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Stracult: dietro le quinte del programma con Marco Giusti

Creato il 28 agosto 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

La prima puntata è andata via come una turbina. E questo era prevedibile visto il motivo di brio e di freschezza che la trasmissione ha sempre comunicato. In questo primo appuntamento della nuova serie era di scena il talk sul film I carabbinieri, 1981, di  Francesco Massaro. In pompa magna dunque, nei salottini di casa Giusti, tutto il cast superstite della pellicola, Mario Marenco, Lucio Montanaro, Giorgio BracardiItalo Vegliante, Maurizio Micheli, il regista Francesco Massaro, il produttore Galliano Juso, sempre brillanti, anche se ormai un pò normalmente imbiancati. Era, questo cast, ed in fondo è rimasto, un esercito di buffi bellimbusti, e nel salotto l’atmosfera gioiosa del tempo era rivissuta, in fondo ed umanamente, con la nostalgia del tempo andato ed anche con la tristezza del ricordo aggiunto, anche per quella parte del cast che ora non c’è più, stiamo pensando in questo momento a Bombolo, ad Ennio Antonelli, a Renzo Montagnani, a Carlo Monni, a Giovanni Attanasio

Marco Giusti  è una fucina di ricordi, alcuni ricordi poi sono vissuti quasi col sinonimo della barzelletta, ma questa era proprio la realtà, la realtà dei set vissuti tutti con immensa allegria, soprattutto da parte degli attori generici, delle maestranze, degli stunt-man, dei tecnici. Gli attori generici poi arrivavano sui set spesso già vestiti con gli abiti di scena, erano allora centurioni, cow-boy, militari, preti, qualcuno anche vescovo o cardinale, e molti erano gli sfondoni che questi compivano magari ignorando poi la situazione, buffa o delicata, che si veniva a creare con gli utenti dell’autobus, perché spesso dimenticavano proprio di stare a bordo, e tra la gente e con i vestiti da scena già indossati, quindi, come raccontano, capitava spesso di bestemmiare in pullman, o di parlare con un linguaggio non proprio accorto, non proprio affine cioè agli abiti che spesso portavano. Ed il pullman che li portava a Cinecittà era teatro a cielo aperto di tali siparietti involontari. Ecco la comparsa vestita da prete che implorava malamente, quella che sembrava un distinto professionista, forse un preside, un professore, spesso erano anche militari in uniforme, colonnelli o marescialli, ma che invece si lasciavano andare a discorsi triviali a più non posso. Insomma era il grande cinema del cuore, la grande commedia all’italiana, che già iniziava fuori e prima dei set.

Marco Giusti

Marco Giusti e Giovanni Berardi

Anche il regista  Luigi Magni, che incontravamo spessissimo, e proprio per lasciarci andare a questi ricordi, in questo senso era una fucina di ricordi divertenti. Raccontava Magni, sempre in merito ad una comparsa quando, proprio nel pullman per Cinecittà e nel frangente di raggiungere il set di Nell’anno del Signore,  1969,  già vestito da fratacchione,  il conducente dell’autobus si vedeva tagliare la strada da un giovanissimo vespista e quindi l’autista era costretto a frenare bruscamente creando sull’autobus un rinculo pauroso tra gli utenti che restavano accatastati uno sull’altro e la comparsa, incurante del suo abito da fratacchione, capito il motivo, non esitava un attimo ad inveire verso il giovanissimo: “li mortacci sua… Sto fjjo de na mignotta…”.

Il cinema era anche questo, e molto spesso già da via Tuscolana. “Lo vedi? Sta a ripassà il copione” ricorda Marco Giusti dal suo bellissimo volume, scritto insieme a  Steve Della Casa, Il grande libro di Ercole, a proposito di un macchinista quando, in un momento di pausa delle riprese di un film mitologico, un peplum, si lasciava andare alla franca battuta perché l’attore protagonista, Steve Reeves, impegnava regolarmente le sue pause in una serie di esercizi ginnici.  Questo era il clima felice di un dietro le quinte, tanti e tanti anni fa, quando il cinema italiano era davvero una esperienza internazionale, un’ambizione, una grande situazione felice. Marco Giusti ama tutto ciò che è cinema, e quello più popolare poi sembra considerarlo davvero alla stregua di un figlio bisognoso di affetto. Diciamo così. E diciamo anche: Marco Giusti è il critico sempre più attento ai titoli di coda, piuttosto che a quelli di testa, è felicemente attratto più dalle comparse che dai grandi nomi.

