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solidarietà femminile al tempo del KKK...

Creato il 07 marzo 2012 da Omar
solidarietà femminile al tempo del KKK...
È il 1962 a Jackson, laggiù nel profondo Mississippi. Una giovane neodiplomata con velleità giornalistiche di nome Skeeter decide di scrivere un libro che approfondisca il punto di vista delle mamies di colore: non sarà impresa da poco.
È uno spunto tutto sommato lieve quello da cui si snoda The Help, intensa pellicola dall'irresistibile fascino old-style non a caso quest'anno pluripremiata agli Oscar da un'Academy Awards sempre più avvizzita. Ma il film, oggettivamente elegante e ben realizzato, scorre senza sdruccioli e, salvo qualche caduta di tono perdonabilissima, sfiora di sovente la perfezione. solidarietà femminile al tempo del KKK...Opera corale al femminile (gli uomini hanno ruoli di poco o nullo valore) ispirato al romanzo omonimo di Kathryn Stockett (grande successo negli Stati Uniti, in Italia, allocchi, se lo sono venduto con scarso ritorno come l'ennesimo, evitabilissimo romanzo chick-lit) si avvale di uno splendido cast a partire dalla brava Jessica Chastain per concludere con la meravigliosa Emma Stone. Ma in un film sulla segregazione razziale non può che spiccare il parco di attori colored, azzeccatissima risulta infatti la scelta di Viola Davis ma sopratutto di Octavia Spencer (nei panni della grassa cameriera Minny), inarrivabile nel comunicare con due smorfie e un'occhiataccia la frustrazione dell'essere considerata ultima tra gli ultimi in un Sud arroventato dagli schemi e dai pregiudizi. La storia mette in scena una sorta di urlo strozzato che racconta di soprusi e barbarie antichi come il mondo, eppure attualissimi. Assistendo alle vicissitudini di questo gruppuscolo di donne differentemente impegnate, tra invidie, volontà di riscatto, nobiltà d'animo e pochezze morali, la memoria ritorna a lungometraggi come La lunga strada verso casa, del 1990, che vedeva Sissy Spacek (presente infatti anche qui quasi a chiudere il cerchio) al fianco d'una grande Whoopi Goldberg. Qui vige la medesima, attentissima ricostruzione filologica sixties di abiti, ambienti e comportamenti, senza che però ciò appaia come una concessione derivativa della moda imperante grazie ai vari Mad Men (che pure, per carità, a sua volta una serie pressoché perfetta) ma facendone anzi elemento necessario per scandire un unico fil-rouge che dal passato porta lo spettatore a riflettere sugli sviluppi odierni dell'integrazione razziale. Chi osserva - incantato dalla bellezza della messa in scena - l'incredibile ottusità di alcuni comportamenti rappresentati sullo schermo dall'abile regista Tate Taylor finisce per chiedersi se quei problemi siano stati risolti una volta per tutte, e non solo negli USA. La risposta, ovviamente, è: manco per niente!

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