Rubrica - Manga Weird: "Dorohedoro - Caccia allo stregone" di Q Hayashida

Creato il 04 marzo 2015 da Letteratura Horror @RedazioneLH
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Pubblicato Wednesday, 04 March 2015 08:00
Scritto da Davide Tarquini
"Dorohedoro - Caccia allo stregone" di Q Hayashida è il manga che inaugura la nuova rubrica "Managa Weird" a cura di Davide Tarquini
“Da quanto è nato, per più di un secolo è stato disprezzato e sottovalutato, ma dopo tante battaglie, oggi il fumetto è finalmente considerato la nona arte. La settima sono gli oggetti in pasta di sale. L’ottava è il rutto parlato.”
Rat-Man, di Leo Ortolani.
Considerato ormai a tutti gli effetti la nona arte, il fumetto continua funambolicamente ad avanzare lungo il filo che lo divide tra l’opera d’arte e il prodotto di semplice intrattenimento. Se da una parte c’è il riconoscimento del valore artistico di Hugo Pratt, Moebius, Art Spiegelman, Enki Bilal, Andrea Pazienza, Gipi, Katsuhiro Ōtomo, Jack Kirby, solo per citare alcuni maestri, dall’altra si tende a considerare il fumetto come un genere per adolescenti o per adulti strampalati cresciuti a suon di videogiochi e Star Trek. In Italia il fumetto nipponico (identificato come manga, parola che in realtà viene usata in Giappone per indicare il fumetto in generale) soffre ancora di più della reputazione di prodotto “per bambini”, soprattutto per via della stretta parentela che lo lega al cartone animato giapponese (o anime, stesso discorso di sopra). Quest’ultimo viene trasmesso sin dagli anni ’80 secondo una logica di mercato indirizzata verso un pubblico giovane, nonostante i tagli e le censure che deve subire proprio per poter rispettare determinati canoni di linguaggio e di contenuto ritenuti inappropriati per un pubblico di minori.
Dopo questo preambolo può sembrare fuori luogo lo specificare che l’illuminazione mi è giunta mentre ero seduto sulla tazza del cesso a sfogliare il diciannovesimo volume di Dorohedoro. Eppure è proprio grazie al formicolio che mi addormentava pian piano le gambe che tutto è stato più chiaro: dovevo proporre alla redazione di Letteratura Horror una rubrica-vetrina che presentasse volta per volta un manga dalla tematica horror, fantascientifica o fantasy (insomma weird). Ringrazio a tal proposito la redazione per l’entusiasmo e la fiducia con la quale è stata subito accettata la mia proposta.
È proprio Dorohedoro la mia prima proposta: un’opera pazza, avvincente e profonda, forse poco conosciuta rispetto ad altre eppure amata incondizionatamente da chi l’ha letta, scritta e disegnata dalla mangaka Q Hayashida, la quale ci sta regalando una delle più belle storie di questo inizio secolo.
LA STORIA - La vicenda ruota intorno la crisi d’identitàdi Cayman, un ragazzotto non proprio brillante e sempre affamato, che, oltre a non ricordare niente del suo passato, si ritrova al posto della propria testa quella di un grosso lucertolone. Come se non bastasse, dentro questa testa vive un uomo misterioso, l’unico in grado di riconoscere l’identità dello stregone colpevole della maledizione. Eh già, questo perché Hole, la città dove prendono il via gli eventi, è una discreta fogna di posto, punto di accesso per gli stregoni provenienti da un mondo parallelo, uguali in tutto e per tutto agli esseri umani tranne che per un organo particolare, che conferisce loro la capacità di produrre un fumo dagli effetti magici e il cui potere varia da individuo a individuo. L’idea geniale di questi stregoni è di usare gli abitanti di Hole come cavie, così da poter prendere confidenza con le loro capacità e affinare così la tecnica magica.
Dato che l’unico modo per annullare gli effetti della maledizione sembra sia quello di uccidere lo stregone che l’ha inflitta, Cayman e Nikaido, la fedele amica che lo ha trovato moribondo durante la Notte dei Morti Viventi, si avventurano proprio nel mondo degli stregoni alla ricerca del colpevole.
