
E camminavo a bocca aperta, le creste dei punk, i negozi di tartan, i pub e le insegne dipinte a mano, i negozietti di abiti nuovi e quelli di abiti usati, le bancarelle di frutta a Soho, le pasticcerie dei cinesi e le loro frolle al melone bianco, una panchina nel parco e immaginai pianure attraversate da stradicciole dall’asfalto liso e io a cavallo o su una vecchia Aston Martin a guidare senza sentirmi inseguita, attonita mentre i verdi vescica della vegetazione attraversavano fiochi il parabrezza offuscato dalla pioggerellina. Ne parlai con Serge che conobbi in libreria, pure lui in cerca di suggestioni, di atmosfere, con una gran voglia di perdersi in un refrain dei Beatles mentre in mano stringi un curry take-away, un occhio ai bocconi di pollo ed uno ai merletti o alle calcomanie della finestra di fronte. Stavamo accanto e lui leggeva sottovoce qualcosa che riconobbi, era una poesia di Wordsworth, lei svoltò per strade mai calpestate. Sovrapposi la mia voce alla sua, ne leggemmo un’altra, un’altra ancora, e poi per strada, in piazza, al parco, immersi in tramonti-Turner sul lungofiume di chiatte attraccate.
Giorgio D'Amato
