Sez. Attrici - Tema: Anche le streghe sono persone

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Darrin era al lavoro nel suo studio, intento a rifinire un bozzetto per la pubblicità di quelle tremende caramelle gommose del signor Brinkman. Gli aveva chiesto una strega, con tutta la parafernalia di naso adunco e bitorzoluto, cappellone nero a punta, denti marci e unghie nere e artigliate. Samantha gli si avvicinò, e lui le chiese:- Di che cosa volevi parlarmi?- Ecco… vorrei un consiglio professionale. Stavo pensando, dopo pranzo, che ci sono certi stupidi pregiudizi in quello che… - Samantha s’interruppe, e vedendo il bozzetto si accigliò.- Che cos’è? - Una strega per un manifesto. - Tu userai quell’immagine? (Samantha si stava già infuriando).- Beh, non è ancora finito. Vorrei… vorrei metter un altro porro qui…- Darrin, ma ti rendi conto? È un fatto inconcepibile, non l’avrei mai creduto. Lì ci sono tutti i più triti pregiudizi. - Ma che diavolo stai dicendo? - Quel disegno è offensivo! - Offensivo? - Tu è così che mi vedi? - Vuoi calmarti, Samantha? - Mi vedi così? - Oh ma no, tesoro…- E allora perché l’hai fatto? - Perché la gente crede che le streghe siano così.- E questo ti sembra un buon motivo per discriminare una minoranza etnica? - Che minoranza etnica? - Le streghe, s’intende. - Samantha, la gente non crede nelle streghe.- E questo cosa c’entra col discorso? - Come puoi discriminare una cosa che non esiste? - Questi sono cavilli!

Samantha andò di furia in cucina, offesa dall’ottusità del marito e sentendo un pizzicore sui pollici per la voglia che aveva di assestargli un manrovescio. Aprì il frigo per versarsi un bicchiere di latte, e vide Endora farle un cenno di saluto, seduta sul coperchio della burriera.- Ciao, figliola.- Mamma! Esci subito da lì! – Endora comparve al suo fianco. - Che cosa ti succede, bambina? Hai l’aria stravolta. - Lo sono, mamma. È per la festa delle streghe, e Darrin…- Ti ha fatto arrabbiare? Lo sistemo io, quel Dustin! - Darrin, mamma. E non serve che tu faccia nulla. – Samantha non sopportava l’atteggiamento di squalifica della madre quando affettava di non ricordare il nome del genero. - È lo stesso, cara; è pur sempre un uomo. – ribatté Endora con acidità.- Non riesce a capire come mi sento per via dei pregiudizi che la gente ha sulle streghe; ho provato a spiegarglielo…- Non me ne parlare, ricordi quando eri piccola ed io ti portavo in Europa ogni volta che si avvicinavano questi giorni perché non sopportavi quella mascherata orribile di bambini vestiti con cappelli neri e maschere verdastre con i nasi adunchi e le unghiacce. La gente ci vede sempre deformi, repellenti, buone solo per essere messe su una catasta di legna dopo essere state affogate o straziate…- No, Darrin non è così. È solo condizionato da quello che ha sempre sentito ripetere. - Durwood è un emerito deficiente, te l’ho sempre detto.- Mamma, non insultare mio marito. (Samantha si stava infuriando.)- Come vuoi, tesoro. Dustin è già un insulto da solo… per i mortali. - Mamma! BASTA! - Va bene, va bene. Lo sai che mammina ti vuole bene. Vieni via con me, andiamocene a Parigi. Conosco un localino delizioso sui boulevards: pranzeremo lì e poi andremo a provare qualche abito nuovo nell’atelier di quello stilista che Agatha ed io abbiamo scoperto; le sue creazioni sono talmente incantevoli che sembra uno di noi. Tua zia Clara baderà a Tabatha. - No, mamma; non posso andarmene e lasciare Darrin da solo. - Ascoltami, Samantha: noi non abbiamo nulla in comune coi mortali; noi siamo l’argento vivo, un’ombra fluttuante, un suono lontano. La nostra casa non ha confini impossibili da valicare. Viviamo nella musica, un lampo di colore, viviamo nel vento, nello scintillìo di una stella. - Mamma… - Oh, come vuoi, figlia ingrata. D’altronde, è vero che Darwin non potrebbe cavarsela senza di te. - Darrin, mamma. D-A-R-R-I-N. Prova a dirlo, è facile. - Cara, in principio era Darwin! – Endora sfoderò il suo migliore sorriso strafottente e svanì.
Samantha tornò dal marito, portando un bicchiere di sherry per sé e uno per lui.Lui, intanto, aveva stracciato il bozzetto.
MM

Dedicato ad Elisabeth Montgomery e Agnes Moorehead, con infinita gratitudine

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