Anche lì la vita non è sempre rosa e fiori, soprattutto se si ha la sfortuna di produrre piccole quantità di fumo o si è dotati di un potere debole e inutile. A farla da padrone è En, uno stregone capace di trasformare in fungo tutto ciò che è travolto dal suo getto di fumo. Come se non bastasse, questa simpatica canaglia ha l’appoggio del sommo Chidaruma, demone antico dai poteri praticamente illimitati. Il ruolo di En però non si limita a quello di despota, ma si estende anche a quello di imprenditore, dirigendo una fiorente attività di merchandising legata proprio alla sua persona (perché porre limiti al proprio ego?).
A cercare di soverchiare il dominio di En ci prova il gruppo degli Occhi Crociati, stregoni poco abili con la magia ma espertissimi nel combattimento con il coltello, chiamati così per via dei loro tatuaggi a croce attorno agli occhi e guidati da un misterioso e letale “Boss”, il quale riesce a procurare ai suoi scagnozzi una miracolosa polvere nera che, se ingerita, amplifica oltremodo la potenza del fumo emesso, così da permettere anche ai maghi incapaci di fronteggiare quelli più forti.
La storia subirà spesso svolte inaspettate, che non solo scaveranno nel passato di Cayman ma in quello della stessa città di Hole e del mondo degli Stregoni, in un turbinio di eventi che, come una spirale, condurranno a quella che sarà la verità centrale.
Dorohedoro è un succedersi di situazioni surreali con protagonisti dei personaggi pazzi e inquietanti come solo un Cappellaio Matto nato in Giappone può essere; combattimenti a colpi di arti marziali e sfide a getti di fumo magico, scene splatter al limite del deviato e momenti di tenerezza con muscoli bene in vista, il tutto condito da uno humor demenziale, nonsense, brillante e funzionale.
Ma non solo.
È l’approfondita analisi psicologica dei personaggi a rendere Dorohedoro qualcosa di unico, di speciale; è un fumetto profondo, introspettivo, umano. Le etichette di “buono” e “cattivo” sono cancellate. Ognuno ha le sue ragioni, ognuno cerca di sopravvivere in una giungla metropolitana dove la classe sociale determina buona parte del destino di un individuo, con le conseguenze che ne derivano sulla psiche del personaggio. La storia, poi, è sorretta da una sceneggiatura lucida, ben strutturata, grazie alla quale il lettore non si sente mai defraudato, troppo spesso costretto a chiudere un occhio per sopportare situazioni illogiche e incoerenti o a dover sopportare lunghi filler (parti narrative non legate alla storia, utilizzate sostanzialmente per allungare il brodo). Qua tutto torna, sempre.
La ha creato un mondo magico, governato da una fisica folle e irreale della quale non abusa mai per giustificare gli eventi; le spiegazioni non sono mai posticce. Al contrario, leggi e usanze sono introdotte molto prima che queste ritornino a condizionare gli eventi narrati.
Interessante, infine, le parentesi culinarie inserite, vero e proprio manuale di cucina giapponese, grazie alle quali la Hayashida ha potuto creare uno dei personaggi secondari più divertenti che si possano trovare in un manga: lo spiritello dei Gyoza, sorta di ravioli orientali, che punisce chi non apprezza la buona cucina o chi ha il vizio di abbuffarsi senza dignità.
IL DISEGNO - Se dalla trama ci si può immaginare un’opera fantasy, lo stile di Dorohedoro è invece molto dieselpunk, con scenari urbani sporchi e decadenti (quanto ha influito la saga di Mad Max nell’immaginario orientale?). I personaggi sono molto caratterizzati, ogni stregone ha la sua specifica maschera con look personale annesso. Una cosa che colpisce è la raffigurazione dei vari soggetti femminili: si passa dai fisici mascolini a quelli quasi bulimici, dove la nudità non è mai pruriginosa ma serve a rafforzare spesso il carattere demenziale dell’opera (Ebisu è il personaggio meno erotico che si possa trovare in un manga, eppure quella che finisce il più delle volte nuda).
