sperando che la crisi continui

Creato il 08 dicembre 2012 da Gaia

Non voglio dare l’impressione di essere insensibile alle sofferenze causate da questa crisi economica. Non ne farò una lista per mostrare di riconoscerle: non serve, ne sentiamo parlare tutti i giorni. Dirò invece che, pur rendendomi conto appunto che molte persone pagano un prezzo alto per questa congiuntura, io vedo la crisi anche come un’opportunità, e una parte maggioritaria di me vuole addirittura che continui. Tanto più che, almeno per ora, non siamo alla fame. Abbiamo una ricchezza mai vista nella storia, nonostante tutto, mal distribuita ma non abbastanza da far morire di fame le persone, in Italia dico – quindi ci sono margini, e generosi. Io voglio dire che si può approfittare di questi margini, e dell’esigenza di ripensamento del modello attuale che la crisi porta con sé, per attuare dei cambiamenti necessari, che forse in tempi di prosperità non sembrerebbero prioritari e invece ora appaiono come non più procrastinabili.
La lista che farò è relativa sia a tendenze effettivamente in atto, sia a novità possibili. Spero sia chiaro quando parlo delle une e quando delle altre (e ci sono sovrapposizioni). Mi rivolgo anche alle persone che si sentono vittime della crisi, agli studenti, ai pensionati, ai disoccupati: che si ricordino che un cambiamento è necessario non solo per loro, ma soprattutto per i miliardi di persone che vivono in povertà abietta per colpa di quello stesso sistema economico globale che fa persino di loro, dei pensionati, dei disoccupati, degli studenti in piazza a protestare dei privilegiati e degli sfruttatori – anche se non se ne rendono conto. In così tanti modi che è impossibile elencarli – in quello che mangiamo, nei vestiti che indossiamo, nella benzina che bruciamo, nei guadagni delle multinazionali che sfruttano le risorse dei paesi poveri, in chi lavora nelle nostre case, in chi estrae i metalli dei nostri cellulari, nei canali attraverso i quali i nostri investimenti in banca miracolosamente fruttano, e in mille altri modi ancora. Ricordo che più di un miliardo di persone, un essere umano su cinque, vive con meno di 1,25 dollari al giorno (dato in PPP- purchasing power parity, quindi tenendo anche conto del diverso valore della moneta). Quando diciamo che la crisi è terribile, riferendoci all’Italia, ricordiamoci di cosa vuol dire avere fame.*

