebbe tutto, ma lo spleen lo corrode, lo illanguidisce. Man mano si isola, lascia il lavoro, vende le sue cose, scompare. Per riapparire diverso nell’aspetto, più sciupato, trasandato e più vero, in un’altra parte della città, tra sconosciuti, e forse anche cambiato dentro. Un piccolissimo San Francesco che rinuncia alle pompe della sua calda cuccia e si inabissa chissà dove. Niente di speciale, intendiamoci. Ma un film onesto, pulito, che non strafà, che non promette più di quel che può mantenere. Minimalista nel senso più serio. Impaginato con eleganza e un gelido distacco che cerca di rendere il senso di vuoto, o se preferite l’alienazione di certa gente e certo mondo. Mica per niente vedendolo si pensa ogni tanto a Antonioni. Restiamo in attesa del prossimo film di Matthew Yaeger, chissà mai che nasca un autore.
4) Eden di Mia Hansen Løve. Sezione LimeLight. Voto tra il 6 e il 7
Lo inseguivo da un bel po’, essendo Eden uno di quelle cose che-bisogna-assolutamente-vedere di cui si parla e straparla, e finalmente eccolo qui a Rotterdam. A dirla tutta, non mi aspettavo grandi cose. Sarà che, dopo aver visto il flebile e sopravvalutatissimo Un amore di gioventù, non mi considero di sicuro un fan della sua regista Mia Hansen-Løve. Autrice che comunque gode di ottimo credito e supporto nella sua Parigi, da parte sprattutto dei media, virtuali e cartacei, più cool (si dirà ancora branché? mah). Nonostante il mio ben radicato pregiudizio nei confronti della giovane signora, devo ammettere che Eden non è niente male, benché non proprio riuscito. Fluviale (due ore e un quarto: troppo) ricostruzione – dai primi anni Novanta al 2008 – dei migliori e peggiori anni nella vita di Paul, dj di quella musica elettronica che proprio in Francia ha avuto e continua ad avere una sua variante di peso (la chiamavano un paio di decadi fa French touch). Lui e i suoi amici, la radio in cui comincia a lavorare nei primi Novanta (ed è ancora tutto un trionfo di vinile), i primi successi con la garage music nei club, poi la consacrazione se non planetaria certo international con la trasferta a New York a lavorare al PS1, diramazione giovanilistica e fichissima del Moma. Massì, il ritratto di una generazione nata e cresciuta intorno a quella musica, scatenata, popolare ma non dozzinale, anzi sofisticata parecchio. Musica come linguaggio, come espressione dello zeitgeist, come esplorazione del nuovo, anche del dentro di sé. Paul raggiunge un successo grandeo, anche se i soldi restan sempre pochi e deve continuare a chiederli a mamma, poi comincia con gli anni Duemila il declino. La sua garage suona vecchiotta (” la musica che fanno a quel locale lesbico, quella ci vorrebbe” gli dicono), gli si chiedono altre cose, la compagnia di vari creativi s’è dispersa e spappolata, un amico si è suicidato, lui si riduce a fare il dj per party di compleanno dei petrolieri del golfo. Ascesa e caduta. Un classicissimo Addio giovinezza, con un eterno mai-cresciuto cui a un certo punto la vita comincia a presentare i conti, e che dall’adolescenzismo senza fine è costretto a uscire dalla forza delle cose. Storia di Paul che pretende di essere storia di una generazione, e che è anche quella delle sue tante donne (il ragazzo, benché non strafighissimo, ci ha sempre le più belle intorno, dev’essere il fascino del diggei, e la più simpatica studia teologia). Mia Hansen-Løve, che ha scritto la sceneggiatura insieme al fratello Steve – pare un esperto di quel mondo, quel suono, quel periodo -, mette in scena correttamente e con bella partecipazione e naturalezza questo racconto di un ragazzo che è tanti ragazzi, un racconto singolare e insieme corale, di un ambiente, di un’epoca, di una città. Ma, bon chic-bon genre com’è, e così intimamente borghese-parigina (e non è mica un insulto, intendiamoci), Hansen-Løve depura di ogni possibile maledettismo questa piccola epopea. Quel madettismo che si accompagna sempre alle star della musica, che ne è consustanziale. Sì, il suo Paul, come tutti gli altri,  si strafà di cocaina e ne diventa dipendente, ma non perde mai l’aria di ragazzo educato e assai chic, e anche quando si droga lo fa educatamente, ed educatamente ha le sue crisi da junkie. Con quei cashmerini slavati e un filo consunti addosso che sono la divisa del vero giovine gentiluomo, soprattutto parigino (ma pure milanese, se è per questo). Mia Hansen Løve riduce tutto a se stessa, alla sua sensibilità, sloggiando da Eden ogni demone e ogni elemento davvero perturbante. I rave che ci mostra sono i più composti e bon ton e signorili che si siano mai visti, e non solo al cinema. Il mondo dei dj e dei music club resta per lei un mondo di bravi e talentuosi ragazzi che cadono spesso in tentazione, ma senza mai distruggersi davvero, senza mai bruciarsi. Con attori – a partire dal protagonista – dall’aria aristocraticamente qualunque, con corpi non palestrati e di nobile pallore, altro che il buzzurrame imperante. E vedendoli non si può non pensare a tante creature angelicate pur nelle loro cadute dei film di Bresson o di Rohmer. Ecco, Mia Hansen-Løve è quell’ambiente, quello stile. E ci si chiede cosa mai abbia deciso di misurarsi proprio con la garage music. Interessante la ricostruzione primi anni Novanta, quando ancora c’era il vinile, e nelle case dei ragazzi c’erano libri veri, e si disegnava sui taccuini e non con la computer graphic. Si vedono i Duft Punk degli albori, puntualmente non riconosciuti e bloccati all’ingresso dai buttadentro. Più Greta Gerwig in partecipazione speciale come una delle tante donne di Paul, ed è sempre un piacere vederla.
5) Fort Buchanan di Benjamin Crotty. Sezione Bright Future. Voto 7 e mezzo
Ecco, puro camp. Camp per così dire teorico. Già dato a Locarno (dove me l’ero perso), ma giustamente riapprodato qui a Rotterdam, dove il regista (francese) Benjamin Crotty aveva presentato qualche tempo fa un corto che è poi diventato la cellula staminale di questo film. Camp, dicevo. Il giovane Crotty prende i modi e la lingua, e i cliché narrativi, delle soap operas, per deturnarli abbastanza genialmente in un universo fortemente gay, con uomini sposati a uomini, con donne che amano uomini ma anche donne, e passioni torride e passioni spente, e tradimenti e fedeltà eroiche. E sullo sfondo il forte degli uomini-soldati, oggetto di tutte le chiacchiere e tutti i desideri, e di ogni fantasia erotica. Roger è un brav’uomo sposato da 18 anni con Frank, il quale però, dislocato a Gibuti nella Légion, da mesi e mesi non si fa sentire, e il buon Roger illanguidisce, teme di averlo perduto. A complicare le cose ci sono i malumori e le tempeste adolescenziali di cui è preda la figlia adottiva, una specie di morphing tra Léa Seydoux e la rampolla obesa di Divine. Accanto a Roger ci son delle signore vicine e amiche, donne che i militari li amano o li hanno amati, e anche sposati. E c’è un boxeur che ha lasciato il violento marito Patrick (“mi piacchiava, per questo ho imparato a boxare: per difendermi”), ma ancora lo ama. Detta così sembra una connerie, invece vi garantisco che il film funziona benissimo. A poco a poco ci si affeziona al buon Roger (che alla fine diventa pure nonno, un nonno sempre giovanile e piacente) e al coro intorno a lui. La finzione così sottolineata dal regista, così smaccatamente esibita, si rovescia paradossalmente in un veicolo di realtà. E senza quasi rendercene conto finiamo col credere ai personaggi e alle loro storie. Scene gay poche e molto sobrie.


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