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Soleto: la chiesa di santo Stefano

Creato il 04 maggio 2011 da Cultura Salentina

di Tommaso Manzillo

Soleto: la chiesa di santo Stefano
La chiesa di Santo Stefano in Soleto è uno dei tanti e, forse, troppi esempi dell’incuria dell’uomo e, in particolare, di tutti quelli che, negli ultimi tempi, si stanno sprecando per divulgare il “Grande Salento”, ma, a volte, perdendo di vista quelle che sono le vere priorità di questa terra.

Allora, dovremmo meglio occuparci dei nostri tesori, di quel patrimonio artistico, storico e culturale, come la chiesa di Santo Stefano in Soleto, ma non è la sola, vero gioiello dell’arte romanico-gotica, incastonato nel centro storico di una cittadina di appena seimila anime, nel mezzo dei suoi vicoli e strettoie. Così come di questa opera d’arte si è occupato Luigi Manni, con la cura epigrafica di Francesco G. Giannachi, nel volume La chiesa di Santo Stefano di Soleto, edizione Mario Congedo, Galatina, 2010, presentato il 7 ottobre presso la chiesa matrice, Maria SS.ma Assunta, in Soleto.

L’autore, nel primo capitolo (anche se il testo non è classificato in tal modo), “L’arciprete Giorgio, il conte Raimondello e l’arcivescovo Gugliemo”, si impegna in una ricostruzione storica della chiesa e, di conseguenza, dell’era orsiniana. Il principe di Taranto, Raimondello Orsini Del Balzo, succeduto al padre nel 1399, come figlio cadetto (forse perché il fratello Roberto era già morto, ma, secondo altri storici, pare abbia conquistato la contea con la forza, ipotesi respinta dal Manni), erige la chiesa di Santo Stefano, dopo quella di Santa Caterina d’Alessandria in Galatina (1391), feudo ricadente nella suddetta contea insieme al capoluogo Soleto, con Zollino e Sternatia, dimostrando in tal modo il suo potere e prestigio. Il Manni colloca in questo periodo la costruzione della chiesa di Santo Stefano, riportando in avanti quella data del 1347, originariamente fissata come anno di fondazione dal prof. Diehl, così come Cosimo De Giorgi scrisse a Pietro Cavoti nel dicembre del 1883 (Galante L., Pietro Cavoti, i tesori ritrovati. Viaggio pittorico nella Soleto dell’Ottocento, prefazione Giancarlo Vallone, EdiPan, Galatina 2007, pag. 202). In quella lettera, lo storico leccese scrive al nostro concittadino, in occasione della visita del prof. Diehl nel Salento: “La data di fondazione della chiesetta che riuscì a leggere alla disparata, rimane quella che ci disse a voce lo scorso giovedì, è il 1347, è costruita sulle vecchie rovine della chiesa di S. Sophia”. Però, in quell’anno il principe Raimondello non era ancora nato.

Sono gli anni della grande crisi per la Chiesa, a causa dello Scisma d’Occidente (1378 – 1417), in cui “il primato di Soleto nella lingua, nella cultura e nella liturgia greca, riaffermatosi nella seconda metà del Trecento, non venne minimamente scalfito da Raimondello”, tanto che lo stesso arcivescovo scismatico Guglielmo dimorò probabilmente in Soleto, lasciando un affresco dello stemma arcivescovile nella torre campanaria della chiesa madre. Tutto questo, forse, mentre il principe di Taranto aveva già preso possesso di Galatina, elevandola a “centro propulsore dei suoi interessi, la vera capitale del Salento meridionale”, nella cui chiesa da lui fondata si celebrava il rito latino, tanto che lo stesso arcivescovo decise di non intervenire, nonostante fosse compresa nella sua diocesi. Una volta succeduto al padre Niccolò, lo stesso principe, oltre la chiesa di Santo Stefano, impreziosì il capoluogo della contea con la stupenda guglia che svetta su tutto il panorama circostante, la chiesa di Santa Lucia e forse quella di San Leonardo e Santa Caterina. Fu in questo periodo che Raimondello allontanò da Otranto l’ultimo arcivescovo scismatico, Riccardo, e insediò Filippo, primo arcivescovo di obbedienza romana.

Il primo rettore della chiesa di Santo Stefano fu l’arciprete Giorgio de Tullie, che si occupò di tramandare la cultura greca e il culto bizantino con una vasta disponibilità di testi liturgici. In questa ricostruzione fatta dal Manni, però, non si nega a Raimondello il ruolo di garante dell’ufficialità del latino, che fu assicurata nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria in Galatina, forse perché qui, più di tutti gli altri centri salentini, con la presenza delle fiere e l’afflusso di diverse lingue e culture, trovò terreno più fertile la diffusione del latino. Fatto, eventualmente, assente in Soleto, certamente ancorato alle sue tradizioni culturali e linguistiche di origine greche-bizantine. Dopo la morte del figlio di Raimondello, Giovanni Antonio, le famiglie Rizzo e Sergio, adducendo come elemento probatorio un rogito testamentario inesistente, in qualità di eredi di De Tullie, millantarono il possesso della chiesetta, utilizzandola anche come luogo di sepoltura. Di conseguenza, cancellarono ogni traccia risalente al fondatore del tempio sacro, immortalato sul cartiglio situato sopra la porticina, ormai murata, sulla parete settentrionale, incastonando tutta la costruzione tra i loro palazzi signorili eretti ai suoi lati.