Già dal titolo dell’opera, un intraducibile gioco di parole che fonde la pronuncia giapponese del termine fango (“doro”) con onomatopee utilizzate per i rumori degli scarichi fognari, la Hayashida introduce quale sarà la cifra stilistica del suo tratto. Un tratto sporco, denso, riferimento importante alla storia stessa (i liquami che scorrono nelle fogne di Hole), appesantito da un forte contrasto di bianco e nero, senza alcuna presenza di retini o scale di grigi. Uno stile che molto evoluto rispetto a quello della sua opera prima, Maken X, più pulito e ordinario anche se già molto fluido e dinamico. È una sporcizia che si fonde perfettamente con le atmosfere e con i personaggi, diverso dagli stilemi classici dei mangaka più quotati. La Hayashida è riuscita a integrare tratto e storia con una classe e una tecnica rara: quello che a prima vista può sembrare un disegno appena abbozzato, cela in realtà una ricchezza di particolari e di forme che esaltano una tecnica grafica eccezionalmente fertile e fantasiosa.
Come spesso accade nelle serie che sono pubblicate da diversi anni, lo stile di disegno della Hayashida si è evoluto con il passare dei volumi. I personaggi ora sono meno longilinei e più tozzi rispetto ai primi numeri, i volti perdono un po’ la spigolosità iniziale orientandosi verso un disegno più “mainstream”, più buffo e meno estraniato, seppur mantenendo l’originalità che ha reso il suo tratto caratteristico e conservando comunque un forte impatto visuale.
L’AUTRICE - Le notizie che girano su internet riguardo Q Hayashida (il cui vero nome è Kyū) sono veramente poche, soprattutto in lingua occidentale. Di lei si sa che è nata a Tokyo, classe 1977, che si è laureata all’università delle Belle Arti di Tokyo, che è una grande fan di Giger e che prima di Dorohedoro ha pubblicato su Magazine Z le serie Maken X Another e Maken X Another Jack, ispirate all’omonimo videogioco. Ha un sito web con relativo blog all’indirizzo http://q-hayashida.com/ in lingua giapponese. Sul resto si sa poco o niente, tant’è che non si trovano sue foto nel web e che spesso, soprattutto in Italia, si crede erroneamente che l’autrice sia un uomo (probabilmente complice la breve biografia presente nell’edizione italiana che la declina al maschile).
L’EDIZIONE - In Italia il manga è distribuito dall’ottobre 2003 dalla Planet Manga, della Panini Comics, in volumi dal formato 13x18 cm di duecento pagine circa in bianco e nero, brossurato e con sovraccoperta. La rilegatura è buona, come la carta usata, capace di tenere bene l'inchiostro. È una discreta edizione, il cui lato negativo è senza dubbio il prezzo: dai 4 euro della prima stampa slitta fino a 6,50, mentre le ristampe dei numeri esauriti arrivano a costare 6,90 euro. I numeri editi in Italia sono per il momento diciannove, con l’annuncio dell’autrice di voler terminare la storia con il ventesimo. L’unico problema, è che la rivista giapponese dove Dorohedoro veniva pubblicato serialmente dal 2001, la Ikki, famosa per le pubblicazioni alternative e underground, ha sospeso la pubblicazione il 25 Settembre 2014. Le notizie nel web riguardanti il futuro di Dorohedoro sono contrastanti. Da una parte sembra ci sia l’intenzione di finire la saga sul nuovo magazine che sostituirà Ikki, sempre pubblicato dalla Shogakukan, e che dovrebbe essere lanciato in Giappone questo inverno; dall’altra sembra che la stampa continuerà su altre riviste della Shogakukan. Data la serie di stop e il gap che spesso c’è tra le pubblicazioni italiane e quelle nipponiche, credo che ci vorrà del tempo prima che in Italia giunga il ventesimo volume; la mia paura è che non vedrà luce prima della metà del 2016.
Bisognerà armarsi di pazienza, fiduciosi che la Hayashida concluderà la sua epopea in grande stile.
CONCLUSIONI - Se non dovessi essere stato chiaro, Dorohedoro è un manga da acquistare a occhi chiusi, complesso e sfaccettato, ricco graficamente e incredibilmente appassionante, che cattura il lettore sin dalle prime pagine facendolo innamorare con il suo universo picaresco e folle eppure così umano.
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