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Sea Peoples - La storia dei popoli del mare 2° parte di 5

Creato il 14 febbraio 2011 da Pierluigimontalbano
Le popolazioni mediterranee
Tra il VI e V millennio a.C. l'economia agro-pastorale si afferma lungo le corse dell'Italia meridionale, nella Sicilia e nelle isole minori; la Sardegna correlata alla Corsica e alle aree costiere tirreniche, rappresenta una delle più antiche neolitizzazioni occidentali. Già dal 6000 a.C. sono presenti villaggi con allevamento sia di bovini che di ovini, ricordando che questi ultimi erano assenti a livello selvatico in Europa. Il versante tirrenico presenta una ceramica impressa (lungo la costa toscana e nelle isole) ed è quindi da escludere la possibilità di una penetrazione dal Nord, ma è ben evidenziata la via marittima attraverso la quale giunse il nuovo popolo. Questo addensarsi lungo le coste potrebbe essere messo in relazione con i molteplici rapporti intercorsi tra la regione tosco-laziale, le isole dell'arcipelago toscano, la Sardegna, le Baleari e la Corsica. Tra gli elementi più importanti a favore di tale ipotesi sono le concentrazioni di ossidiana, infatti oltre a quella di Lipari e Palmarola, la più abbondante è quella del Monte Arci in Sardegna. Insieme agli elementi della ceramica, che nell'area toscana è tipologicamente simile a quella sarda e corsa, questo dato conferma l'ipotesi di una rotta marittima Baleari-Sardegna-Corsica, arcipelago toscano-costa tirrenica. Inizia a svelarsi un'organizzazione a livello commerciale marittimo completamente oscurata dal pregiudizio storico di una navigazione in mare aperto molto più tardiva. Abbiamo un'unica identità culturale che mostra diversi popoli con culture ben differenziate fra loro ma che non possono che provenire da un'unica civiltà, quella stessa da cui provengono anche gli indoeuropei. Anche i Danubiani, fedeli al culto della dea madre, possiedono una società di tipo matriarcale e, come se non avessero mai perso il contatto originario con il mare, continuarono a importare conchiglie mediterranee per ornamento personale. La relazione che si presenta fra l'interminabile paleolitico, la brevissima parentesi mesolitico-Natufiana e l'esplosione della rivoluzione neolitica fa nascere degli interrogativi ma anche alcune certezze.
I primi siti come Gerico, Aswad e altri, ci insegnano che l'alba neolitica è pienamente in possesso dei cardini dell'economia produttiva e vanta costruzioni sulla cui realizzazione si dissente tuttora. È una certezza che il neolitico si propagò attraverso il mare. È una certezza che la diffusione neolitica non sia avvenuta per continuità ma evidenzia tante culture diverse all'ombra di un'unica civiltà: quella della dea madre.
Sea Peoples - La storia dei popoli del mare 2° parte di 5
La civiltà megalitica atlantica:
Vi sono evidenze costanti che mostrano come questa cultura si sia diffusa a partire dalle rive dell'Atlantico fino a coprire lentamente una parte del continente europeo. Attorno al 5000 a.C. appare con sorprendente rapidità in tutta l'Europa atlantica un’umanità che conosce l'agricoltura, la ceramica, la pulitura della pietra e l'architettura, che sa smuovere grandi blocchi in pietra e prende il nome proprio da tale tecnica di costruzione. Forse un'ondata di genti provenienti dal mare distribuì nel mondo culturale europeo una serie di borghi oceanici, ma poiché non è possibile che i megalitici siano sorti dal fondo dell'oceano Atlantico, rimane per il momento senza risposta il problema della loro origine. I grandi monumenti in pietra sono situati nelle zone litorali e nelle isole: Malta, Sardegna, Baleari, Bretagna, Inghilterra, Irlanda, Seeland, coste dell'Africa settentrionale, Provenza, Spagna. In Bretagna, dove sono numerosi, sarebbero il risultato di viaggi verso l'oro dell'Irlanda e lo stagno della Cornovaglia, la penisola che funge da scalo indispensabile. La zona toccata da questo fenomeno del Mediterraneo ricorda quella, precedente di circa due millenni, della ceramica cardiale. Il secondo elemento fondamentale consiste nell'evidenza di un potere politico ed economico asservito ad una scienza: l'astronomia. Dagli straordinari siti di Carnac, Kermario, New Grange, Stonehenge e altri, da un circolo principale si dipartono allineamenti dalle chiare connessioni astronomiche con più di 1000 menhir. Questi indubbi orientamenti dei megaliti con i punti solstiziali ed equinoziali ne fanno dei giganteschi orologi-calendari a cielo aperto e la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad uno sbalorditivo congegno di unione cielo-terra ben più complesso, di cui la nostra ignoranza ci lascia intuire solo le funzioni più elementari e macroscopiche.
