Magazine Per Lei

Sacchetto

Creato il 11 gennaio 2010 da Lindaluna
Ok, tregua finita, torniamo a picconare gli ex-emplari da zoo.
Questo post è dedicato ad un soggetto che non fa parte del mio repertorio. Eh lo so, un vero peccato, ma me ne sono fatta una ragione.
Il copyright è di una mia cara amica ed ex-collega, che mi ha autorizzata a riciclare il suo ricordo spazzatura. E qui parliamo di un bell’ettaro di discarica.
In ufficio lo ribattezzammo profeticamente “Sacchetto”, poiché esibiva un bel fisico da busta di immondizia. Spesso i mancati adoni si riscattano per intelligenza o almeno simpatia. Sacchetto invece dimostrò di meritare quel nomignolo non solo per il contenitore, ma anche per il contenuto.
Sacchetto era un impiegato di banca. Una banca importante. Guadagnava presumibilmente uno stipendio discreto, soprattutto se consideriamo che la vicenda è ambientata all’epoca della lira.
Eppure aveva fatto voto di povertà, e per lui tutte le occasioni per spendere soldi erano opera del demonio.
Il ristorante? Un covo di germi e ladri. La discoteca? Un postaccio per degenerati. Le vacanze? Morte sicura.
Al cinema si poteva andare solo i giorni feriali e allo spettacolo delle 17, che costava la metà. Ma la mia amica, che qui chiamerò Arianna, a quell’ora era ancora in ufficio, quindi pazienza.
Il massimo era un cono gelato monogusto senza panna.
Secondo Sacchetto i regali erano un maleficio della società dei consumi, per cui ad ogni ricorrenza consegnava ad Arianna un bigliettino con su scritta la cifra che aveva messo da parte su un libretto di risparmio destinato al loro matrimonio. La santa ringraziava anche. Ma una volta si impuntò.
“E va bene Natale e va bene il compleanno, ma per la Festa della Donna, preferisco la mimosa piuttosto che mille lire in più sul libretto.”
Lui si presentò con un ramoscello di oleandro spennato, scippato ad un cespuglio dei giardini pubblici.
“Ma sì! Oleandro, mimosa, sempre fiori sono!”
“Non proprio. L’oleandro è velenoso. Butta questa roba e vai a lavarti le mani, deficiente.”
Un’altra fissa di Sacchetto era mammina. Mammina di qua e mammina di là.
Io dico che passati i cinque anni è meglio evitare di chiamare così la propria madre. Almeno in pubblico. Può anche essere una cosa affettuosa, ma alle orecchie altrui suona sempre un po' inquietante.
Comunque la mammina di Sacchetto era sempre in punto di morte. O meglio, non lo era, ma “se lo sentiva”.
E il figlio si lasciava suggestionare puntualmente da questo roseo presagio.
“Ma se è più sana di me!?!”
“Sì, ma che c’entra, lei sente che sta per morire. Tu te lo senti?”
“Io? Santo cielo, no!”
“Ecco, lo vedi? Lei invece se lo sente.”
“Ma se sono vent’anni che se lo sente!”
“Che vuoi dire? Che deve morire?.”
“No, no. Per carità!”
Però se proprio se lo sente
Mammina urtava per sbaglio la statuina di Padre Pio: eccolo lì, il messaggio divino. Prenotare la Cattedrale per le esequie.
Mammina sognava un ratto vestito da San Pietro: brutto segno. Contattare le pompe funebri. Mammina teneva il bruciore di stomaco: è la fine. Allertare il parroco per l’estrema unzione.
“Per forza c’ha il bruciore di stomaco… si è mangiata un capretto intero!”
“Pulcina che ci vuoi fare? Il capretto con le patate è l’unica gioia di mammina.”
Oh. Allora ne ingoiasse un gregge intero e facciamola finita con tanta, ma taaaanta gioia.
La mia amica aveva un sogno: andare sulla neve. Supplicò Sacchetto di portarla in una località sciistica a due ore di macchina, una toccata e fuga di un giorno solo. Ma lui era molto perplesso: i problemi erano tre: il caro benzina, i prezzi dell’unico ristorante della zona, e la moribonda.
Sui primi due si accordarono per un fifty-fifty (che pena) e per una frittata di maccheroni portata da casa. Sul terzo problema dovettero contrattare molto di più. Alla fine Sacchetto si convinse ad accompagnare mammina da sua sorella, in modo tale che non morisse da sola.
