Speciale Zagor: psicopatologie di uno Spirito in casacca rossa

Creato il 17 luglio 2013 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco
Speciale: Omaggio a Zagor: analisi e tributi

Un eroe sull’orlo di una crisi di nervi

Può darsi pure che il suo autore lo avesse concepito come un carattere di immediato consumo, un tipo spettacolare ma privo di profondità, una specie di atletico tarzanone votato a risolvere le avventure a suon di sberle e sganassoni. Se pure si può cogliere una qualche effimera leggerezza  nelle prime apparizioni, con lo scorrere dei numeri (in particolare dopo la parentesi creativa di Gian Luigi Bonelli) Guido Nolitta arricchisce Zagor di un notevole spessore psicologico, inconsueto sicuramente nei fumetti di quegli anni. Confrontato a Tex, un personaggio nato per un pubblico adulto, Zagor dimostra una diversa umanità e una psicologia complessa e spesso spiazzante. Per Aquila della Notte il mondo si suddivide, in maniera manichea, fra buoni e cattivi, con la legge del Giudice Colt a fare da spartiacque per separare il Bene dal Male, con il fine di rimettere le cose al posto giusto. A Zagor, invece, succede di ingannarsi, di confondere buoni e cattivi e rimane basito da come gli individui si rivelino profondamente diversi da quel che appaiono esteriormente. Esemplificativa di tale ambiguità è proprio la figura del papà di Zagor, Mike Wilding, la cui morale rimane tuttora drammaticamente irrisolta (nonostante i chiarimenti provati da Boselli in Il ponte dell’arcobaleno, Zagor Gigante n. 400 e ripresi da Moreno Burattini in La storia di Betty Wilding, Zagor Albo Gigante, n. 3).

L’eroe con la scure talvolta rimane disorientato nello scorgere l’imbarazzante mescolanza attraverso cui le  meschinità si adornano di buoni propositi e nel constatare quali crudeltà abbiano origine dalla buone intenzioni. Spesso lo Spirito con la Scure fatica a distinguere con evidenza bene e male. In Zagor Gigante n. 100 (Il mio amico Guitar Jim), Cico (che in questo caso svolge la funzione di coscienza critica), di fronte all’assedio da parte degli Apache di un gruppetto di bianchi, tenta di dissuadere il suo amico dall’impresa disperata di andare loro in soccorso: “Chi sono gli aggressori, laggiù? Gli indiani che difendono il proprio territorio… o i bianchi che si ritengono in diritto di estendere la loro autorità su ogni lembo di terra di questo paese?“.

In effetti le avventure di Za-Gor-Te-Nay sono sottolineate da certezze sempre traballanti e, anche, da uno strisciante senso di sconcerto legato alla imprevedibilità umana, sterminata e traboccante, sia quando esprime malvagità, turpitudini, infamità che quando diviene eroica o sublime.

Zagor sul lettino di Freud

Non è solo la traballante e ambigua moralità del reale a creare un sottofondo di crisi delle cose che si perpetua nelle avventure dello Spirito con la Scure. L’animo stesso di Zagor è in tumulto come un mare in tempesta. Le sue sfuriate sono al limite della crisi di nervi e spesso l’eroe perde il controllo di sé, evidenziando un equilibrio psichico stressato. I lettori di Zagor hanno dovuto attendere a lungo [1]  per conoscere le cause del disequilibrio emotivo del proprio eroe. Come noto, la figura di Za-Gor-Te-Nay nasce da un triplice senso di colpa e da una triplice perdita. Il giovane Patrick Wilding perpetra la vendetta contro Salomon Kinsky e gli Abenaki, trucidatori dei propri amati genitori, rei di aver distrutto il suo mondo di favola  sulle rive del Clear Water.

L’esito della ritorsione sarà catastrofico: il giovane Wilding avrà modo di apprendere che l’uccisione dei propri genitori è stata conseguenza della condotta del proprio padre, reo di avere commesso, nelle vesti di ufficiale dell’esercito statunitense, una inutile strage nei confronti degli inermi Abenaki. Ma non basta. Nel corso dell’azione che porta all’uccisione di Salomon Kinsky muore Wandering Fitzy, il girovago filosofo che aveva contribuito all’educazione spirituale e morale dell’eroe dopo l’uccisione dei suoi. Dopo aver perso dunque i genitori, in un solo colpo, il nostro eroe subisce altre due perdite: quella del suo mentore  e quella, forse ancor più grave, dell’immagine incorrotta del padre. A tale disorientamento si uniscono tre pesanti sensi di colpa: quello nei confronti degli Abenaki per il delitto commesso dal padre venti anni prima (non è forse vero che le colpe dei padri ricadono sui figli?) e quello per gli assassinii compiuti da lui stesso, avvelenato dal folle spirito di vendetta. Il terzo peso sulla coscienza è quello di aver contribuito indirettamente alla morte di Wandering Fitzy, suo vero e proprio padre. Ce ne sta abbastanza per giustificare il caratteraccio di Zagor? Questa tensione psicologica, Teoricamente Pat Wilding avrebbe dovuto poter risolvere tale tensione psicologica interpretando il ruolo di giustiziere ed eroe che ripara a tutti i torti. Ma l’assunzione del ruolo di giusto non è, evidentemente, sufficiente a rimediare a quei torti e a quel sangue versato nell’inseguimento della folle vendetta, perché sa che tutta la giustizia di questo mondo non è sufficiente a sanare una unica ingiustizia compiuta.

