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Selenio e fertilità

Creato il 15 marzo 2016 da Ariannarossoni

Il selenio: un elemento preziosissimo per chi stesse cercando una gravidanza, o un’arma a doppio taglio?

Quando si parla di assetto nutrizionale in riferimento alla fertilità sia maschile che femminile è facile trovare articoli sensazionalistici, che tuttavia non si basano su studi scientifici di un certo spessore. Non molte settimane fa mi sono imbattuta proprio in uno di essi su una rivista di dubbia credibilità, che titolava: “Non riesci a rimanere incinta? Integra con il selenio!”. Questo è un classico titolone che mira esclusivamente ad incrementare il numero di visite su un sito web, giocando con il desiderio di maternità di tante donne; tecniche del marketing, che non prendono in considerazione i rischi intrinseci: molte donne che hanno letto l’articolo saranno state tentate a cogliere il suggerimento, cominciando ad assumere un integratore di selenio e pensando che “tanto male non fa”.

In realtà gli effetti collaterali di un’integrazione scriteriata, di qualsiasi tipo essa sia, ci sono, e non vanno trascurati. 
Appena ho avuto un attimo di tempo ho cercato informazioni serie in merito a selenio e fertilità, trovando una review molto interessante: questa pubblicazione, frutto di una collaborazione tra Svizzera e Gran Bretagna, ha raggruppato i risultati di decine di studi condotti in tutto il mondo, di modo da dare una panoramica completa ed esaustiva.

Alimentazione in equilibrio - Gravidanza

Piccola parentesi sulle review scientifiche
Ormai sia in campo di medicina che di nutrizione sembra che ogni affermazione sia supportata da uno studio scientifico: “Il Ganoderma fa dimagrire, lo dicono gli studi!”, “La birra è il miglior integratore dopo lo sport, lo dicono gli studi!”, “Il miglior modo di combattere la cellulite è bere acqua e limone, lo dicono gli studi!”.
Questi titoloni stanno prendendo in giro il lettore, citando studi inesistenti? Il più delle volte no: esistono gli studi, ma sono studi completamente privi di valore scientifico.

Vi faccio un esempio. Se io mi metto a studiare quante volte mi macchio i pantaloni bianchi quando li indosso, probabilmente risulterà che sono perennemente macchiati. Posso concludere che: “I pantaloni bianchi sono più soggetti a macchiarsi?”. Ovviamente no, perché non ho preso in considerazione una miriade di altri fattori, tra cui, ad esempio, luoghi che frequento quando li indosso (sono seduta in ufficio o in aperta campagna?) o la frequenza con cui macchio quelli neri (magari si macchiano con la stessa facilità, ma sul nero si nota meno). Eppure lo studio ha dimostrato che “I pantaloni bianchi si macchiano facilmente”.
Altro esempio: se io faccio mangiare tutti i giorni a dei conigli, animali notoriamente vegetariani, un quantitativo proteico cui non sono affatto avvezzi, e dimostro che sono soggetti a contrarre più patologie cardiache rispetto a conigli alimentati con erba fresca, posso concludere che “Le proteine fanno venire l’infarto”? Direi di no. Eppure sapete che quello appena citato non è un esempio, ma uno degli studi pionieristici sul quale si sono fondate tante altre ricerche su questo tema?
[D.R.Meeker, H.D.Kesten – Effects of high protein diets on experimental atherosclerosis of rabbits – Pathol.1941, 147-162]

Questo per farvi capire che citare uno studio scientifico può voler dire tutto e niente: bisogna analizzare come gli studi siano stati fatti. 
Quelli di più elevato spessore sono le review e le metanalisi, che considerano tutti gli studi singoli fatti su una determinata tematica e valutano i loro risultati. Si escludono gli studi incosistenti, fatti male o in cui si sia palesemente forzato il risultato, e si prendono in considerazione solo quelli seri. Di questa totalità ce ne saranno alcuni che dimostrano una tesi e altri che dimostrano l’esatto opposto: si individuano i fattori che determinano le differenze (ad esempio può essere credibile che un tale alimento/farmaco sia efficace solo in donne sonno i 50 anni e non in donne over-50, per via del diverso assetto ormonale), e si traggono le conclusioni.


Quindi: non fidatevi dei titoli sensazionalistici che si riferiscono a studi spicci, di piccola entità.

Ritorniamo al selenio…

Lo studio che ho trovato circa il selenio e la sua integrazione alimentare è di tutto rispetto.
Prima di arrivare ai risultati in merito alla fertilità, due parole su cosa è il selenio e come agisce nel nostro corpo.