Se siamo riusciti a dare finalmente un nome a volti popolarissimi e simpaticissimi come Nino Terzo, Enzo Andronico, Enzo Robutti, Maria Baxa, Pia Giancaro, Sal Borgese, Renzo Ozzano, Mariangela Giordano, Biagio Pelligra, Luciano Catenacci, Corrado Gaipa, Natale Tulli, Fiammetta Baralla, Guido Leontini, Ugo Fangareggi, Eolo Capritti, Elio Zamuto, Franca Polesello, Gigi Ballista, Pinuccio Ardia, Luciana Paluzzi, Fabrizio Moroni, Giovanni Pazzafini, Lorenzo Piani, Maurizio Bonuglia, Maria Antonietta Beluzzi, Rita Calderoni, Nicki Di Gioia, Sandro Ghiani, Jimmy il fenomeno, lo dobbiamo proprio alla filosofia, alla grammatica culturale di Marco Giusti. E Stracult  è una trasmissione di cinema che segue proprio questi connotati, condensa queste identità di spettacolo anche nel senso elementare, solo col cuore e li articola sempre con consapevolezza, rispetto e soprattutto affetto. E ci sono anche momenti di grande verità, quando, messo per un po’ da parte il cuore, il proscenio viene esercitato anche dalla testa.  Ma è un lavoro che Giusti lascia volentieri ai suoi ospiti. Come a  Carlo Freccero, ad esempio, che in questo contesto, poi, è stato diretto, preciso, netto: “in questo momento il cinema è diventato televisione, mentre le serie televisive oggi sono vero cinema”. E il regista Stefano Sollima a contraltare: “certamente si, oggi il cinema è serializzato nella maniera più televisiva possibile”.

L.Rea e G.Max

Il modo di affrontare il cinema nelle domande di Marco Giusti è completamente affrancato da tutte le tecniche e da tutti gli schemi possibili: spesso diventa quasi un’essenziale avventura esistenziale, una ricerca non per ricostruire i discorsi tematici, culturali, del film, ma per capire la realtà dei set cosi come sono, spesso cosi come erano. Questo grazie al modo che ha Giusti di esprimersi e di muoversi alla dialettica, alla sua pronta disponibilità di adattarsi, forse anche alla sua grande leggerezza di equilibrio. Dopo, quello che assale, spesso è solo il senso netto, di autentico, che resiste nelle domande di Marco Giusti, anche di genuino talvolta, e forse anche, perché no, di irresponsabile  (chiamiamola così, ma è un complimento) onestà, come quando chiede, che so, al regista  Alberto De Martino, ad esempio, “ma i soldi, li hai fatti? …  o a George Hilton quando chiede: “perché hai fatto un film come  El Macho? Ed Hilton:: “non lo so…”. “Come non lo sai”  replica Giusti…“No, è che non me lo ricordo proprio…” rincalza Hilton. E  Riccardo Billi, produttore di  El Macho  a rimbeccare Hilton:  “ma come non te lo ricordi, eri perfetto per la parte. Questo era il motivo maggiore”. Oppure, ancora, quando rivolto al press-agent, simbolo del cinema italiano, Enrico Lucherini, domanda se davvero Woody Allen, sul set di To Rome with love preferiva, piuttosto che girare, “magnà e dormì?”. Sono domande che si possono fare solo se si ha davvero del talento, e difficile anche capire di che tipo, e talento nell’allestire finanche il contesto adatto per espletarle, questa è la genialità di Giusti insieme a quella idea culturale che gli fa preferire piuttosto, anche se non è proprio la parola giusta, magari titoli come Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda a Strategia del ragno, Anche gli angeli mangiano fagioli a Anno Uno, Pasqualino Cammarata capitano di fregata a Professione: ReporterRoma violenta a Cadaveri eccellenti, 40 gradi all’ombra del lenzuolo a Il Casanova di Federico Fellini, Emanuelle e gli ultimi cannibali a Il Gabbiano, La banda del trucido a Ciao maschio. E di conseguenza gli fa piuttosto preferire, ripetiamo ancora che questa però non è la parola giusta per una intelligenza come quella di Giusti, registi come  Mariano Laurenti a Bernardo Bertolucci, E.B. Clucher a Roberto Rossellini, Mario Amendola a Michelangelo Antonioni, Marino Girolami a Francesco Rosi, Sergio Martino a Federico FelliniAristide Massaccesi a Marco Bellocchio, Stelvio Massi a Marco Ferreri.

