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Se l’idea prende la clava

Creato il 27 giugno 2011 da Albertocapece

Se l’idea prende la clavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Doveva essere un intervento esplorativo. Si trattava di dare il via ai lavori di costruzione, in Val Susa, di un cunicolo esplorativo in funzione preparatoria del tunnel di 54 km per la progettata linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. È diventato in un atto di forza. È scattata una repressione “arcaica”, ottusa, primitiva, come ha acutamente diagnosticato il Simplicissimus, quanto hanno un tono “antico” alcune delle motivazioni messe in campo dai no-Tav. Esistono opinioni divergenti sulla necessità di potenziare il trasporto ferroviario nell’area e sulle relative modalità ma mi sento di concordare con quanti hanno chiesto di riavviare il confronto a livello nazionale. Perché il dibattito aperto dal referendum ripropone le questioni dei beni comuni e perché no? delle opere “pubbliche” e perché i trasporti sono una materia che riguarda il nostro modello di sviluppo e interessa la partecipazione democratica ai processi decisionali. È vero che sarebbe preferibile investire in trasporti locali efficienti per i pendolari, ma è altrettanto vero che lo spostamento da gomma è ferro riduce l’impatto ambientale. È vero che dobbiamo rispettare gli impegni assunti con l’Europa, ma è altrettanto vero che è irrispettoso non ascoltare l’opinione delle popolazioni coinvolte ed è aberrante ricorrere alla violenza prima che alla persuasione e al dialogo.

Pensare globalmente ed agire localmente è una vecchia massima che poco si adatta all’Italia della Lega, di un “glocalismo” che si attaglia più all’oscurità del medioevo che alla luminosità dei Comuni. Soprattutto perché nella nostra contemporaneità si pensa poco e si ragiona poco insieme.

Molto si è detto sulla fine delle ideologie evaporate più o meno violentemente con la fine del secolo breve. Si sa ideologia è una parola esorcizzata, identificata con un sistema dottrinario che si è liquefatto con la fine della guerra fredda. Viene chiamata così una attitudine intellettuale che è stigmatizzata come un deficit di razionalità e di modernità. A partire dal XIX secolo l’ideologia è stata vista come una perversione della ragione o una rappresentazione dell’ordine sociale a tutto vantaggio della classe dominante cui andava contrapposto un ideale scientifico di razionalità e conoscenza. E gli innamorati della democrazia pensano ancora che alla politica delle credenze o dei valori, alla dipendenza fideistica da una identificazione quasi religiosa a valori o partiti, un sistema democratico dovrebbe poter contrapporre la formazione di giudizi politici spassionati e imparziali e abituare i cittadini a una politica della mediazione e della negoziazione.

Non è così a conferma del deficit democratico che costituisce la vera anomalia italiana, certo. ma anche perché senza scomodare Gramsci, sembra proprio che non possiamo fare a meno di costruirci di credenze cui di affidiamo e dalle quali dipendiamo. E al deficit di democrazia, alla fine di ideologie strutturate sostituiamo un atteggiamento fideistico parziale ostinatamente schierato, che non riguarda solo le scelte politiche in senso stretto, ma anche adesioni culturali, opzioni esistenziali, temi etici.

Il problema è quello di un laicismo che non sa essere laico. E che non riguarda solo, per dirla con Bataille, l’elaborazione di un mondo profano, il conflitto mai superato tra una religione che vuole inglobare la politica e la sovranità dell’ordinamento statuale e del libero pensiero. Ma che attiene anche a “professioni di fede” non confessionali, un ambientalismo che sconfina a volte nel luddismo, un’identificazione di genere che rasenta il corporativismo, per non dire di adesioni a idee e convinzioni che degenerano in integralismi dogmatici.

Così in un paese segnato sempre di più da una diffidenza che genera rancore, da una instabilità che produce incertezza livorosa, una grande confusione di concetti riconducibili a interessi personali, un diffuso senso di minaccia che induce isolamento solipsistico conducono molti ad abbracciare se non indirizzi politici dominanti, almeno indirizzi “culturali” egemonici, nei quali annegano i residui delle vecchie ideologie mai abbastanza rimpiante se mantengono alcune stelle polari di riferimento universale. Paradossalmente sembra essere più limpido il riferimento alla libertà di coscienza come principio inviolabile nei rapporti tra credenti e non credenti, piuttosto che quelli tra appartenenze politiche. Non più facili magari, ma più chiari. Serve un approccio laico, libero da pregiudizi, per tutti i nostri spazi, che permetta a tutti la convivenza e il confronto, secondo criteri non arbitrari che possano approdare alla definizione dei principi fondativi del vivere comune, attraverso le libertà e i diritti fondamentali.

I moti della coscienza devono poter essere espressi in pubblico, senza ricatti e senza lacrimogeni, per diventare espressioni di libertà, ed anche senza le censure del pregiudizio o peggio ancora la condanna del conformismo benpensante, che pesano più di bandiere e crocifissi.


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