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STORIA: Da Ante Marković a Mario Monti, la solitudine dei “tecnici”

Creato il 21 febbraio 2013 da Eastjournal @EaSTJournal

Posted 21 febbraio 2013 in Balcani Occidentali, Storia with 0 Comments
di Alfredo Sasso

Monti Obama6

Il premier uscente è rimasto in carica circa un anno e mezzo, alla guida di un governo “tecnico” di larghe intese. Dopo insistenti “rumors” e qualche esitazione, si decide infine a scendere (salire?) in campo, fondando, in vista delle elezioni imminenti, un proprio movimento politico. È accreditato di enorme prestigio internazionale. Pensa di contare su una vasta popolarità interna, grazie alla presunta fama di “salvatore della patria” che si sarebbe guadagnato salvando il paese sull’orlo della più grave crisi di sempre. I sondaggi, inizialmente, sembrano incoraggianti. Ma nel corso della campagna elettorale, qualcosa va storto. O forse, più semplicemente, l’ottimismo di partenza era eccessivo. Le percentuali dei sondaggi s’assottigliano. E alla fine il responso delle urne è una bocciatura senza pietà.

No, non stiamo parlando di Mario Monti, né dell’Italia del 2013. Almeno, finché non si conosceranno i risultati delle elezioni di domenica prossima. Il personaggio in questione è Ante Marković, e il paese è la Jugoslavia del 1990, anno in cui la traballante federazione jugoslava conosceva le sue prime elezioni nella democrazia multi-partitica. Ante Marković – scomparso nel 2011 – fu un premier “tecnico”: benché fosse formalmente iscritto alla Lega dei Comunisti, non fece carriera nel partito né fu mai un politico di professione, entrando nelle istituzioni sulla soglia della pensione. Fu designato premier federale nel marzo 1989 proprio perché figura esterna alle cerchie del potere e di ampio consenso tra le diverse fazioni, in un momento delicatissimo: debito estero e disoccupazione alle stelle, inflazione al 300 per cento e in ulteriore, vertiginoso aumento, senza contare la crisi politica e le tensioni nazionali in ebollizione.

Come il Prof del Loden, Marković si insediò come uomo delle riforme e del rigore (che a quell’epoca, e in quel contesto, significarono privatizzazioni e stabilizzazione monetaria, oltre ai tagli alla spesa pubblica). Il premier jugoslavo prese a viaggiare per l’ Europa e oltre Atlantico per cercare appoggio politico e finanziario al salvataggio del paese. “Restituisce fiducia e credibilità internazionale”, scrivevano i giornali jugoslavi che lo appoggiavano. Marković sembrò non solo riconquistare entrambe, ma anche raggiungere risultati concreti con le riforme, frenando l’inflazione e rivalutando il dinaro jugoslavo. Ma l’allora premier aveva bisogno di conquistare una legittimazione popolare per dare continuità al suo operato e contrastare il freno alle riforme che veniva, nel suo caso, dalle spinte “autarchiche” dei governi repubblicani.

Così, alla vigilia delle elezioni repubblicane dell’autunno 1990, Ante Marković “salì” in politica. Fondò un proprio partito, l’ Alleanza delle Forze Riformiste di Jugoslavia (SRSJ), prevalentemente composto da imprenditori, professionisti e altre figure della società civile lontane dalla politica. Fu una “scelta civica”, insomma, basata sull’ideologia soft della “responsabilità” e della “competenza”, analogamente a quella montiana. Ma contrariamente alle aspettative, la SRSJ fu un flop clamoroso. Il miglior risultato fu il 14% in Montenegro, il peggiore fu il misero 1,5% in Serbia. In Bosnia, dove puntava apertamente al successo, SRSJ prese appena il 10%. La sconfitta segnò la fine della stagione riformista di Marković (che sarebbe rimasto in sella ancora per un anno, ma ormai di fatto depotenziato e sfiduciato), stroncando il suo progetto di una “Terza Jugoslavia” democratica. In seguito, allo smantellamento dello stato sociale ci avrebbero pensato i fucili e la pulizia etnica.

