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Stefania Nardini intervistata da Iannozzi Giuseppe per “Gli scheletri di via Duomo”

Creato il 21 gennaio 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

Gli scheletri di via Duomo
Intervista all’Autrice

a cura di Iannozzi Giuseppe – 20 gennaio 2009

Stefania Nardini intervistata da Iannozzi Giuseppe per “Gli scheletri di via Duomo”

1. Prima di parlare del tuo ultimo romanzo “Gli scheletri di via Duomo”, edito da Tullio Pironti editore, Stefania, vorrei che dicessi qualche cosa di te a chi eventualmente non dovesse ancora conoscerti: in particolare, quali sono le tue passioni letterarie e non, in che valori credi, quale è la tua principale ragione di vita?

“La mia principale ragione di vita è la vita. Perché sono curiosa, pronta a cambiare. A cercare di capire. E la vita è straordinaria. Ogni giorno. Perché ogni giorno si impara. Uno dei valori più importanti per me è l’amicizia. L’amicizia la vivo con lealtà, mi ci butto. Spesso mi faccio anche male. Ma un’esperienza negativa non mi induce a chiudermi. Continuo. E questa mia fede nell’amicizia mi ha portata ad incontri bellissimi. A persone che sento attaccate alla mia pelle anche se a volte ci si allontana per ragioni che vanno al di là della volontà. Le mie passioni letterarie riflettono i valori in cui credo. Adoro Kundera, Tondelli, Mutis, Fuentes e tanti amici miei scrittori. Quelli che sono cio’ che scrivono. Poi ho un amore particolare: Jean Claude Izzo. Per scoprirlo dopo la sua morte ho vissuto a Marsiglia quattro anni. E grazie a Sebastien, suo figlio ho lavorato sui suoi testi inediti. Infatti quello su Izzo è un lavoro che ho nel cassetto. Che mi ha cambiato la vita veramente.”

2. “Gli scheletri di via Duomo” è un romanzo che hai scritto durante un periodo particolare della tua vita. In che modo sapere di star lottando per la tua vita ha influenzato il flusso narrativo, il tuo modo di scrivere?

“Ero stata operata di cancro.

Al di là di come io possa apparire sono anche una depressa. Diciamo una depressa reattiva. Nel senso che riesco a trasformare la depresione, il dolore, in qualcosa di positivo perché richiede un combattimento. Allora divento come un pugile. Mi incazzo con la vita e voglio vincere. Ridendo. Come ho fatto prima di entrare in sala operatoria. Perché ero sicura di farcela. Non solo per motivi squisitamente medici, ero arrivata prima che la “bestia” facesse di me la sua cavia, ma anche perché mi carico di fronte al negativo. Iniziai a scrivere gli “Scheletri” quando avevo un tubo di drenaggio che tra l’latro mi faceva un male cane perché urtava un nervo. Non potevo muovermi come sono abituata. Cercai un altro tipo di movimento. Le parole. La scrittura. La sola che mi permette di viaggiare come io decido. Ed ho scelto Napoli. Ed una storia che ho  ritenuto emblematica sia sul mestiere di giornalista, che poi è la mia professione, sia per quella che è l’anima di una città dove ho vissuto.
Dunque avevo ragione: il cancro non solo l’ho superato ma dal cancro ho imparato…”

3. Via Duomo: molti, moltissimi, non sanno che cosa questa strada significhi per Napoli, né possono immaginare quante storie si sono consumate qui e nei suoi pressi. Prima di parlare del tuo romanzo, vorrei, se ti è possibile, che dessi ai lettori delle indicazioni (storiche) di massima su via Duomo.

“Via Duomo è la strada dove, appunto, si trova il Duomo e dove si venera il culto di S.Gennaro. Un culto che per i napoletani è qualcosa di più della devozione. Napoli è una città che ha riposto nel divino la speranza e la forza per superare mille disgrazie, dalla peste alle eruzioni del Vesuvio, dal colera alla mondezza. E su questo c’è una vasta letteratura, ma al di là dei testi che raccontano la città c’è la città che si racconta, che si muove, che si esprime, anche nel dialetto, con una ricchezza di riferimenti di origine antichissima. Via Duomo è a due passi da Forcella. Il quartiere del contrabbando. Un quartiere secondo me meraviglioso che mostra la Napoli dell’arte e la Napoli della miseria senza interferenza. Un quartiere che durante la guerra ha dato il meglio di se nella “creatività resistente”, così la chiamo io quella fantasia che ha fatto sopravvivere i napoletani di Forcella. Basta immaginare che ancora oggi la gente vive nei bassi. E proprio a Forcella c’è l’Annunziata, ovvero la ruota dove si lasciavano i neonati per darli in adozione. E poi edicole votive dappertutto. Forcella ha una sua storia. Un storia fantastica. Una storia di arte di arrangiarsi ma anche di grande umanità e solidarietà. Naturalmente il tutto nell’illegalità che, se va condannata, va anche studiata per comprenderla appieno.”

