La riserva per le balene, nel sud dell’oceano Atlantico, non si farà. A deciderlo sono stati i paesi membri della Commissione baleniera internazionale, che questa settimana sono riuniti a Panama per decidere le quote di caccia al cetaceo.
L’iniziativa è naufragata per l’opposizione del Giappone, che è riuscito nell’intento di creare un fronte sufficiente per frenarne l’applicazione. Sono stati ventuno alla fine i paesi ad allinearsi con la posizione intransigente dei giapponesi, contro i 38 a favore e i due astenuti. In questa maniera non è stato raggiunto il quorum del 75% necessario per procedere con il progetto.
La riserva, che doveva servire come centro di conservazione per i cetacei, era stata proposta da Argentina, Brasile, Uruguay e Sudafrica ed aveva incontrato il favore di tutti i paesi latinoamericani che fanno parte della Commissione. I giapponesi ogni anno invadono le acque dell’Antartico dove cacciano centinaia di balene grazie ad un tecnicismo legale che permette loro di catturare i cetacei per scopi scientifici e quindi destinarne la carne al consumo umano.
Non è la prima volta che il Giappone veta la creazione di una riserva. Già agli inizi del 2000, era riuscito a boicottare la proposta neozelandese di un’area simile nel Pacifico sud, tra le isole di Pasqua e Pitcairn. In quel caso, l’intera proposta fallì, il fronte protezionista si disgregò e non se ne fece più nulla. Forti politicamente, i giapponesi possono contare su un bacino di paesi fedeli a cui, nel corso degli anni, hanno prodigato aiuti e fondi. Non è da dimenticare che la Commissione è composta anche da Stati la cui economia dipende dai programmi di cooperazione. Da qui, per esempio, i voti che il Giappone riesce periodicamente ad ottenere dalle isole antillane (San Cristóbal e Nevis, San Vicente).
I lavori della commissione, lungi dal preoccuparsi della protezione della specie, sembrano orientati a un rinascimento della caccia alla balena. Gli sforzi conservazionistici dei paesi latinoamericani si sono scontrati con gli interessi di un’industria ancora radicata, che usa l’anacronismo di un’identità culturale come scudo ad una attività speculativa che impoverisce i mari. I risultati, già poco confortanti, rischiano di peggiorare se troverà la maggioranza la proposta della Danimarca che vuole aumentare la quota di pesca per la Groenlandia. Nonostante sia stata provato che la caccia ai cetacei da parte dei groenlandesi è operata ormai in gran parte per rispondere a fini commerciali e non di sussistenza, per il solito gioco di influenze, i danesi potrebbero vedere la loro richiesta esaudita.
Secondo i gruppi ecologisti nel corso del secolo scorso sono stati uccisi due milioni di balene, un numero che ha ormai posto questa specie in serio rischio di estinzione.