Sulla poesia di Marco G. Maggi Il quadrato delle radici

Creato il 20 novembre 2014 da Signoradeifiltriblog @signoradeifiltr

Il quadrato delle radici

Le mattine avevano fauci di nebbia
inghiottivano prima dell’ingresso
e ti buttavano come una risacca
nelle sineresi dei neon sul linoleum
fino a dileguarsi nel buio dei passi

Si camminava rasenti alla vita
sognando un orizzonte lontano
-e qualcuno sarà poi anche andato
a cercare altrove la sua speranza-
ma i più sono ancora qui dove
anche uno zero ha la sua importanza

aggrappati alle nostre radici
siamo rimasti.

Marco G. Maggi - 6 Novembre 2014

Proprio mentre la pioggia ci chiama a casa, ci chiede di rifugiarci al calduccio, mi arrivano questi versi che restituiscono per intero la vulnerabilità di chi, costretto a mostrarsi invulnerabile, scopre il suo lato bambino, il bisogno di calore e di conforto che l’età adulta nega. Marco Maggi è un imprenditore di successo, non avrebbe bisogno della poesia per sentirsi parte del mondo, eppure risponde alle più profonde esigenze dell’anima scrivendo preziosi versi. Con le sue parole riesce ad evocare quanto di più profondo vi è in noi, scava il buon Marco, scava e trova l’anima, o almeno ne recepisce i messaggi che, attraverso le parole, trasmette. L’anima è nascosta dal ritmo forsennato che ci impongono le nostre esistenze, trovarla e ascoltarla è difficile. La poesia (che è nei versi, ma che è anche in tutte le arti) diventa indispensabile per scorgere anche un solo attimo quella luce che è in tutti noi: orienta, guida, conduce il lettore nell’intimo cammino della scoperta di sé, per questo deve essere evocativa, e Marco riesce nell’intento di ripetere la magia della sua ricerca interiore senza imporla, i suoi versi diventano ricerca interiore per il lettore che, leggendo, non trova il poeta, ma trova la poesia che ha dentro di sé. Un codice quindi, un processo di compressione ed espansione, come le stringhe di bit che passano da un computer all’altro: se da una parte si comprime il messaggio in un segnale comprensibile solo alle macchine, dall’altro si ha la capacità di espandere e decifrare questo segnale che diventa specchio del contenuto. La poesia è quel segnale in codice, il genio sta nella capacità di comprimerlo, per renderlo intelligibile all’anima di chi legge, e che esploderà nella sensazione e nell’emozione che, se dovessero essere tradotte di nuovo in codici, quindi in parole, ritornerebbe ad essere quella poesia. E nei versi c’è quello che non può tradursi in altro modo, perché nei versi “anche uno zero ha la sua importanza”.

Claudio Fiorentini


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