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Selfie di Montale, inviato davvero speciale

Creato il 14 giugno 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Eugenio_Montaledi Giuseppe Leuzzi. Un selfie di Montale, da “falso inglese”. Una sorpresa totale, dal più riservato di poeti, ma avviene a un certo punto di questa sua Svizzera, talmente vi si sentiva a suo agio. Non è la sola sorpresa della raccolta – di articoli solo per un terzo ripresi in altri libri (di tutti comunque Fabio Soldini fornisce in appendice i dettagli bibliografici e ogni utile riferimento, di persone, date, luoghi). C’è la Svizzera, alla prima pagina, come paese noiseless: non asettico, quale è lo stereotipo, ma non rumoroso.  Che già allora, 1947, sotto sotto si tedeschizzava, malgrado la guerra perduta dalla Germania – in realtà a seguito della sconfitta: i capitali affluirono in Svizzera e in Austria, che anch’essa si dichiarava neutrale. Nello stesso 1947 Montale era al corrente della Hochkonjunctur, la famosa congiuntura (economica) che vent’anni dopo gli economisti italiani profusamente avrebbero scoperto. Cui associa, arguto sempre, la callida junctura, la fredda confederazione.

Prose giornalistiche, ma Montale era giornalista con genio. Fu viaggiatore felice: curioso, capace.

Ovunque vede cose che si ricordano. Specie Ginevra, nelle pietre, gli odori, l’occhiuta discrezione, “la culla dell’intolleranza (che) è ora una palestra di liberalismo” – Ginevra senza Rousseau. O l’uomo nuovo di uno dei tanti convegni ginevrini (“Spiraglio”), che un torrenziale oratore marsigliese, o nizzardo, evoca assegnandogli un’ora di lavoro al giorno – ma facendo storcere il naso al banchiere occasionale conoscente del poeta, “cui bastano pochi secondi”.  Maria José di Savoia, golosa dell’Italia e ignorante, anche delle cose che avrebbe dovuto sapere (scriveva libri sulla storia dei Savoia). Nnamdi “Zik” Azikiwe, che la Nigeria avrebbe annoverato quindici anni dopo, all’indipendenza, tra i padri della patria. Francesco Chiesa, e la difficile condizione dell’intellettuale svizzero di lingua italiana. La Sciaffusa rossa (“i socialisti non sono laburisti, piuttosto comunisti”) che si paga una mostra di “500 anni di pittura veneziana”, nel 1953, finito da poco il tesseramento, collazionando 113 quadri, da tutta Europa e dagli Usa, da ultimo anche dall’Italia, contro le resistenze degli esperti, Lionello Venturi in testa.

Un’intervista (“L’angoscia”) fa il paio con “Spiraglio”, della famosa giornalista di Zurigo al signor Montana, Fontale, Puntale indifferentemente, a cui attribuirà poi “il moderno problema dell’Angoscia” – scambiandolo per Jaspers. Ma c’è solo da leggere.

Eugenio Montale, Ventidue prose elvetiche, Scheiwiller 1994, remainders, pp. 210 € 5,43

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