4. So per certo che “Gli scheletri di via Duomo” nasce da un fatto di cronaca che ti è stato raccontato in maniera grezza. Da questo fatto di cronaca nudo e crudo, la scrittrice Stefania Nardini è riuscita a trarne fuori un ritratto divertito e divertente di Napoli, del carattere ribelle testardo passionale della gente di Napoli. Un ritratto che comunque non manca, con lieve ironia, di disegnare anche i difetti dei napoletani. Per dar vita e corpo ai tuoi personaggi, hai lavorato solo di fantasia… o hai, per così dire, percorso coi tuoi propri piedi il bailamme di via Duomo?

“Il fatto c’è stato realmente. Amare Napoli non significa trovare sempre delle giustificazioni. Significa anche indignarsi di fronte a comportamenti incivili. Ci sono aree dove stanno nuovamente risorgendo i cumuli di mondezza, per esempio. E questa è una cosa che non accetto. I napoletani sono straordinari nel loro modo di essere estremi. Nel bene e nel male.”

5. Siamo a Napoli, non ti chiederò dunque quali sono stati gli autori che, nell’arco della tua vita, hanno maggiormente influenzato il tuo modo di scrivere; ti chiedo invece quali autori napoletani, o che hanno parlato di Napoli, hanno influenzato Stefania Nardini per conferire piena veracità alla brillante scrittura che il tuo romanzo sa restituire al lettore.

“Io nasco giornalista. E devo dire che lavorando in un giornale come Il Mattino ho avuto alcuni colleghi che mi hanno dato una cosa importante: essere me stessa anche nello scrivere un fatto di cronaca. Insomma togliermi di dosso un po’ di tecnica e lasciare spazio alla sensibilità. La persona che di più mi ha dato da questo punto di vista è un collega che purtroppo se ne è andato via giovanissimo: Gianni Campili.
Quindi pur amando la Serao, la Ortese, Ghirelli, Rea, La Capria, una come me resta sempre una giornalista, il che è un vantaggio ma anche un limite. Il limite di essere essenziale. Anche se poi mi incanto di fronte alla poesia che ritrovo in testi di autori napoletani. Forse da questo punto di vista devo crescere. Anche se a 50 anni dire di voler crescere procura qualche risata.
Invece per me questa idea di continuare a crescere mi piace. E’ un lifting mentale che fa meglio di quello chirurgico! “

6. “Gli scheletri di via Duomo” non è soltanto un giallo, le cui misteriose radici affondano in un tempo lontano, è anche un ritratto del mondo del giornalismo, di un mondo subito dimenticato con l’avvento del computer, con Google, con Internet. Ieri c’era la ricerca della notizia per le strade, oggi c’è un ometto triste e grigio, ma compiaciuto di sé stesso, seduto davanti a un monitor che digita delle parole chiave per scrivere il suo articolo. Com’è cambiato il modo di fare giornalismo nel corso degli anni? A tuo avviso, è migliorato o è peggiorato?