Ad aggravare i sensi di colpa di Zagor, ad un certo punto della propria storia, subentra la consapevolezza di avere per tanti anni ingannato i pellirossa di Darkwood, usando trucchi da baraccone, per farsi credere un essere sovrannaturale.

Le tumultuose attività psichiche di Zagor secondo Boselli

È Boselli a interpretare finemente la tumultuosa psicologia di Zagor, facendo confliggere i tumulti interiori dell’eroe in quella emozionante storia che è Il ponte dell’arcobaleno (Zagor Gigante n. 400). Per quanto non sia esplicito, l’avventura pare percorrere le confuse suggestioni e le fila eteree di un sogno. Zagor subisce l’attacco, morale oltre che fisico, da parte dei rappresentanti delle tribù di Darkwood (con l’eccezione dei soli Tonka e di Molti Occhi) sobillati da Dwayan, guerriero Abenaki e, indirettamente dai fratelli di Kinsky.

Lo spirito con la Scure, nella “radura della piccola acqua”, dove è comparso mille volte con i suoi trucchi da illusionista, subisce, stavolta, una sorta di pubblico processo. Le accuse di Dwayan sono quelle di essere: 1) un impostore; 2) il massacratore degli Abenaki; 3) il figlio del responsabile dell’eccidio di Silver Lake. Ma non c’è niente da dire stavolta. Tutte e tre le accuse sono vere. Zagor è profondamente consapevole di questo: sono proprio quelli i fatti alla base del proprio disagio psichico e morale.

La scena si chiude con le fiamme di Shaytan, demone malvagio, che incendiano il cielo. Fiamme che, fuori dal mito indiano narrato, potremmo interpretare come il fuoco del senso di colpa e del rimorso. L’atmosfera della scena è proprio quella angosciante del sogno, di quei sogni crudeli nei quali anche i più cari ti appaiono ostili e tu vorresti soltanto svegliarti, ma non è possibile. Quello che avviene nella “radura della piccola acqua” lo si potrebbe interpretare come un conflitto a livello inconscio oppure onirico, dove le pulsioni primordiali e istintive tentano di prendere il sopravvento sulla forza razionale e organizzatrice della mente.

Per fuggire alle potenze malvagie, Zagor fugge nel passato, ovvero ritorna sulle sponde del Clear Water dove, accanto ai resti bruciacchiati di una casa, ci sono le tombe dei suoi genitori. Lo Spirito con la Scure  recupera i ricordi del passato, si avventura nella ricerca dei fatti dolorosi che permangono nella sua psiche. Al Patrick Wilding divenuto Zagor ricompare il fantasma di se stesso bambino e i fantasmi psichici dei suoi genitori. È evidente che Patrick, per quanto possa credere di avere anestetizzato i ricordi, attraverso una condotta umana altruistica, non è riuscito ancora a liberarsi del passato tragico, peso insostenibile e impietoso sulla propria anima e sulla propria coscienza.  Per trovare una giustificazione alle proprie azioni e anche ai comportamenti delle persone a lui più care (il padre), Zagor si rivolge, attraverso la mediazione di Molti Occhi, a una maga, Jayla (ovvero una psicanalista del tempo antico) che convince l’eroe a un viaggio iniziatico, ricco di difficoltà, che lo porterà ad attraversare il ponte dell’arcobaleno, ovvero  la passerella che unisce il mondo dei vivi con quello dei morti. Il ponte, variopinto e impalpabile,  può essere interpretato come il congiungimento fra la realtà e le ombre dell’inconscio.

Attraverso questo pellegrinaggio erratico, proprio più della mente che del corpo, Zagor guadagna il conforto dei defunti che lo hanno conosciuto in vita e ottiene il confronto umano con il proprio padre. Da questo itinerario psichico rinasce una figura libera delle ombre del passato. Zagor rafforza la propria personalità, si dà spiegazione delle proprie azioni e dalle motivazioni ricavate trae la forza per sconfiggere i propri nemici reali, concreta espressione del male.

Nella storia editoriale di un personaggio come Zagor, contrassegnato da circolarità narrativa, le vicende non sono mai risolutive, e quindi la psiche tumultuosa, e per certi aspetti conflittuale, di Zagor, potrà essere protagonista di altre avventure, purché ci sia l’autore in grado di trattare una materia tanto delicata come merita.