Alimentazione in equilibrio - Noci Brasile

Il selenio è un elemento traccia che si trova nelle rocce carbonatiche e vulcaniche, e nei sedimenti del suolo. La sua presenza all’interno del cibo che consumiamo dipende proprio dal suolo su cui vegetali, cereali e alberi sono cresciuti, o dal tipo di erba con cui gli animali si sono nutriti.
All’interno del nostro corpo il selenio si trova integrato a 25 tipi diversi di enzimi, tutti con una funzione specifica differente. Se volessimo stilare un elenco delle più importanti, le selenoproteine intervengono in:
Reazioni antiossidanti, proteggendo dalla perossidazione lipidica
– Metabolismo degli ormoni tiroidei attivi

Immunità delle T-cellule
– Modulazione della risposta infiammatoria

Il selenio negli alimenti e nell’integrazione

Come prima accennato, il selenio è presente in quello che mangiamo in virtù della ricchezza del terreno di questo minerale. 
Il selenio è contenuto in tutti gli alimenti: cereali e panificati, carne, pesce, uova, latte, verdura e frutta. Ne sono particolarmente ricche le noci del Brasile, anche se dipende da dove siano cresciuti esattamente gli alberi.

Qualora l’alimentazione non riuscisse a provvedere al fabbisogno quotidiano di selenio, può essere consigliata un’integrazione; tuttavia questa condizione è assai rara, proprio perché il selenio è ubiquitario: solo in caso di grave malnutrizione o anoressia si può registrare una carenza di selenio. In altri casi, invece, può essere utile integrare per promuovere maggiormente le reazioni in cui il selenio è coinvolto: ad esempio in caso di patologie autoimmuni (quando il sistema immunitario è compromesso) o quando ci siano difficoltà nella conversione degli ormoni tiroidei.

Tuttavia la review scientifica che ho consulato sottolinea che esistono gravi effetti collaterali alla somministrazione di selenio non necessaria: il selenio si rivela essere tossico a dosaggi eccessivi, promuovendo diabete e insulino-resistenza, aumento del colesterolo cattivo e addirittura aumentata mortalità per cancro. Quindi capite bene che non è un’integrazione da prendere alla leggera.



Selenio e fertilità

In relazione alla fertilità maschile e femminile le selenoproteine più importanti sono quelle con ruolo antiossidante. La review ha analizzato decine di studi in tutto il mondo, e ha concluso che un’integrazione di selenio possa essere maggiormente consigliata agli uomini, non alle donne.
Lo studio cita: “In caso di ipofertilità maschile, lo stress ossidativo cellulare può incidere fino all’80%, in quanto determina una diminuzione della funzionalità, della concentrazione e della motilità degli spermatozoi”. In uomini con problemi di fertilità, soprattutto in caso di oligoastenozoospermia, sono state registrate concentrazioni inferiori delle selenoproteine GPx4, che rientrano nella struttura proteica dello sperma.
“Dal momento che il selenio interviene nella spermatogenesi e nella motilità e funzionalità degli spermatozoi, può essere consigliato agli uomini che soffrono di ipofertilità un’integrazione di questo elemento nei mesi di ricerca di concepimento”, affermano i ricercatori.

Più dibattuto è invece il ruolo del selenio nella fertilità femminile. Quello che i ricercatori hanno stabilito è che lo stress ossidativo nella donna causa una diminuzione delle capacità antiossidanti totali nel fluido follicolare, condizione che è collegata a minori tassi di fertilità; da alcune ricerche è risultato che la diminuzione di tali capacità è correlata a minori livelli di selenoproteine nel liquido follicolare, ma non è chiaro se un’integrazione di selenio possa aiutare. D’altro canto, sembra che donne che soffrono di menopausa precoce (prima dei 40 anni) o di infertilità non altrimenti spiegata abbiano una forma di autoimmunità ovarica, che potrebbe beneficiare dell’integrazione di selenio.
Non ci sono invece apparenti correlazioni con donne che soffrono di PCOS, e anzi in questo caso la supplementazione di selenio potrebbe essere altamente nociva: poco fa abbiamo visto che dosi eccessive di selenio possono determinare insulino-resistenza; non sarebbe consigliabile proporre tale integrazione a una donna che soffre di sindrome da ovaio policistico, patologia che di per sé si collega a squilibri glicemici ed insulinemici.

Alimentazione in equilibrio - Insalata

In conclusione…

In conclusione serve integrare il selenio quando si è alla ricerca di un bimbo?
Se il problema è maschile, potrebbe essere opportuno previo consiglio medico.
Se il problema è femminile, gli integratori a cui dare la priorità sono altri, come ad esempio la vitamina D, gli omega3 ad elevato dosaggio, un complesso di vitamine del gruppo B in forma attiva e, in caso di PCOS, l’inositolo.

Bibliografia
HD Mistry, F Broughton Pipkin, CW Redman, L Poston – Selenium in reproductive health – Am J Obstet Gynecol 2012, Jan; 206(1):21-30


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