“Il giornalismo è sempre lo stesso. Sono cambiati i giornalisti. Si è vero, le nuove tecnologie… Ma questa è troppo spesso una giustificazione. Fare del vero giornalismo è faticoso. Nel senso che si affaticano coloro che sono pigri, che rinunciano alla curiosità, all’idea di mettersi dalla parte dei lettori, della gente. Oggi fa notizia il collega Fabrizio Gatti, che personalmente apprezzo moltissimo. Ecco Fabrizio fa quello che si faceva una volta. Eppure anche lui ha il computer etc. Anzi le nuove tecnologie sono una manna dal cielo per un cronista. Su Internet si trova e si scopre di tutto! Certo poi soi deve verificare. Il problema è che la nostra è una categoria in questo momento rattristata. Ognuno si sente ostaggio di un editore che non è più editore puro, tutti si lamentano e poi? Basti pensare che sono circa 4 anni che non si rinnova il nostro contratto. Dunque anche sindacalmente la situazione è immobile. Se poi c’è chi fa il giornalista da maggiordomo del,potere puo’ far bene a se stesso perché racimola un posto al sole. Ma è un sole artificiale. Perché un vero giornalista sa cosa vuole e sa dove va, e mette in gioco la sua professionalità, la sua vita anche in nome della verità. Poi ci si puo’ correttamente schierare, ma l’idea di scegliere questa professione pensando che “si ha famiglia” credo sia l’approccio più sbagliato. Si puo’ fare altro. Infatti il giornalismo è peggiorato. Ormai non si verifica la fonte, fa fede l’agenzia stampa, si parla meno con la gente. Insomma spero che ci sia una rinascita in questo senso. Perché mentre la professione sta peggiorando la gente si forma sempre più attraverso i media il che implica una maggiore responsabilità da parte di chi fa questo lavoro.”

7. In una casa sotto ristrutturazione vengono rinvenute delle ossa. I lavori si fermano. Sono ossa bianche, che appartengono a un tempo lontano. Questo lo si può capire con una semplice occhiata. Da questo ritrovamento, gli scheletri cominciano a uscire fuori dagli armadi di portinaie più o meno informate,  di fattucchiere, di uomini con il piede in due staffe. Il cronista del Mattino, incaricato di tener vivo l’interesse dei lettori sul caso dei due scheletri ritrovati, giorno dopo giorno si scontra contro muri di reticenze ma anche contro chiacchieroni tutto fumo e niente arrosto. Forse i veri scheletri sono quelli che ogni piccola comparsa ne “Gli scheletri di via Duomo” si vede suo malgrado costretto a confessare. E’ così?

“Si. In realtà andando a curiosare in quel che c’è oltre gli usci degli appartamenti di uno stabile esce fuori di tutto. Insomma ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio.”

8. Ieri le notizie di cronaca nera erano in numero meno elevato rispetto a oggi, per cui il cronista doveva tenere vivo l’interesse del pubblico ricamando intorno alla notizia se non aveva altro da aggiungere. Ieri la notizia veniva somministrata a piccole dosi, si può forse dire così, e scrivere un pezzo di nera significava improvvisarsi detective. E’ quello che fa il cronista del Mattino. Vorrei che parlassi di questo giornalista vecchio stampo, per le sue virtù e per i suoi difetti. Una mia curiosità: un uomo così è mai esistito nella realtà?

“Il problema non era il numero delle notizie ma il pezzo di mantenimento che ancora oggi c’è. Quando c’è un fatto che viene seguito ogni giorno va tenuto vivo con qualche dettaglio in più. Capitano giornate in cui non ci sono novità. Allora in quel caso scatta il “mestiere”. Continuare cioè a catturare attenzione magari ponendosi nuovi interrogativi, facendo parlare protagonisti diretti o indiretti.

Se ho conosciuto cronisti così? Be’ intanto io vengo da quella “scuola” e ne ho conosciuti tanti. Uno l’ho anche sposato. E’ il cronista del romanzo. “

9. Nel tuo romanzo i personaggi hanno tutti nomi pittoreschi, com’è d’uso a Napoli. La Napoli di oggi è la stessa di ieri? Oltre la camorra, chi è il vero nemico di questa città oggi più che mai al centro di scandali e di numerosi episodi di cronaca nera?