Quale potrebbe essere l'interesse di una iniziale cultura neolitica per l'astronomia se non quello di conoscere al meglio il tempo della semina e della raccolta? Ma da dove venivano se i siti più antichi sono proprio quelli della costa atlantica del 5700 a.C. in Francia e di Milares in Spagna?
Furono i celti, almeno in parte, gli eredi della cultura megalitica. L'immagine della casta druidica che riceviamo dalle descrizioni di Cesare nel "De Bello Gallico" è quella di una istituzione politico-religiosa dominante il substrato sociale: sono amministratori sia della giustizia che del culto. Una classe sacerdotale dominante che richiama alla mente la più alta casta dell'India vedica, quella dei bramini, ma anche quella dei primi re Dori spartani amministratori del culto, fino a giungere all'imperatore romano che è anche Pontefice Massimo. Le diverse migliaia di dolmen a corridoio e la galleria coperta testimoniano un terzo elemento caratterizzante: il culto degli antenati. Per i grandi monumenti è necessario un potere politico centralizzato oppure un consorzio di comunità, una sorta di federalismo.
Da dove scaturiva questa koinè atlantica?
Sappiamo che arrivavano dal mare, e sempre attraverso il mare si diffusero ulteriormente, sino alla Danimarca e alle coste della Svezia. L'idea che i megalitici dell'isola di Malta, come proposto da alcuni, siano arrivati dalla Sicilia è da escludersi, dal momento che un simile fenomeno non si sviluppò in Sicilia in quel periodo. La cultura misteriosa di Malta giunse dal mare e scelse un cruciale punto intermedio nella rotta fra la costa siro-palestinese e la Spagna, o l'estremità occidentale del Mediterraneo. In epoca storica, i Fenici percorrevano ancora la stessa rotta, e non è un se caso Malta è localizzata dove il Mediterraneo è più stretto. È impossibile non accennare alle tombe di giganti e al megalitismo sardo. Le misteriose tombe della cultura di Ozieri del IV millennio a.C. offrono evidenze di primissimo piano. Braudel dice che tutto sembra collegare queste tombe a una cultura orientale: teste di toro scolpite sulle pareti rocciose, idoli di tipo cicladico, disegni a spirale che sono emblema della fertilità largamente diffusi nell'oriente mediterraneo, da Sumer fino a Troia, Micene e la Siria. Ma vi si mescola un'influenza occidentale, forse proveniente dalla Francia del sud, e alcuni oggetti importati dimostrano l'esistenza di contatti con la Sicilia, la Corsica, le isole britanniche e l'Irlanda. Qualche tempo dopo compaiono le tombe a dolmen, che più tardi diventeranno grandi tombe collettive dette tombe di giganti, e poi i primi villaggi a nuraghe. È evidente che la progressione della civiltà che si era sempre ritenuto affluire da est a ovest, cambia completamente direzione.
La scoperta nel 1915 della lingua ittita, che risultava essere la più antica lingua indoeuropea, fu accolto con stupore. Ancora 10 anni dopo si cercava di attenuare l'entità della scoperta applicando a questa lingua influenze indoeuropee mentre, a dispetto di ciò, si scoprirono tre nuove lingue, il luvio, il palaico e l'hati, le prime due indoeuropee, mentre l'ultima era preindoeuropea. È del 1960 la teoria classica di Childe, e in seguito di Gimbutas, sull'espansione dell'indù europeo verso l'Asia e l'Europa occidentale durante il V millennio a.C., a partire dalla cultura dei Kurgan (cultura dei cumuli) delle steppe del Volga e del Don come nucleo di irradiazione primario. Ma difficilmente questa cultura può essersi diffusa nel Mediterraneo, dal momento che i Kurganici dovevano essere tutto tranne che grandi navigatori. Nel 1987 Renfrew propose di individuare nell'area Anatolica la culla degli indoeuropei, responsabili questi anche dello sviluppo dell'agricoltura che successivamente esportarono in Europa e nel Mediterraneo. Tale teoria è facilmente criticabile dal momento che esiste un abisso linguistico tra il gruppo indoeuropeo anatolico e le lingue indoiraniche. Renfrew ha comunque il merito di far sprofondare l'origine indoeuropea all'VIII millennio a.C. Si potrebbe a questo punto formulare l'ipotesi di una civiltà superiore nata in un'unica area circoscritta che abbia dovuto sopportare le stesse conseguenze negative. Dietro alla comparsa del neolitico potrebbero celarsi due mondi comunicanti: il primo è il Mediterraneo, l'altro è oscuro, e la civiltà che lo popola è già differenziata e complessa e si manifesta, una volta entrata nel bacino ricevente, nel fenomeno neolitico multiforme che ben conosciamo. discendono quindi da un unico progenitore. Se nessuna teoria ha dato esiti soddisfacenti, una delle spiegazioni possibili è che la patria dei neolitici e degli indoeuropei sia ancora scoprire e forse questi popoli discendono da un unico progenitore. È difficile non collegare la causa dell'emigrazione neolitica agli sconvolgimenti climatico-ecologici del 9500 a.C. che portarono alla fine dell'ultima glaciazione. I colonizzatori si sarebbero distribuiti nel Mediterraneo e sul territorio europeo, costituendo il substrato su cui le successive ondate migratorie si fusero, si sovrapposero, o vennero assorbite.
