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Se dico

Creato il 15 giugno 2014 da Malvino
Se dico che i tuoi argomenti sono zoppicanti, che la tua passione è febbricitante, che il tuo fare è convulso, oltre ad offendere te, offendo anche chi è portatore di patologie che sul piano sintomatologico si manifestano con zoppia, febbre e convulsioni? Se sottovaluto il tuo fiuto e dico che i tuoi guadagni in Borsa sono dovuti solo ad una fortunata serie di colpi gobbi, oltre a deprezzare i tuoi meriti, faccio offesa anche a chi soffre di cifoscoliosi severa? Se per accusarti di essere ostinatamente insensibile a una questione, dico che da quell’orecchio non ci senti, mostro a mia volta insensibilità verso i soggetti affetti da ipoacusia? È moralmente inaccettabile, insomma, l’uso della figura retorica che mutui significato dalla valenza analogica, metaforica o allegorica offerta da una condizione clinica? Parrebbe lo sia, ma solo per alcune condizioni cliniche. Nei casi sopra esposti, per esempio, sarà difficile che insorgano le associazioni che tutelano i diritti degli epilettici, dei rachitici e degli ipoudenti, e se dico che quel progetto è folle o che quel ragazzino è pestifero, sarà difficile che qualcuno mi rimproveri di aver mancato di rispetto a chi soffre di disturbi psichiatrici o a chi lotta la sua battaglia per la vita contro quel tal ceppo di Pasteurella o di Yersinia. Così, di un tizio potrò dire che ha reazioni isteriche o che la sua sospettosità è paranoica senza dovermi aspettare lamentele se non da lui, ma guai a dargli dell’autistico per significare la sua chiusura alle ragioni altrui. Trovare una risposta a questa incomprensibile disparità di atteggiamento è arduo, e si arrischia a cercarla. 

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