Ho urlato e pianto, aggrappato a quei legni. Ho sentito le lacrime impastarsi in bocca col sangue delle gengive, mentre mordevo i sassi e sputavo la polvere. Ogni gemito, che calava da dove eri stato issato, apriva in me abissi di disperazione. Mio Dio, ripetevo, perdonami se ti ho tradito. Se ho avuto paura per la mia vita a differenza di te che ora mi mostri cosa sia il vero coraggio. Siamo scappati tutti e dodici. Siamo corsi a nasconderci mentre ti trascinavano in giudizio, quando solo pochi giorni fa ti scortavamo nel tuo ingresso in città, fieri di poterti anche solo accomodare il mantello. Orgogliosi di gridare alla gente il tuo nome ed invitarli a seguirti. Ecco il Re dei Re. Colui che resuscita i morti. Il senza peccato. Ecco il Figlio di Dio. Dioniso, la luce che scaccerà le tenebre! Eccoti morente, maestro. Sacrificio di carne, che mani empie offrono a Dei già senza più nome, destinati a non meritare altro che l'oblio, il giorno che tornerai dal tuo sepolcro a giudicare i vivi e i morti. Non trovo consolazione in alcuna profezia. Conosco ogni venatura di questa croce. Conosco ogni buco scavato dai tarli e ne riconosco le piallature, rapide e nervose, del buon artigiano che l'ha realizzata. Vi ho battuto la testa, vi ho affossato le unghie. Abbiamo lastricato di preziosi marmi la strada della nostra eterna condanna. O grande e potente Zeus, accogli il figlio tuo che muore come spiga e fai che dai suoi grani possa tornare alla vita: pane capace di saziare il nostro bisogno di te.Gianluca Meis
In foto: medaglietta votiva con Dioniso crocifisso (la scritta in greco riporta "Orfeo Bacco"), II° secolo a.C