Avvicinandoci alle età dei metalli bisogna osservare che intorno al 3500 a.C. si assiste al processo di urbanizzazione della Mesopotamia meridionale e alla comparsa dei primi documenti scritti provenienti da Uruk, la più antica città della civiltà di Sumeri. Questo è anche il momento legato alla nascita dell'Egitto predinastico e all'arrivo di nuove popolazioni nell’Egeo, a cui seguirà la civiltà minoica. I greci che conservavano la memoria di tali antichissime emigrazioni davano loro il nome di Pelasgi. Provenienti da un indefinibile "pelago", lasciarono tracce ciclopiche anche al di fuori dell'Egeo. Per capire la nascita e lo sviluppo del Bronzo è necessario chiarire che è stata l’assenza dello stagno nel Mediterraneo a rallentare l'esplosione di quest'epoca.
Come è stato possibile che questa tecnologia si sviluppasse in un'area dove lo stagno era assente?
I Pelasgi ne possedevano il segreto e la tecnologia necessaria. Questo metallo era raro e si poteva ottenere solo attraverso un'efficiente rete di scambi che procurava anche altri materiali fra cui oro, argento, lapislazzuli e manufatti già lavorati. Secondo Omero i Pelasgi combattevano da entrambe le parti della guerra di Troia: venivano considerati come dei nomadi del mare. Erodoto associava ai Pelasgi, oltre ad Atene e Dodona, la costa del Peloponneso e dell'Egeo nord occidentale, le isole Samotracia e Lemno. Dionigi di Alicarnasso sosteneva che i Pelasgi erano gli antenati dei greci che per primi avevano popolato l'Egeo e l'Arcadia. Sappiamo che i greci consideravano se stessi divisi in tre stirpi: ioni, achei (micenei) e dori, ma Tucidide ed Erodoto affermavano che i Pelasgi, pur avendo vissuto in tutta la Grecia, erano gli antenati soltanto degli ioni. E' interessante lo studio di Georgiev che chiamò Pelasgico il popolo indoeuropeo responsabile del substrato Mediterraneo, pensando che il termine partisse da pelagos=mare, la cui forma originaria doveva conservarsi in pelastikos (peleset, filisteo o palestinese). Nell'ultima grande migrazione indoeuropea del 1200 a.C. i filistei appaiono i più potenti, insieme agli achei, e forse sono a capo della confederazione dei numerosi popoli del mare che sovvertiranno l'intero assetto del Mediterraneo causando la fine del Bronzo. Sarà questa cultura pelasgica a creare le prime cittadelle fortificate: il megaron diventerà un elemento costante dell'architettura diffuso da Troia a Cnosso e Beycesultan e si svilupperà la produzione di una particolare ceramica con disegni a spirali e meandri. L'impossibilità di individuare un'area d'origine delle popolazioni pelasgiche ha indotto gli storici a collocarne la nascita in qualche punto indefinito dell'oriente. Ma sappiamo che i primi siti dove appare questa cultura, che parlava il luvio e possedeva il segreto la metallurgia, si localizzano sulle isole dell'Egeo. La civiltà viene dal mare e prima di toccare le coste anatoliche, e assistere alla fondazione di Troia I nel 3000 a.C. circa, sono documentati i siti pelasgi delle Cicladi e Lemno, dove la presenza del megaron non lascia spazio alcun dubbio. Vi furono diverse migrazioni: costretti ad abbandonare i propri territori affrontando un esodo senza ritorno, molti navigatori cercavano territori da conquistare. Ciò può spiegare quell'insolito fatto di assumere il nome della terra in cui si insediavano, come fu per la gente di Hatti, Pala, Luvia, invece di imporre quello della propria tribù. Lo stagno, come ho detto, è un'incognita costante per tutto il Bronzo e saranno indicate Cornovaglia e Bretagna come probabili centri di diffusione dello stagno in Occidente. I Pelasgi furono i primi a oltrepassare lo stretto di Gibilterra? L'indicazione del superamento delle Colonne d'Ercole entrando nel Grande Mare, che per gli antichi era circondato dal fiume Oceano, è molto forte, mentre appare improbabile una diffusione dello stagno per via terrestre proveniente delle stesse regioni.
