San Babila ore 20: un delitto inutile.

Creato il 13 gennaio 2012 da Nazionalpopolare70 @nazionalpop70
Film del 1976, regia di Carlo Lizzani.
Un gruppo di quattro sanbabilini poco più che maggiorenni ozia dalla mattina alla sera nel centro di Milano. Siamo nella metà degli anni 70 e San Babila la parte della città notoriamente più orientata a destra. Una sorta di enclave neofascista. I quattro personaggi si muovono a bordo di una Citroen Mehari e si differenziano tra loro per diversi aspetti: due provengono da famiglie piuttosto benestanti e frequentano ancora il liceo, un terzo è sostanzialmente il leader del gruppo nonchè confidente di polizia e stampa mentre il quarto è un giovane immigrato napoletano che presta servizio presso un commerciante della zona.
Il gruppo appare isolato dal resto del contesto neofascista sanbabilino e passa le sue giornate ad effettuare sciocche provocazioni nei confronti dei rossi: pure e semplici azioni di vandalismo come la distruzione di motorini sotto gli occhi della polizia che ha l'ordine di non intervenire.
I quattro rimorchiano una ragazza di origini svizzere, una sventola non particolarmente perspicace, che comunque decide di divenire l'amante (si fa per dire) di uno dei ragazzi. Il grosso colpo sarebbe dovuto arrivare con un vero e proprio attentato presso una sede comunista: l'azione viene pretesa al più debole del gruppo, quello che "fisicamente e caratterialmente potrebbe essere più un rosso che un fascista". Si tratta di una prova: piazzare della dinamite. Il sanbabilino fa tutto quello che deve fare ma all'ultimo momento non ha il coraggio di accendere la miccia e lascia i candelotti in un cesso decidendo di darsela a gambe. Ovviamente non dice nulla ai suoi camerati ed il "gioco" finisce lì, anche se tutti traggono sostanzialmente un sospiro di sollievo.
L'ennesima bravata è una vera e propria esibizione di falli finti all'interno di una piazza. La gente guarda imbarazzata o fa direttamente finta di non vedere. Tutto questo fino a quando la polizia piomba sul posto a sirene spiegate ed arresta tre dei quattro. Per una volta la forza pubblica è intervenuta, cosa che appare strana ai ragazzi che godono di protezioni politiche piuttosto evidenti. Si tratterà del preavviso di ciò che avverrà in seguito.
Questo film di Carlo Lizzani può piacere o non piacere. E' difficile avere opinioni neutre. Di sicuro si tratta di una storia che presenta dei caratteri stereotipati (sanbabilini neofascisti con Ray-Ban, stivaletti e giacche di pelle) ma che può fare comunque presa sullo spettatore interessato al periodo degli anni 70. I quattro ragazzi sono attori non professionisti, tranne forse quel Pietro Brambilla che avrà modo di recitare nello stesso 1976 con Pupi Avati. Le facce sono giuste e tutto sommato se la cavano bene. Certo, il tentativo è quello di porre in essere una pellicola neorealistica ma il risultato in tal senso non è pienamente raggiunto. Si potrebbe parlare al massimo di pseudo neorealismo.
Si tratta di quattro cattivi approssimativi, maldestri, in un certo senso naif, che riescono in alcuni casi quasi ad essere simpatici (e come si sa un vero cattivo riesce a funzionare quando lo spettatore fa il tifo per lui). Le personalità dei quattro sono messe in evidenza da Lizzani: sotto questo profilo si poteva fare di più, magari aumentando il girato di una ventina di minuti. Il leader interpretato da Pietro Brambilla non ha una occupazione: è un puro e semplice agitatore politico, come scritto sopra informatore di polizia e stampa. In pratica vende soffiate e non di rado taglieggia i suoi stessi camerati per custodire dei "segreti" che avrebbero potuto metterli in ridicolo. Si intuisce che comunque proviene anch'egli da famiglia benestante. Il secondo personaggio è quello interpretato da Daniele Asti, altro attore non professionista con un viso interessante. Costui ha un rapporto conflittuale con la madre che lo segue a bordo di una Mercedes, in alcuni tratti dando quasi l'impressione di volerlo abbordare (paradigmatica e tristissima la scena nella quale la madre offre "un deca" al figlio affinchè venga con lei a fare un giro e parlare un po'). E' questo il ragazzo al quale viene richiesto di piazzare la bomba presso la sede comunista. C'è poi l'immigrato napoletano (Pietro Giannuso), quello che "è rimasto contadino nella testa perchè non accetta l'autorità". E' il più povero dei quattro ma forse il più genuinamente determinato: ha tra l'altro una mira da killer, come dimostra nel tiro a segno. Si tratta di una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde, perchè ha la capacità di stare in società e lavorare sodo ma anche divenire prepotente ed aggressivo, soprattutto con le donne. Il quarto sanbabilino è interpretato da Giuliano Cesareo: è senza dubbio il più ricco. Il padre è completamente pazzo ma pieno di soldi (probabilmente anch'egli fascista). La sua famiglia è distrutta, considerato il rapporto di grande conflittualità tra i genitori. Questo ragazzo è però particolarmente intelligente e riesce a tenere testa ad un commissario della buon costume che lo ha arrestato, assieme agli altri, per la storia dei "cazzi di gomma".
Interessanti anche alcune figure di contorno, come quella dello sbirro "psicologo" (molto presente nei polizieschi di Fernando Di Leo) che di fatto prevede per il sanbabilino napoletano una pessima fine o anche quella della ragazza svizzera (Brigitte Skay) abbordata dal gruppo, feticista ed apparentemente cretina, che poi sarà decisiva nello svolgimento della storia.
Il film si basa su una storia realmente accaduta.


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