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Sorelle Materassi – Aldo Palazzeschi (estratto)

Creato il 17 novembre 2011 da Maxscorda @MaxScorda

17 novembre 2011 di Lascia un commento

Certi incontri formavano un capitolo speciale nella storia delle nostre sorelle.
Ma il capitolo di centro era rappresentato da un viaggio a Roma che fu a suo tempo un avvenimento tanto grande da rivoluzionare il paese: tutto il popolo di Santa Maria per molti mesi ne seguitò a parlare.
Avendo eseguita una pianeta per un cardinale di Curia, ed essendo stata ammiratissima fino nelle anticamere di Sua Santità, per mezzo del Cardinale Arcivescovo di Firenze le due sorelle vennero informate che il Santo Padre le avrebbe ricevute in udienza particolare con un gruppo di poche altre persone.
Tale notizia mise sottosopra il vicinato. Dal parroco all’ultimo parrocchiano fu un accorrere alla porta-finestra dove le donne seguitavano a lavorare con la testa piena del loro viaggio. «Le Materassi a Roma! Ricevute dal Papa». Tutti volevano sapere se era vero, se ci sarebbero andate e quando, ma soprattutto, come si sarebbero vestite, sapendo ognuno che per essere ammessi alla presenza del Pontefice ci vuole un abito speciale.
Anche la forte Teresa in quei giorni aveva smarrito la calma conquistata e mantenuta sì duramente.
Carolina ebbe crisi di pianto e, quasi, di paura. Sentiva che all’ultimo momento le gambe non l’avrebbero sorretta, e sarebbe giunta a Roma soltanto per cadere svenuta. Soffriva di fantasticherie, aveva perduto il sonno, l’appetito e financo la voglia di lavorare. Per togliersi da tanto orgasmo decisero di portare un dono al Papa, una stola magnifica alla quale lavorarono insieme, senza abbandonarla un momento, giorno e notte con commozione struggente durante quel periodo che le separava dalla partenza.
Carolina gettò il disegno di una bellezza austera, classica, che culminava nella parte di destra con un Cristo sulla croce, e in quella di sinistra con un San Pietro nell’atto di consacrare l’Ostia.
Per un mese donne e donnette lì vicine non parlarono che della stola e della visita. Sarebbero riuscite a terminarla pur lavorando il giorno e buona parte della notte? Come sarebbe venuto il Cristo? Il sangue delle ferite?
E la cosa più difficile: il volto di San Pietro con le mani che reggevano l’Ostia all’altezza del petto nell’istante divino. Quasi che tutte la dovessero eseguire.
Quella stola si poté chiamare, e con ragione, il capolavoro delle sorelle.

Per l’estrema tensione Carolina scemò tre chili in un mese; e quando terminato il Cristo, e dall’altra parte terminato il Santo dai grandi occhi chiari che fissavano il cielo, eseguì con le sue mani l’Ostia, che per essere un disco tutto bianco poteva appesantire la figura retrostante ferma e dura, divenne essa stessa di una leggerezza incorporea nel tirare il filo, tanto che l’Ostia si formò con la soavità di un vapore che sale.
Accompagnate da un prelato di Firenze con dieci o dodici altre devote, in una mattina di Giugno col sole squillante nel cielo di un azzurro denso e uguale, tremando come colombe spaventate e traballando sopra una carrozzella che saltarellava sui ciottoli della piazza come sul greto di un fiume, vestite di nero col velo fin sulla fronte, si avvicinavano annichilite al palazzo apostolico, e più si avvicinavano più si sentivano inghiottire dalle fauci maestose di quella mole.
Vennero introdotte con un altro gruppo accompagnato da un prelato anch’esso, e insieme a un gruppo di sacerdoti che stavano da sé. Non più di cinquanta in tutti. Vennero introdotte nella sala delle Benedizioni, in attesa che si aprisse la porta dalla quale sarebbe apparso il Pontefice, e che ognuno fissava senza il coraggio di respirare.
A un tratto la porta si aprì con tanta semplicità da sembrare di cartone, e un fascio di luce venne dall’altra sala irradiata dal sole. In quello, con la leggerezza che Carolina aveva saputo dare all’Ostia fra le dita di San Pietro,
Sua Santità apparve. Era Pio Decimo, ed era il Giugno che precedette la conflagrazione europea; pochi giorni dopo quel cuore pietoso cessava di battere.
Il Santo vegliardo col ciuffetto di capelli argentei che gli uscivano dalla calotta, la faccia rosea e sorridente di amor paterno, nella veste candida incominciò, uno a uno, a passare davanti a ciascuno dei suoi visitatori inginocchiati in semicerchio, dicendo qualche parola a tutti ed impartendo la suprema benedizione terrestre. Allorquando il prelato disse che quelle erano le due ricamatrici di Firenze, e della stola portata in dono a Sua Santità, prese con tenerezza, fra le sue, le loro mani per vederle, dicendo ad entrambe: «brave, brave, bene».
Le poverette, inginocchiate, non seppero che piangere, ma trovata la forza di articolare, rotta dai singulti, Teresa, mentre il Santo Padre carezzatele la fronte le impartiva l’apostolica benedizione, ebbe uno slancio: «Per l’anima di nostro padre! Per l’anima di nostra madre!». E il Pontefice accentuando il sorriso annuiva col capo giacché quella, una volta rotto il ghiaccio, accennava a seguitare: «Per nostra sorella di Ancona! Per quella di Firenze! Per tutti gli abitanti del nostro paese». E più il Pontefice assentiva con la testa per far capire che la benedizione era valida anche per loro. Carolina, che non era stata buona di aprire la bocca, ma che con grande maraviglia aveva ascoltato quanto la sorella era stata capace di chiedere, una volta aperta la sua esplose: «Niobe!».
Al che il Pontefice, sorridendo più aperto, fino a mostrare la bocca rossa priva di alcuni denti, presa fra le mani la faccia di Carolina come si fa con un fanciullo: «Per tutti, per tutti», le disse prima di passare oltre.


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