Credo sia quasi un richiamo ancestrale. Non me lo spiego altrimenti, il senso di liberazione a cui s'abbandonano i corpi attorno a me. Di colpo l'euforia mi prende gli occhi. Riempie orecchie, sensi, cuore. E intanto ballano, ballano tutti. Una signora brasiliana che m'ero abituata a vedere in veste seriosa. L'attore di un film. La ragazza di Bologna. Qualche altra mia collega che non avevo avuto modo di conoscere ancora. Ché a volte non serve neanche più la melodia. A volte basta il ritmo. E' tutto lì.
C'ero andata leggermente controvoglia, a quella premiazione. Sì, insomma, pioveva a dirotto. Meteorologi allarmisti insistevano, sbagliando, su temperature prossime allo zero. Poteva davvero un'altra cerimonia competere col caldo del divano di casa?Sì. Perchè lo sottovaluto sempre, il potere trascinante dell'entusiasmo latino. Le urla di trionfo di una famiglia peruviana seduta davanti a me. La partecipazione commentata in tono allegro davanti ad ogni singolo premio. Tendo a dimenticarla, quella loro voglia di vivere a voce alta. La frenesia di gioia che, dai colori alle cadenze, pare esplodergli dentro ad ogni dettaglio. Al di là delle apparenze. Dei “che cosa penseranno”. Delle occhiate critiche – e tutte italiane- a chi magari ti siede vicino. E' che non era affatto un'altra cerimonia. Piuttosto, era un ritrovo di quel tipo di gente che riesce in qualche modo a farmi sempre stare bene. Stavo giusto mettendo a fuoco il concetto, quando la Banda Berimbau ha fatto irruzione in scena. Finisce un festival cinematografico. Addio giornate passate a guardar trailer, cercare notizie ed aggiornare pagine di facebook. Eppure, mentre varco la soglia, sento che mi dispiace un po'. Questione di tamburi, suppongo. Tutta colpa di un richiamo ancestrale.