Andrea Delogu

Il cinema come viene fuori dalle domande di Marco Giusti spesso è il reale, il necessario, l’essenziale, quello che veramente fa piacere sapere. Marco Giusti nella sua tranquillità riesce a fotografare le cose, a dare loro la forza di un accadimento unico, anche quando dietro, sottotraccia, c’è un fondo di racconto più forte. Ad esempio quando domanda, e non senza certamente una qualche nota di sottile sottinteso, a registi quali  Neri Parenti o Mattia Torre o anche a  Renzo Arbore, qualcosa come  “quando un film è scemo ma intelligente?” oppure il contrario “quando un film è intelligente ma scemo?” non può altro che sentirsi rispondere, anche con una qualche difficoltà intrinseca, “mah. Bisogna vedere chi decide se un film è scemo oppure è intelligente…” . Le grandi passioni di Marco Giusti, meglio sarebbe dire le sue più grandi felicità, come le nostre d’altronde, le mie in ogni caso, le rivolge a quei film, fatti uno dietro l’altro precipitosamente ma bene, che all’epoca del cinema visto in sala si chiamavano filoni, il mitologico appunto, i western all’italiana, gli spy-story, il comico più farsesco, Franco e Ciccio, i musicarelli con Morandi, Albano, Little Tony, Caterina Caselli, Dino, Mario Tessuto, Renato dei Profeti,  Rocky Roberts  Lola Falana,  Gianni Nazzaro, anche il cinema delle luci rosse è interpretato, visto da Giusti finalmente come un genere del cinema italiano. Non lesina le sue lodi, Marco Giusti, anche a più riprese, instancabilmente, a registi come (ed è un piacere assoluto sentirlo cosi appassionato quando li decanta, quasi con le lacrime agli occhi e l’emozione nella voce):  Vittorio Cottafavi, Riccardo Freda, Mario Bava, Pietro Francisci, Carlo Campogalliani, Giacomo Gentilomo, Primo Zeglio, Nik Nostro, Antonio Leonviola  e poi  Antonio Margheriti, Sergio Corbucci, Giorgio Ferroni, Sergio Leone, Alberto De Martino, Frank Kramer, Mario Caiano, Stelvio Massi, Sergio Martino, Ruggero Deodato, tutti registi che, dice Giusti,  “si scaldano i muscoli con il peplum per passare più tardi ai western e più tardi ancora agli spy.story, ai thriller, ai polizieschi”. Era il bellissimo cinema degli attori che non recitavano, che si muovevano poco o niente, spesso erano semplicemente immobili,  “ma dal torace senza un pelo, e con il capello phonato di fresco”.  Sono più che altro cascatori, cioé stunt-man, i Giovanni Cianfriglia, i Mario Novelli, gli  Alfio Caltabiano,  i  Pietro Torrisi, gli  Aldo Canti, i  Nino Scarciofolo, gli  Adriano Bellini, i Sergio Ciani, che più tardi poi, e proprio in un lampo, diventavano anche americani, Ken Wood, Anthony Freeman, Alf Thunder, Peter Towers, Nick Jordan, Jeff Cameron, Kirk Morris, Alan Steel.

Si racconta la storia del  Faciolo, e sorride Marco Giusti, un cascatore italiano che sfidò uno stunt-man americano in un set del periodo, quando, proprio incitato dalla folla delle comparse con un: “A Faciolo, faje vedé chi sei!”, il  Faciolo, poveretto, ma assolutamente entusiasta per l’impresa, si butta da dieci metri e lì rimane, con il moltiplicarsi dei commenti, che però diventano addirittura perfidi (di chi prima lo aveva incitato letteralmente a buttarsi) : “sto stronzo, si è rotto”.

Giovanni Berardi 


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