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Spara Jurij. Racconto di Iannozzi Giuseppe

Creato il 31 gennaio 2014 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

Spara Jurij

di Iannozzi Giuseppe

vecchio punk

vecchio punk

Max sosteneva che le donne hanno classe punto e basta.
Joe annuiva col capo, poco convinto però.
Max amava i CCCP sparati a tutto volume. Spara Jurij rimbombava forte nella camera. Max era convinto che fosse un invito a far fuori Wojtyla (*).
Max cantava a squarciagola facendo agitare la cresta da punk mezzo spennata. Nonostante fosse votato a un’inesorabile calvizie, continuava a rovinarsi i pochi sopravvissuti con gel e colori bislacchi.
Quando la canzone fu finita, Max si buttò sul letto a culo all’aria. Addosso aveva semplicemente una maglietta e dei pantaloncini corti. Ai piedi delle vecchie Nike puzzolenti.
“Secondo me sbagli. Le donne la classe l’acquistano”, buttò lì Joe.
Con la faccia schiacciata sulle lenzuola scomposte, Max gli rispose mezzo addormentato: “Che cazzo dici?”
“Dico che se ti mettessi le scarpe col tacco di tua sorella, anche tu avresti classe.”
Max si riebbe, come se un’anguilla gli fosse entrata nelle mutande.
“Dove vuoi arrivare, brutto finocchio?”
“Intendo dire che sono gli accessori a fare una donna… di classe.”
Max sospirò. Poi ammise: “Forse hai ragione.”

“Ho ragione di sicuro”, sottolineò Joe.
“Non puoi provarlo!”
“E invece sì. Levati quelle dannate scarpe da ginnastica.”
“Perché?”
“Levatele e mettiti quelle di tua sorella. Avete lo stesso numero.”
“Quali scarpe?”
“Quelle con il tacco alto alto.”
Max saltò prima sul letto a piedi nudi, poi si buttò giù e corse in camera della sorella, che era fuori a farsi sbattere da qualche morto di fame.
Tornò dopo pochi minuti con un paio di scarpette molto sexy.
Senza pensarci su, Max calzò le scarpette della sorella. E prima che potesse accorgersene aveva cominciato ad ancheggiare proprio come una femmina. Gl’era venuto naturale.
Joe sorrise soddisfatto: “Che ti dicevo? Hai classe, ne hai da vendere!”
Max ci aveva preso gusto. Ancheggiava e s’atteggiava.
All’improvviso Joe lo abbracciò.
Pose prima le mani sul petto di Max, poi continuando a restare dietro di lui una mano gli scivolò nelle mutande.
A quel punto Max si rese conto che il gioco s’era spinto troppo oltre e cercò di slegarsi dall’abbraccio. Ma Joe era davvero grosso e troppo forte per lui.
Glielo prese in mano e cominciò a palpargli ben bene i testicoli.
Max gridò. Fu un grido a metà, da checca isterica.
Joe continuò a lavorare sul suo uccello e in un men che non si dica Max eiaculò non una ma due volte, quasi tre.
Una donna non era mai riuscita a farlo venire così.
Però lui non era un finocchio, non lo era, dannazione.
Tirò fuori un urletto da niente.
Joe allora lo sbatté sul letto a pancia sotto.
Piagnucolando Max lo pregò di non farlo.

Max rimase in silenzio per un bel pezzo. Alla fine sputò: “Perché l’hai fatto?”
Imperturbabile Joe si limitò a scrollare le spalle, poi aggiunse: “L’occasione fa l’uomo… Insomma, mi andava.”
“Sei gay?”
“No.”
“L’hai fatto solo perché…”. Max non sapeva che pensare. Però, se solo Joe non fosse stato così grosso, lo avrebbe riempito di botte.
“Perché mi andava. Tu ancheggiavi, facevi il femmino e mi sono arrapato. Tutto qui.”
Max provò un odio che non credeva possibile. Lo aveva usato, questo era il punto. E soprattutto odiava sé stesso, perché, in fondo in fondo, non gl’era dispiaciuto farselo mettere in quel posto, anche se non lo avrebbe mai ammesso.
Joe sentì sbattere la porta. Nico, la sorella di Max.
Doveva levar le tende.
Senza aprire becco, uscì dalla camera dell’amico punk, salutò con un cenno del capo Nico che non lo degnò d’uno sguardo e si lasciò tutto alle spalle. Per lui non era successo nulla di eclatante o degno di nota. Semplicemente l’aveva sbattuto in un buco e da quel buco ne era uscito tutto d’un pezzo, tale e quale a prima.

Seduto sul letto, con le scarpette della sorella, Max rimase con la testa fra le mani. Non era un finocchio e nemmeno una checca, però gl’era piaciuto e gli piacevano anche le scarpe di Nico che lo facevano femmino. Joe non avrebbe dovuto dimostrargli che anche lui ce l’aveva della classe!
Nico entrò in camera del fratello.
“Adesso potresti pure restituirmele. Costano un occhio della testa”, disse rivolta a Max senza una particolare inflessione nel tono di voce.
Max si levò le scarpe.
“Ti puzzano i piedi”, osservò Nico. “Dovresti fare qualcosa, e non solo per i piedi. Sembri uno scampato per miracolo al Fronte Orientale, Dio santo!”
Max non fece una piega.
Lasciò che la sorella si portasse via le scarpe con il tacco alto alto.
Prese a canticchiare Annarella: Lasciami qui/ Lasciami stare/ Lasciami così/ Non dire una parola che/ Non sia d’amore/ Per me/ Per la mia vita che/ E’ tutto quello che ho/ E’ tutto quello che io ho e non è ancora/ Finita/ Finita”. Ben presto una disperazione infinita lo invase. Pensò che sarebbe stato facile volare giù dalla finestra.

(*) In realtà la canzone si riferisce ai tragici accadimenti del settembre 1983. Il 1mo di quel mese il volo civile Korean Air KAL-007 fu abbattuto da alcuni aerei dell’URSS per ordine di Jurij Vladimirovič Andropov, in quanto l’aereo, finito fuori rotta, fu scambiato per un aereo spia degli USA. Oltre trecento persone morirono a causa di questo errore.

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