I dati dicono che le emissioni di gas serra in Europa sono calate con la crisi, a partire dal 2009 (numeri più recenti sono difficili da trovare). Meno fabbriche, meno tir, meno consumi. Di inquinamento si muore. Che te ne fai della crescita economica, dell’aumento del Pil, del lavoro, se sei morto? E anche se non muori: quanto costa curare i malati di tumore? Certo, come disse John Kennedy e non solo lui, anche quello è Pil.
I dati dicono anche che nel 2011 si sono vendute più biciclette che automobili, come avevo già scritto su questo blog, e che l’utilizzo dell’automobile sta calando da tutti i punti di vista (e guarda caso, nel 2011, anche gli incidenti). Certo, è triste che gli italiani rinuncino all’auto solo se costretti, ma per consolarmi penso che molti anche la prendono perché costretti (da un servizio pubblico insufficiente). In ogni caso, un’ottima notizia: l’auto è, secondo me, uno dei più grandi mali di questo paese (inquinamento, incidenti, consumo di suolo, abbruttimento delle città, stress, consumo di risorse per la produzione e l’utilizzo, costo insostenibile, traffico e intralcio, perdita di tempo, mancanza di esercizio fisico…).
Questa è una mia impressione: che ci sia meno tolleranza verso le diseguaglianze di reddito, l’evasione e gli stipendi faraonici, soprattutto se pagati con soldi immediatamente identificati come pubblici (tutti i soldi sono pubblici). Ora che la gente inizia a vedersi mancare la terra sotto ai piedi, inizia a fare caso a chi è molto ricco, a chi non paga le tasse, a chi vive nel lusso… e non lo sopporta, e le retoriche del ‘se li è guadagnati’, del ‘purché abbia qualcosa anch’io’, del ‘sei solo invidioso’ iniziano a vacillare. Spero. Anche perché quando Monti inizia a dire che bisogna cambiare la sanità perché non ci sono più i soldi, la gente si spaventa e si accorge che i soldi in realtà ci sono, ma chi li ha non li dà. Se non agiamo sulle diseguaglianze adesso, un’ipotetica fine della crisi potrebbe calmare gli animi e riportare tolleranza nei confronti di evasori e nababbi. Che male ci sarebbe, direste voi. Che i ricchi distruggono il pianeta più degli altri con i loro consumi esorbitanti – e danno il cattivo esempio. Detengono anche potere sulle altre persone, il potere in cui si traduce il denaro. Inoltre, in questo pianeta limitato e con sette miliardi di esseri umani, non c’è speranza di benessere per tutti senza una redistribuzione delle risorse – perché le risorse non sono infinite.
Pare (non metto link, date un’occhiata voi in rete) che l’immigrazione sia in calo in Italia. Può sembrare crudele che io esulti per questo fatto ma, come ho già spiegato in passato, l’Italia è sovrappopolata (ogni italiano consuma oltre quattro volte le risorse a sua disposizione), e non può permettersi di veder crescere la sua popolazione, che dovrebbe invece calare almeno per un periodo. Siccome naturalmente gli immigrati dei paesi poveri vanno dove c’è benessere e lavoro, con buona pace della Lega l’unico modo per scoraggiare gli arrivi è essere più poveri, così meno gente vorrà venire qui, e pare che questo stia succedendo. Naturalmente, un altro modo è ridurre le diseguaglianze a livello globale. Anche questo potrebbe succedere se gli italiani continuano a fare esperimenti di stili di vita più sostenibili. Ho già parlato del cambiamento delle abitudini nel trasporto, ma attorno a me vedo tutto un fiorire di autoproduzione, orti urbani, cibo km 0, insomma tutti quei comportamenti che riducono il bisogno di trasporti su lunga distanza, imballaggi, lavorazioni industriali. Quest’ultimo punto è più controverso: non sono in grado di dimostrare che l’autoproduzione sia veramente più ecologica della produzione industriale, ma osservando me stessa fare le cose a mano senza l’ausilio di macchinari che consumano energia, recuperare tutti gli scarti (ho visto enormi sprechi nell’unica fabbrica in cui ho lavorato), utilizzare materie prime di mia scelta, locali e naturali (burro friulano piuttosto che olio di palma, lana piuttosto che** stoffe sintetiche) ho buoni motivi di ritenere che si tratti di modalità di produzione virtuose.
L’edilizia è in crisi: gli operatori se ne lamentano continuamente. Considerando che, come qualcuno ha detto, l’Italia è una repubblica fondata sul cemento, e che finalmente si inizia a prendere consapevolezza dei danni causati dal consumo di suolo, direi che questo è il momento ideale non solo per ristrutturare il più possibile (le riqualificazioni sono in aumento, guardate il link), ma anche per dirigere le persone che ora si trovano disoccupate verso nuovi tipi di professioni meno impattanti. Infatti io non credo che si possa salvare un’industria solo ed esclusivamente perché c’è gente che ci lavora. Oppure, forse è chiedere troppo ma lo chiedo lo stesso, sarebbe bellissimo retribuire di più, all’ora, chi lavora nell’edilizia, e impiegarlo per meno ore al giorno. Come ho già scritto, la casa accanto alla mia è in fase di ristrutturazione, e io sto letteralmente impazzendo (tachicardia, mal di testa, sonno interrotto, reazioni cutanee) per la polvere e il rumore. Non oso immaginare cosa possa voler dire fare per trent’anni quella vita lì.
Il Portogallo ha già rinunciato alla TAV perché non ci sono i soldi. La Francia non si capisce. L’Italia ancora non ci arriva, purtroppo. Però se fossimo ancora in tempi di grassa, penso che la battaglia no tav sarebbe ancora più dura. Una delle tante frecce all’arco dei valsusini, e purtroppo una delle più efficaci, è proprio questa argomentazione: non ci sono soldi per sistemare le scuole che cadono in testa agli studenti, non ci sono treni per i pendolari, fra poco non si cura più la gente, e voi pensate alla TAV per Lione??
Quest’ultimo punto della mia lista di sfacciata speranza è semplicissimo, ma ancora non ci siamo. Ci sono tanti disoccupati, e c’è tanta gente che si ammazza di lavoro. La logica più elementare direbbe: facciamo lavorare di più i primi e di meno i secondi -> part-time diffuso. Si vive anche meglio con più tempo libero. Sta succedendo? Non mi sembra. Ma se c’è un momento in cui è facile dire che dovrebbe succedere, quel momento è adesso.

*Ci sono contraddizioni, enormi problemi nelle statistiche delle diverse istituzioni internazionali, per quanto autorevoli. Senza entrare nei dettagli, ci basta capire quanto abissalmente ‘fortunati’ siamo noi italiani, ancora (non è fortuna, è sfruttamento).
** Non è bello vedere usare piuttosto che nel suo significato originario, anziché nell’orrida accezione attuale di componente di un elenco di alternative equivalenti? Purtroppo non posso combattere questa battaglia da sola (anche se del tutto sola non sono: ringrazio almeno uno, due e tre). R.I.P. uso corretto di piuttosto.


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