Scambisti in Parlamento

Creato il 17 aprile 2014 da Albertocapece

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri dunque con entrata in vigore immediata, è stata votata la legge sul voto di scambio secondo la quale non servirà più necessariamente lo scambio di denaro per punire penalmente il commercio politico-mafioso, ma anche “altre utilità” che presuppongono accordi tra politici e organizzazioni mafiose. Il reato, dunque, sarà allargato anche ad altro tipo di legami e favori, non solo dietro pagamento di denaro. La pena detentiva prevista per il reato punito dall’articolo 416 ter del Codice penale passa però da un minimo 4 anni a un massimo 10 anni, mentre nel testo uscito precedentemente dal Senato la pena prevista era minimo 7, massimo 12.

Questa misura “regressiva”, come sempre lo sono le indulgenze, frutto probabilmente dall’affettuoso tête-à-tête tra Renzi e Berlusconi o dal ruolo di influente suggeritore di Verdini, è stata accolta con violento disappunto dall’opposizione. E vorrei ben vedere. Non c’è giustificazione alcuna per aver reso ancora meno severa una legge che ancora una volta suona come una dichiarazione di impotenza e resa di fronte al malaffare, all’accondiscendenza alla criminalità, alla complicità diventata sistema di governo a tutti i livelli. E che rende palese nel ceto dirigente quella specie di divina indifferenza all’immoralità, quella potente cultura dell’illegalità che in tutto il Paese ha prodotto e incrementato antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione, che tace sull’infiltrazione della criminalità organizzata fino ad assecondarla. E che ne fa pratica quotidiana, come ha segnalato proprio ieri da Cantone, alla guida dell’Autorità contro la Corruzione, che ha denunciato come da quando il suo organismo è stato esautorata dal compito di esprimere un parere sulla conferibilità degli incarichi a chi viene condannato, messo in carico a un organo politico, come il Ministero per la Semplificazione, nessuno se ne stia più occupando.

E d’altra parte la legge sul voto di scambio è un corollario alla legge anticorruzione varata dal governo Monti, addomesticata e addolcita per accontentare e blandire il partito dell’allora incriminato, non per superare Tangentopoli, ma per poterla più compiutamente perpetuare. E che non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l’autoriciclaggio: punito in gran parte d’Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d’Italia, pur sapendo che la non punibilità dell’autoriciclaggio “frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l’economia”, come in altri tempi denunciò l’attuale presidente del Senato. Una legge che elenca come attestazione di buone intenzioni, crimini punibili solo in teoria – traffico di influenze, concussione – visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione.

Ma non è solo l’indulgenza sospetta a essere poco convincente in merito alla volontà di reprimere – che di prevenzione sarebbe vano parlare – possibili connivenze, correità, commerci infami. La nuova norma sul 416 ter rischia di essere inutile, allorché prevede che i voti siano procurati attraverso il metodo “mafioso”, ossia attraverso intimidazione o violenza, cosa che nella realtà non avviene quasi mai. E dire che sono molti i nostri rappresentanti che hanno avuto a che fare con l’inquietante controparte, siano essi temporaneamente a Beirut, abbiano assunto stallieri, abbiano ricevuto sostegno in campagne elettorali in tutte le latitudini. E dovrebbero sapere che la criminalità organizzata ha cambiato aspetto, dismettendo la coppola e preferendo la grisaglia, ha maturato formidabili competenze professionali, ha identificato nuovi brand più redditizi del pizzo, attribuisce meno rilevanza a business tradizionali, droga, prostituzione, entrando con determinazione e abilità nell’economia “legale”, diventata già così informale da aprire varchi e da garantire la penetrazione in aziende sane sia pure in crisi, da favorire l’accesso a appalti sempre meno trasparenti, da lanciare affari insospettabili. Le mafie entrano nei consigli di amministrazione di istituti di credito decidendo dell’”affidabilità” di clienti e l’erogazione di crediti, comprano collezioni di moda, acquisiscono vendemmie per collocare sul mercato i loro vini. In sostanza le forme del ricatto e dell’intimidazione sono marginali rispetto a persuasioni molto più convincenti e molto meno appariscenti. E per una legge che dovrebbe punire il reato di voto di scambio e quindi le insane alleanze dei politici e criminali, si sono affievoliti i controlli sui commerci tra magie e funzionari della pubblica amministrazione.

Ma soprattutto si registra un moderno e dinamico trend che mira – in nome della cosiddetta semplificazione – ad accelerare i tempi, a superare i vincoli, a rendere più agili le procedure di controllo e autorizzazione, a preparare il terreno per altri scudi, altri condoni, altri ravvedimenti operosi, di quelli che con una multarella compiacente permettono abusi, oltraggi, crimini. In modo che l’informalità e la licenza aprano la strada all’indecenza e all’illegalità. È una delle forme dell’involuzione autoritaria che è stata impressa a tutto il processo di “revisione istituzionale”. L’insofferenza alla critica che la connota la dice lunga, l’accusa di disfattismo di chi chiede severità, quella rivolta ai dissenzienti di inopportunità, di gridare “al lupo” immotivatamente, quella di ostacolare la crescita con le ubbie dei professoroni dimostra che il potere è determinato a vincere sul diritto. Gridano “al lupo” ma i lupi sono loro.


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