Austerity piena, urne vuote

Certo, non sfuggono le enormi differenze tra il contesto italiano del 2013 e quello jugoslavo del 1990. L’Italia non è appena uscita da decenni di economia socialista, nè è una federazione di repubbliche autonome dagli equilibri tanto fragili. Diciannove anni di berlusconismo non valgono certo quanto quarantacinque di regime a partito unico. Peraltro Marković e Monti non sono due figure totalmente sovrapponibili, per background ideologico e caratteriale. Il primo, animo ottimista e volto sempre sorridente, fu partigiano antifascista da giovane e si riconobbe sempre come progressista e di sinistra (s’ispirava a un “novi socijalizam”). Marković era uomo d’azione, piu’ che di pensiero: fu per 25 anni dirigente d’azienda, il colosso pubblico Rade Koncar. Poco da spartire con il pedigree serioso e plumbeo dell’accademico catto-liberal-liberista Monti.

Ma anche tenendo conto di tutto questo, alcune coincidenze tra la parabola di Marković e quella di Monti sono davvero strabilianti, come le circostanze e tempistiche del loro operato da “tecnici”, le caratteristiche della discesa in campo e dei loro partiti. Soprattutto, tenendo presente la caduta libera di Monti nei sondaggi elettorali, si possono intravedere somiglianze nei motivi dell’insuccesso. Anche su Marković, infatti, gravò pesantemente il malcontento contro le misure di austerità e rigore. Oggi Monti paga il conto della riforma Fornero e dell’IMU, all’epoca fu invece il mancato adeguamento dei salari all’inflazione e i licenziamenti di massa scaturiti dalle privatizzazioni ad allontanare i voti dai Riformisti, oltre a scatenare scioperi e manifestazioni quasi quotidiane.

Per gli avversari di Ante Marković (tra cui gli ultra-nazionalisti futuri vincitori, e i post-comunisti che, finché il premier non aveva creato il proprio partito, erano stati tra i suoi più fedeli sostenitori: proprio come il PD di oggi) non fu difficile imputare al premier la responsabilità principale dell’austerity e dei costi sociali. Molto più complesso fu, per Marković, tentare di convincere gli elettori che ci sarebbe stata una “fase 2” fondata sull’occupazione, su politiche espansive e redistributive. E infatti non vi riuscì. Né vi riuscirono i suoi compagni di avventura, individui poco “scafati” all’interno di un movimento (il SRSJ) costruito in poche settimane per via dell’imminenza del voto. Il tempo, la “fretta elettorale”: altro fattore che sembra non giovare ai “tecnici” di ogni epoca e luogo.

Un altro elemento è la sopravvalutazione di fattori difficilmente convertibili in consenso popolare come “prestigio internazionale”, “credibilità”, “senso di responsabilità”. Concetti che da soli non hanno sufficiente appeal, soprattutto in tempi di crisi, di enorme incertezza e volatilità, e che annaspano di fronte alle Arcadie Felici e alle altre promesse da strapazzo. Come i partiti etno-nazionalisti bosniaci che, con la semplicita’ del loro motto “svoji na svome” (traducibile come “ciascuno per conto proprio”, che sottintendeva la separazione etno-comunitaria), surclassarono i Riformisti fondati sul “tempo della ragione”.

Il prestigio internazionale e la responsabilita’, peraltro, non frutta nemmeno qualche sperato aiutino dall’estero. È successo a Monti con il caso PPE: la tanto attesa e auspicata “squalifica” di Berlusconi da parte dei vertici popolari europei non è mai arrivata. E successe a Marković, quando tutte le promesse di appoggio – diplomatico e finanziario – alla sua causa, provenienti dai governi dell’ovest finirono nel nulla: Washington e Bruxelles, quando videro che il candidato era debole, scelsero altri interlocutori. Marković e Monti sembrano confermare che il rigore dei “tecnici” difficilmente ottiene una riconferma diretta alle urne. Ma questo non e’ sufficiente per porre freno alle politiche di austerita’ che – come dimostrano altri casi - finiranno semplicemente per cambiare autore.

Foto: Flickr

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Tags: alleanza forze riformiste jugoslavia, ante markovic, austerità, Jugoslavia, Mario Monti, scelta civica, SRSJ Categories: Balcani Occidentali, Storia


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