“Sarebbe facile dire la politica. Secondo me i media hanno grande responsabilità. Qualche tempo fa il cronista giudiziario del Corriere della Sera disse che Napoli era perduta. Come dire che era inutile affrontare l’argomento. I media locali ptrebbero avere un grande ruolo. Ma da una parte non se lo prendono, dall’altro certi fatti non superano le rive del Garigliano. Due esempi. Sul blog di un mio amico scrittore e giornalista, Remo Bassini, pubblicai un pezzo sulla monnezza che stava soffocando Napoli. Era l’8 dicembre. Ero andata e avevo visto. Dunque ho raccontato. Ricordo che al post qualcuno commentò la cosa come se fosse esagerata, oppure complimentandosi perché sembrava scritta da Saviano, cosa questa che mi fece sorridere. Poi neanche un mese e la monnezza di Napoli fece il giro del mondo. Era diventata reale!
Altro esempio. Un giovane cronista napoletano mi racconta che in municipio i giornalisti erano stati cacciati da una riunione politica. Personalmente se mi fossi trovata in quella situazione non me ne sarei andata. Avrebbero chiamato il 118, certo, ma a quel punto avrei avuto la possibilità di denunciare ancor di più un comportamento così assurdo.
Ma questo chi lo sa se non è tra le notizie dei tiggì della sera? Ora non voglio colpevolizzare l’informazione, ma un fatto è certo, se l’informazione fosse come i cani da guardia anche i politici farebbero attenzione. Napoli oggi è peggiorata non per i fatti di cronaca, i delitti più efferati si commettono al nord, ma per il rischio identità. La città sta perdendo i suoi connotati , quelli che l’hanno e la rendono ancora, unica. Napoli ha bisogno di ritrovare autostima. E questo puo’ verificarsi solo attraverso la valorizzazione della sua cultura. Perché è quella la bellezza. Napoli è una città di poesia, di profumi, di riti, di colori, di parole che hanno una storia antica. E tutto questo non puo’ essere bruciato. Ma ritrovato nella dignità.”

10. C’è un messaggio sociale o politico nascosto fra le righe de “Gli scheletri di via Duomo”?

“Si. Forse è tutto quello che qui ho detto.”

11. Esiste una differenza netta fra narrativa e Letteratura? Per te, che cosa è la narrativa? E la Letteratura?

“Io credo nella bellezza. Che sia narrativa o letteratura. Pero’ non riesco a distinguere. Posso dire che è letteratura tutto cio’ che diventa punto di riferimento, modello. Ma quanta narrativa ha ancora  questo ruolo?”

12. Una provocazione: Roberto Saviano oggi è considerato una sorta di santo, gli mancano sol più le stigmate come a Padre Pio perché si avvii un processo di canonizzazione nei suoi confronti. Tu che ne pensi di Saviano, è giusta tutta questa attenzione nei suoi confronti?

“Saviano è un bravo ragazzo. Prigioniero di se stesso. Con idee un po’ confuse. Non ho capito se resta in Italia o no, per esempio. Saviano ha attinto molto in quella cronaca che non va oltre il Garigliano. E con un colosso come Mondadori è diventato fenomeno. Ma è un’icona in cui non credo. A parte il fatto che se si scrivono certe cose è “normale” essere soggetti a minacce. Non saprei elencare quanti colleghi ancora oggi vengono minacciati. Io ho lavorato nelle zone di cui parla Saviano. E bene ha fatto a scrivere un romanzo. Il punto è che oggi Napoli, per chi non la conosce, per chi non ne ha letto, è Gomorra. Ma sarebbe come dire che i corleonesi de “Il Padrino” sono New York! Gomorra è un fenomeno mediatico che sul piano politico non leva e non mette.
Il problema vero è la collusione della politica con la camorra. Onorevoli inquisiti per camorra, ex camorristi eletti nelle istituzioni locali. Meglio prendercela con i casalesi! Con i quali, per carità, è giusto fare una battaglia, far in modo che si faccia giustizia. Ma la vera Gomorra purtroppo ancora non ce l’hanno raccontata. Mi piace ricorrere ancora ad  un esempio. Paolo Chiariello, cronista napoletano, ha scritto “Monnezzopoli”, libro inchiesta in cui ci sono nomi e responsabilità. Mondadori gli diede anche l’acconto. Ma il testo tardava ad essere pubblicato e Chiariello, appellandosi alle norme del contratto firmato in cui era apposta una data di stampa e distribuzione, lo passò a un altro editore, che poi è Pironti. Come mai tanto tempo per far uscire un libro che in poco tempo ha poi venduto 50 mila copie?
Me lo domando. E mi rispondo pensando male… Oddio! Non mi tolgo il vizio! Altro che scrittrice, vedi che l’anima della  cronista riaffiora?”

Grazie Stefania, sei stata molto gentile.

Ti auguro tutto il meglio per la tua vita professionale e privata.

Grazie Beppe, per le domande non banali che mi hanno offerto l’opportunità di raccontarmi.

Gli scheletri di via DuomoStefania Nardini – Pironti editore – ISBN 88-7937-486-9 – 111 pp. – 1ma ediz. 2008 – € 10

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