Durante il viaggio di andata Sacchetto fece circa dodici telefonate per sapere se era avvenuto il trapasso. Niente da fare.
Una volta arrivati su in cima, Arianna era felice nonostante Sacchetto si fosse evoluto in un grande bidone della nettezza urbana: quell’oscena tuta da sci argentata era l’unica cosa che mammina era riuscita a rimediare al mercato dell’usato.
Arianna si diresse correndo verso il piazzale tutto innevato e pieno di gente. Sacchetto la seguì a fatica, poi tirò fuori il cellulare per chiamare mammina e… dramma! Non c’era campo.
In preda al panico, il bidone cominciò a rotolare attorno al piazzale agitando su e giù il telefonino.
Alla fine si arrese.
“Niente da fare. Dobbiamo scendere un po’ più a valle.”
“Vacci da solo a valle, chiama mammina, vedi se è morta e poi torna a prendermi. Io resto qui.”
“Sei pazza? Ci vorranno un paio d’ore! E quanta benzina dobbiamo sprecare?”
“Ce la metto io la benzina, lasciami qui e vattene.”
“Se preferisci così, Pulcina, io vado.”
Rassicurato sul versante economico, l’infame si avviò verso l’auto. Poi però gli venne in mente un altro aspetto, si rigirò e disse:
“E la frittata? Se mi viene fame…hai portato un coltello per farla a metà? Pulcina, ma che stai facen…”
Sbaaam. Uno zainetto contenente una frittata di maccheroni si schiantò sulla pattumiera.
“Mangiatela tutta, merdaccia. Io vado al ristorante.”
Lui si guardò bene dal replicare e tanto più dal seguire Pulcina.
Il ristorante? Un covo di germi e ladri.
Tempo dopo, Arianna decise di tirare le fila di quel rapporto sgangherato.
“O ci sposiamo, o ci lasciamo”.
Sacchetto le aveva già fatto una specie di proposta due anni prima, ad un falò, ma Arianna aveva risposto che era meglio aspettare ancora, sospettando che la cosa avesse a che fare con un mezzo cocomero ripieno di sangria.
Infatti davanti a quell’out out, Sacchetto cadde dalle nuvole e si trincerò dietro il suo scudo spaziale:
“E come facciamo, Pulcina, con mammina che sta così? Non mi sembra il caso…”
“Tua madre sarà felice di vedere suo figlio sposato, prima di morire.”
“E se muore prima?”
“Vediamo allora di sbrigarci.”
Autogol di Sacchetto!
Fiutato il pericolo, il pavido perse quel sorrisetto dispiaciuto e sfoderò un ambiguo:
“Non si può.”
“Cioè!?”
“Non abbiamo soldi.”
“E tutti i soldi messi da parte in questi anni? Quelli dei regali e di tutte le vacanze che non abbiamo fatto?”
“Quelli non sono sufficienti.”
“Ma cosa ne hai fatto del tuo stipendio? Lavori da dieci anni!”
“Quelli non si toccano. Mi servono.”
“Per cosa!?”
“Per il funerale di mammina, lo sai che lo vuole in Cattedrale, per la tomba a cappella, e tutto il resto.”
Silenzio tombale. È il caso di dirlo.
Sacchetto avvertì l’ebbrezza di essere il capo, quello che decide cosa si fa e cosa non si fa.
Ci prese gusto e sferrò l'attacco finale ripetendo una frase che aveva sentito dire a quelli di Uomini e Donne:
“Comunque io non ti ho mai promesso niente.”
Ah, caro Sacchetto, i tronisti non c’hanno cervello, ma almeno c’hanno il fisico.
No?!? E quando mi hai chiesto di sposarti, a quel falò?”
“Quale falò?”
“Quello dove ci siamo imbucati per festeggiare il nostro anniversario di fidanzamento!”
“Ah, quello. Vabbè che c’entra, quella era una domanda, mica una promessa.”
Ahia. Sacchetto, Sacchetto…sarebbe stato molto meglio ammettere il tasso alcolico fuori norma.
“Su adesso basta con questa storia e torniamo a casa, mammina sarà in pensiero.
Oggi voleva fare un babà, ma l’impasto non è lievitato per niente e lei si è agitata tanto, poverina. Dice che è brutto segno… ma, Pulcina che ti prende?”
Nel voltarsi, Sacchetto si trovò affianco una femmina di Tyrannosaurus Rex.
“Sai che c’è?”
“C..c..che c’è?”
…………………………
“MA VAFANGUL TU E MAMMINA!”
Se Sacchetto citava un tronista, per Pulcina era arrivato il momento di scomodare Troisi.


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