Sea Peoples - La storia dei popoli del mare 2° parte di 5
Ad Alaca Hoyuk, nei pressi di Ankara sul Mar Nero, vengono trovate, in tombe principesche, mirabili fusioni in bronzo con alto contenuto di stagno, prodotte con la tecnica della fusione a cera persa, mai riscontrata prima. Per secoli Kanesh ebbe un ruolo egemone nelle vicende centro-anatoliche ma intorno al 1800 a.C. i re di Kussara estesero la loro influenza verso ovest conquistando Kanesh. Un secolo dopo, alcuni signori in relazione con Kussara stabilirono a Hattusa la loro capitale. Il loro linguaggio è conosciuto come una forma ittita arcaica. È questa un’altra conferma della radice pelasgica, poiché l'ittita, benché autonomo, è inserito nel gruppo delle lingue anatoliche insieme al luvio. La diretta ascendenza riconosciuta alle forme luvie precedenti l'ittita sono comprovate dal fatto che nella liturgia ittita veniva utilizzata la lingua di Hatti, come succedeva a noi con il latino che per secoli è rimasta la lingua della liturgia. È da escludere che un popolo per officiare il proprio credo religioso adotti una lingua estranea alla propria base culturale.
Fra i naviganti che si riversarono nell'Egeo intorno al 3000 a.C. penetrando l'Anatolia, emergono personaggi dai connotati divini che trovarono a Creta il luogo ideale per esprimere il massimo della loro potenza, manifesta nella talassocrazia di Minosse, figlio di Zeus e di Europa. Erodoto narra che i Cari erano i marinai della flotta di Minosse e che col tempo le Cicladi furono piegate dalla potenza emergente di Creta. L'ultima a cadere fu l'isola di Melo che con la sua ossidiana svolgeva fin dal primo neolitico una frenetica attività commerciale. Il bronzo e lo stagno divennero un monopolio cretese, e le navi minoiche che solcavano i mari in ogni direzione esportavano tecnica, costumi e gusti nuovi. Questo processo toccò il suo culmine con la costruzione dei primi palazzi a Cnosso, Festo e Mallia verso il 1900 a.C., ma nel 1750 a.C. la distruzione si abbattè sui palazzi e i minoici impiegarono un secolo per risollevarsi. Nuove e bellicose etnie indoeuropee si stanziarono sulle coste asiatiche, affermandosi come Stati potenti come i Mitanni, caratterizzati da caste aristocratiche militari che possedevano lo strapotere del carro da combattimento trainato dai cavalli, sconosciuti in precedenza. I Mitanni si attesteranno nelle coste siriane fino all'Alta Mesopotamia e il loro regno si troverà anche a capo dei Cassiti, che invasero Babilonia introducendovi il carro da guerra. Un'altra popolazione capeggiata da misteriosi principi indoeuropei sui carri invase l'Egitto intorno al 1730 a.C. partendo dall'area siro-palestinese: gli Hyksos. Per oltre 250 anni si sostituirono ai dinasti egizi. Hurriti, Ittiti e Cassiti vengono definiti "popoli dei monti" ma questa definizione non appare idonea. Si delineava la costruzione di un nuovo mondo con la comparsa della casta guerriera dei "Maryannu", il distacco fra le classi sociali, un sistema di trattati giuridici, lo sviluppo della diplomazia, la presenza di ambasciatori che portavano doni ai nuovi palazzi reali, e i matrimoni fra membri delle case regnanti. Questi nuovi popoli provenivano da luoghi dove la conoscenza doveva esprimersi ad alti livelli e l'amministrazione era affidata a famiglie nobili che guidavano cocchi da battaglia su ampie pianure, inesistenti fra le montagne dell'Armenia, dell'Iran o del Caucaso. Queste genti indoeuropee, caratterizzate da innovative armi e tecnologia, si assimilarono nei secoli al substrato orientale. Il re ittita Telepinu all'inizio del XV a.C. riformò le istituzioni, introdusse la successione ereditaria al trono, limitò fortemente il potere dell'assemblea e abbandonò la scrittura fino a quel momento utilizzata (geroglifica) a favore del cuneiforme.
Nell'immagine sopra vediamo un sito dell'Andalusia
Nell'immagine la navicella di Capo Colonna. Notare le proporzioni fra l'imbarcazione e i buoi aggiogati.

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