Negli altri capitoli, “L’architettura e la scultura”, “Gli affreschi”, “Oltre le immagini”, l’autore si occupa degli aspetti architettonici e religiosi degli affreschi, presentando i quattro cicli pittorici. Luigi Manni parla di quattro momenti pittorici per la chiesa di Santo Stefano, ossia quello del 1399, anno di fondazione, quello intorno al 1420, il terzo intorno al 1430 e l’ultimo intorno al 1440 (ricordiamo che la regina di Napoli, Maria d’Enghien, vedova di Raimondello, prima di morire nel 1446, aveva già commissionato e visti terminati gli affreschi galatinesi di Santa Caterina d’Alessandria).

Appartengono al primo momento: la Pentecoste, San Giovanni Battista, la Natività, San Simone, tutti affrescati partendo dal basso, contrariamente allo stile usato, per esempio in Santa Caterina, dove gli affreschi partono dall’altro, per evitare le scolature degli impasti e del colore. Al secondo momento, appartengono, tra gli altri: il Cristo Sapienza, una Madonna col Bambino, Santo Stefano rappresentato con le pietre simbolo del martirio, Sant’Antonio Abate, San Nicola, San Gioacchino e Sant’Anna con Maria bambina, Santa Tecla, Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d’Alessandria. Cadono nel terzo periodo e rappresentati sui registri superiori i quattro cicli pittorici: il Ciclo Cristologico, sulla parete settentrionale, il Ciclo dell’Ascensione e la Visione dei profeti, su quella orientale, il Ciclo della Vita e Martirio di Santo Stefano, su quella meridionale e, infine, il Ciclo del Giudizio Universale sulla parete occidentale, giusto di fronte al fedele che si appresta a guadagnare l’uscita dalla chiesa, quasi a volergli ricordare la fine ultima dell’uomo, chiamato al giudizio finale. La particolarità di quest’ultimo sta nel fatto che negli sguanci del rosone romanico è raffigurato il Cristo benedicente, a mezzo busto, che mostra le piaghe della crocifissione e la ferita nel costato.

Splendidamente Manni fa notare la straordinarietà della rappresentazione, maturata nella mente dell’ispiratore del ciclo, “nel tentativo, riuscito, di fissare nell’aureola luminosa del rosone il sorgere dell’apparizione luminosa della Seconda Venuta di Cristo”. Tali cicli, secondo l’autore, appartengono alla scuola neogiottesca, “che indugia su fisionomie intense e fortemente espressive”. All’ultimo momento (anni quaranta del Quattrocento) appartengono, tra gli altri, alcuni santi affrescati sopra e sotto gli stipiti della porticina meridionale, la seconda scena dell’Annunciazione a destra del catino absidale, San Sebastiano (devozione molto diffusa nel Salento) sulla parete orientale, San Giovanni Elemosiniere e Santo Stefano sulla parete settentrionale.

Nella stupenda esplosione di colori e di figure che si assiste entrando nella piccola chiesa di Santo Stefano in Soleto, si prova veramente un senso di smarrimento davanti a siffatto capolavoro dell’arte e della pittura, circondati da santi e madonne, che suscitano nel visitatore un senso di nullità della propria condizione umana davanti a quei modelli di cristianità della Chiesa, gli esempi virtuosi da imitare. L’ambiente monoaulato (m. 6,62×3,89 e 3,96 nel muro abisadale; m. 5,10 in rialzato fino alle capriate), ospita queste raffigurazioni, le cui fonti sono i Vangeli canonici, ma anche quelli apocrifi, quali il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dell’infanzia armeno e il Vangelo dello Pseudo-Matteo. In particolare, proprio trattando del ciclo pittorico sulla parete meridionale, Manni afferma che “Gli affreschi di Soleto raccontano storie straordinarie, insolite e originali sulla passione di Stefano, un vero unicum nell’iconografia del santo e nella storia dell’arte italiana”, le cui fonti sono rappresentate da La Fabulosa Vita S. Stephani Protomartyris, manoscritto dell’XI secolo, e il codice greco Scorialense del XII secolo.

Purtroppo la chiesa di Santo Stefano di Soleto si trova in un evidente stato di abbandono da parte di tutte le istituzioni, non solo quelle politiche, ma anche religiose e culturali. Vicino la piazza del Municipio si trova un’altra chiesa, quella di San Nicola, dove un tempo vi alloggiavano le suore claustrali, che grida veramente un serio intervento. Già il Cavoti, più di un secolo fa, occupandosi della chiesa di Soleto, aveva riprodotto con la sua arte ineguagliabile di disegnatore e acquerellista, tutti questi tesori (le chiese di Santo Stefano, Santa Lucia, San Leonardo, che Luigi Galante, nell’opera citata, classifica tra le chiese scomparse, pag. 135 e ss.), perché aveva intuito il pericolo derivante dall’elevato grado d’incuria dell’uomo del suo tempo, di cui noi oggi siamo eredi. Anche Janet Ross, scrittrice di origine inglese, che amava molto viaggiare per scoprire l’architettura e l’arte, arrivò in Puglia, la prima volta, nel 1884, e visitò, oltre la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria di Galatina, anche la chiesa di Santo Stefano in Soleto, per poi menzionarla nella sua The Land of Manfred del 1889: “Nel villaggio merita attenzione la piccola chiesa di Santo Stefano, che ha una porta notevole per la sua incorniciatura e per i due pilastri ai lati; sovra di uno poggia un leone e sovrà l’altro un’aquila” (Galante L., op. citata, pag. 35). Torniamo a occuparci dei nostri tesori, concentriamo le attenzioni verso questi veri gioielli dell’arte e dell’opera dell’uomo, riformuliamo la scala delle priorità per il Salento, che non ha ancora bisogno di elevarsi a ente regione autonoma, ma di più cura e attenzione verso quello che già possiede.


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