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Tema: Primavere

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SvolgimentoTema: PrimavereCresceva veloce senza accorgersene. Il seno si faceva prosperoso, i fianchi più larghi e rotondi, le gambe più lunghe e sproporzionate rispetto al busto. I sensi, intorpiditi dalle calde coperte di una infanzia al crepuscolo, si svegliavano ansimanti, pronti a ricevere gli effluvi di vita nuova dalla primavera prossimaSentiva una ondata cavalcante scorrerle per il corpo. Cominciavano a sudarle le mani toccando il taffetà del divano della vicina di casa, mentre lo sguardo si perdeva ora fra gli uccelli del paradiso dipinti sulla tazzina di porcellana, ora tra le coste del velluto della sua gonna. 
Grattava via la sua pelle, come se facesse la muta. Vermi striscianti le addentavano le viscere e i muscoli, rosicchiavano l’involucro da togliere via, quello vecchio, quello inconscio, satollo di spensieratezza innocenza e lacrime. Le pupille si dilatavano, le mani si allungavano e in fondo, sotto l’ombelico, coagulavano pezzi di vita morta. Scosse di assestamento la facevano vibrare continuamente rendendola inqueta. Arte. Un’altra stagione.
In casa stava in canotta e usciva con la stessa senza null’altro. Se ne dimenticava totalmente nonostante la temperatura ancora troppo bassa. La pelle si irrigidiva, i peli gelati sulle punte, la scollatura in vista. Correva fuori di casa, fino alla stazione ferroviaria abbandonata, e sulle lamiere ormai arrugginite vomitava brandelli d’anima prima che andassero in decomposizione, lasciandola sfogare prima che l’idea sparisse del tutto. Dipingeva i vagoni. Graffiò la tappezzeria del sedile ancora intatto quando lui le entrò dentro senza permesso. Non un urlo, non una lacrima. Lei era viva, lui imbranato e violento. Non sentì nulla. Niente le dava più piacere dell’arte quando questa la invasava.
Ancora freddo. Tornava alla ferrovia, camminando in equilibrio sui binari, le braccia aperte, gli stessi shorts sporchi, la stessa canotta. Doveva dipingere sugli ultimi scompartimenti intatti, anche mentre la violentava. Vagoni dopo vagoni, su sedili sempre diversi. Non poteva farne a meno. Sarebbe andata in cancrena altrimenti.
Le ragazze per la strada l’additavano con l’indice smaltato, si stringevano ancora di più fra loro odiandola, mentre i loro ragazzi facevano le bave perdendosi nell’incavo dei suoi seni.
Non uscì più di casa. Aspettava la primavera imminente adesso. La sua stanza era il suo unico vagone rimasto vergine. Si accontentava di disegnare sulle pareti, accarezzando la trama della carta da parati e strappandola via con le mani pezzo dopo pezzo. La notte stringeva il lenzuolo fra le cosce, lì dove si nascondeva il suo nido, e cullava gioie sempre nuove. Con le mani si aggrappava alla testiera del letto in preda agli spasmi. 
Disgelo. 21 Marzo.  Bottiglie vuote e pennelli. Il treno avvolto ancora nella nebbia. Lui la aspettava sempre lì. Lo sgozzò mentre veniva. Raccolse il sangue. Lo ritrasse nell’ultimo vagone. Quello sarà tuo padre sussurrò, accarezzandosi il ventre.

Riccardo Giacalone


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