Dilanianti antinomie secondo Sclavi

A utilizzare con maestria le contraddizioni insite nell’opera e nella psiche di Zagor, prima di Boselli,  è stato Tiziano Sclavi, il quale in Zagor Gigante, n. 276 porterà lo spirito con la Scure a lottare con Ah-Eh-Nai, Il Demone della follia (che dà il titolo all’albo). Nella stessa lunga avventura, contrassegnata dal ritorno di Hellingen, il papà di Dylan Dog porterà l’eroe con la scure a confrontarsi con le proprie antinomie congenite, esistenziali, psichiche e anche narrative. In Ai confini della realtà  Zagor sarà svergognato davanti alle popolazioni di Darkwood (durante il tentativo di messa in scena di una delle solite comparizione) dal nuovo capo Mohawk, Shalak, che quasi lo ucciderà. L’esito di questa storia nella storia sarà che Zagor risolverà le proprie contraddizione nell’unica maniera che sarebbe stata possibile in un mondo storico reale: prendere le armi assieme ai fratelli rossi di Darkwood per impedire che i bianchi spazzino via le popolazioni native dalla faccia della terra. E il finale sarà il suicidio di Zagor, rimasto solo, senza più amici. Ma questo avviene in un mondo alternativo. Sclavi tramite Akoto (“…come se fosse questo, il mondo della fantasia…”) sembra suggerirci che il mondo alternativo è in effetti il nostro mondo, dove – la storia ci insegna – i Nativi d’America sono stati sterminati. Quelle che leggiamo in un fumetto, sono, dunque, le avventure dello Zagor in una dimensione dove è  possibile la convivenza fra bianchi è pellirosse.

Il capolavoro compiuto dal creatore di Dylan Dog è stato dunque quello di restituirci uno Zagor realistico in quanto compatibile con il mondo in cui viviamo tutti noi adesso e qui e nello stesso tempo assolutamente  fantastico e integrato nel mondo glorioso della fantasia.

Sclavi, in Incubi, riesce, pur mantenendo le caratteristiche strutturali del personaggio, a realizzare una complessa deformazione della struttura narrativa del fumetto seriale. Mettendo in crisi tutte le certezze su cui poggiano le basi dell’eroe tradizionale, l’autore ci restituisce un prodotto unico e speciale, davvero inconsueto nel panorama di questo tipo di pubblicazioni. Ci riesce, di certo, grazie al suo genio, ma può compiere la sua operazione solo perché si trova fra le mani un personaggio assolutamente duttile e plasmabile, un carattere che nelle sue contraddittorie sfumature, nelle antinomie parallele del proprio mondo, nelle barocche figure di contorno, trova la propria intima essenza nonché connaturata ragione di esistenza letteraria.  

Seppure, in altre avventure, più usuali contraddizioni e disagi dello Spirito con la Scure rimangano sullo sfondo, sono proprio questi elementi imprescindibili a caratterizzare la creatura di Sergio Nolitta, in maniera distintiva, come un personaggio moderno e complesso.

Eroi post-freudiani

Zagor non è il primo avventuriero (più o meno mascherato) ad abbracciare la strada del bene, motivato da un sentimento di giustizia avverso alla malvagità umana che gli ha tolto affetti cari. Ricordiamo la vicenda umana di Bruce Wayne, che assume le sembianze inquietanti di Batman per impedire che altri debbano subire la sorte dei propri genitori, uccisi da un rapinatore sotto i propri occhi, quando era ancora bambino.

Solo che le motivazioni alla base della nascita della figura di Batman sorgono da una rivalsa morale che ha origine nella ragione piuttosto che nelle motivazioni del profondo. 

Il primo attore fumettistico perfettamente post-freudiano è L’Uomo Ragno. Il personaggio, realizzato da Stan Lee e Steve Ditko, nasce dalle braci dei rimorsi di Peter Parker, colpevole di aver lasciato andare via il ladro che, successivamente, si renderà colpevole dell’omicidio del proprio zio, vero genitore adottivo. La fila dei sensi di colpi proseguirà poi con la morte di Gwen Stacy, di cui il supereroe si renderà involontariamente responsabile.

Zagor, che nasce un anno prima de L’Uomo Ragno (Zagor è del 1961, Spider-Man è pubblicato dalla Marvel nel 1962), carico com’è di conflitti e di sensi di colpa irrisolti, si può rappresentare, dunque, come l’araldo di una serie di eroi moderni che arriveranno da lì a poco. Eroi che dovranno confrontarsi non solamente con villain, reali e temibili, ma soprattutto con il terribile oscuro che alligna nelle fibre del proprio animo.

 

Note:

  1. Ovvero il 10 luglio del 1969, otto anni dopo la nascita dell’eroe, quando esce in edicola il n. 62 della Collana Lampo, 4° serie, Zagor racconta… [↩]
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