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Terrorismo homegrown – Profili antropologici della minaccia jihadista (Prima parte)

Creato il 16 novembre 2015 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
Terrorismo homegrown – Profili antropologici della minaccia jihadista (Prima parte)Terrorismo homegrown – Profili antropologici della minaccia jihadista (Prima parte)

La minaccia di matrice jihadista ha tutte le caratteristiche di un fenomeno complesso, inevitabilmente di grande impatto tanto per le singole comunità nazionali quanto per il delicato equilibrio di un'area - quella mediorientale - in cui si sta assistendo al progressivo smantellamento delle frontiere e delle entità statuali precedentemente esistenti.

Tralasciando qui le considerazioni di carattere strettamente politico, gli scenari previsionali e le analisi di cause e conseguenze su cui si concentra oggi la gran parte del lavoro di analisi e divulgazione del fenomeno, è necessario portare l'attenzione su uno dei molteplici aspetti che concorrono a costruire il quadro della minaccia: il dato antropologico e le ragioni su cui si basa la forza, l' appeal esercitato dalla causa islamica non solo nei territori di diretta appartenenza ma, più ampiamente, all'interno delle vaste comunità di cittadini europei in qualche modo direttamente coinvolti nel fenomeno.

Lontano dalle semplici speculazioni filosofiche, si ritiene infatti che i tratti, l'attualità e la concretezza di una minaccia il cui profilo più complesso a livello nazionale è costituito dai fenomeni riconducibili al jihadismo homegrown, siano da ricercarsi anche nelle sfumature di carattere sociale e antropologico che contribuiscono alla creazione di quell'area di consenso verso il jihad, chiaramente specchio dei processi di radicalizzazione interni anche alla società italiana e in generale estesi all'intero mondo occidentale.

Stato Islamico - Cosa cambia rispetto al passato

La nuova minaccia rappresentata dallo Stato Islamico non può essere affrontata ricorrendo alle categorie mentali in uso nel periodo di più stretta contrapposizione al jihadismo di matrice quaedista. Siamo qui in presenza di un fenomeno profondamente diverso dal quaedismo storico, tanto per impianto teorico quanto per metodologie. Sebbene Al Qaeda, il suo programma "politico" e le sue continue chiamate alla lotta contro la comunità degli infedeli ( kuffar) risultino in parte convergenti alle attuali rivendicazioni del gruppo di Al-Baghdadi, il primo dei due fenomeni non è mai arrivato a una reale concretizzazione dei suoi programmi e mai si è definito o ha aspirato a definirsi come fulcro organizzato e tangibile di quella "rinascita" islamica oggi ben incarnata dal nascente califfato.

Isis, costituito ormai di fatto e al di là delle usuali cautele verbali in Stato Islamico, si pone infatti come obiettivo la riunificazione della humma dei fedeli, intende procedere lungo il filo insidioso che richiamando le antiche dottrine separa il dar-al-islam (mondo islamico) e la sua comunità dal dar-al-harb (terra degli infedeli e della guerra) e può riuscire nell'impresa di radicalizzare in chiave assolutistica un processo di state-building che conta sulle forti convinzioni dei suoi partecipanti e su una salda tradizione storica risalente all'antico califfato, capace nel XVI e XVII secolo di avvicinarsi pericolosamente a Vienna, il cuore dell'Europa.

A differenza di Bin Laden il califfo si mostra raramente, tende a non apparire. La sua essenza e il suo ruolo non sono legati alla sua identità individuale (che risulta sostituibile senza intaccare l'impalcatura ideologica e progettuale), ma risiedono piuttosto nella figura di "guida dei credenti" da lui incarnata, nel progetto di cui si fa leader: creare uno Stato Islamico capace di unire un'intera comunità religiosa, il cui forte collante ideologico (che si esercita con maggior forza su popolazione "demograficamente attiva") e la cui avanzata capacità di organizzazione, gestione e propaganda permetta di oltrepassare il confini di Stati che appaiono oggi - e non solo per lo specifico caso Daesh - non sufficienti a unire e rappresentare le esigenze, i bisogni e le aspirazioni di intere comunità.

Inserendosi all'interno di una crisi profonda delle entità westfaliane e del mondo occidentale, lo Stato Islamico oppone di fatto allo Stato moderno e ai suoi strumenti di organizzazione un'unica base concettuale la cui comprensione da parte occidentale appare spesso incompleta o imperfetta: il Tawhid. Il principio cardine della cultura islamica che rifacendosi all'affermazione dell'unità e unicità di Dio estende ad ogni ambito della vita l'influenza religiosa, superando ontologicamente e metodologicamente i principi di organizzazione moderna di Stati e comunità e le conquiste della civiltà occidentale che hanno condotto alla separazione della sfera religiosa da quella civile.

Nella mente dei "buoni musulmani" come si definiscono i seguaci di Al-Baghadi, il Tawhid, insieme al complesso insieme di norme e indicazioni cui si accompagna, dovrebbe idealmente estendersi a guida e cardine della vita sociale, a elemento fondante dell'identità dei singoli e a linea di demarcazione tra la humma e gli infedeli, inevitabilmente nemici - poiché esclusi - del principio assolutistico sopra enunciato. L'islam usa una mistica dell'unità capace di sedurre molti, eleva la religione e la visione del mondo a potenza mondiale e potere politico, si serve di toni e sfumature messianiche. Con le parole affascina, evoca tempi felici e promette ai musulmani e ai potenziali aspiranti di dar loro un posto, un ideale e una rivalsa.

Alla consueta minaccia asimmetrica di Al-Qaeda si aggiunge qui una reale e ben radicata organizzazione statale, capace prima di acquisire e poi di gestire un vasto territorio in modo non dissimile da qualunque altro Stato. Caratteristica questa di per sé sufficiente a garantire al califfato una disponibilità di risorse finanziarie equiparabile a quella degli Stati nazionali, permettendo di fatto di unire ai fortissimi elementi di attrazione ideologica una struttura in fase di solida costruzione capace di finanziare uomini e imprese e di organizzarsi militarmente.

Una breve analisi antropologica

La comunità dei fedeli, il loro Stato, la battaglia per la vera fede: sono questi gli elementi grazie ai quali lo Stato Islamico è stato in grado di costruire uno scudo difensivo e offensivo sufficientemente sicuro da permettere di proseguire nella conquista di terre e individui. Ci si muove in uno scenario complesso in cui, fatti i primi passi in avanti verso la radicalizzazione, gli individui cominciano ad abbandonare se stessi per fondersi in quella che è ormai diventata una comunità, un popolo unito da medesimi principi, un "noi". Un noi pericoloso quanto lo sono stati tutti i precedenti della storia e ancor più insidioso se si considera la sua portata.

La comunità cui si riferiscono i musulmani mediorientali ed europei gradualmente vinti dalla causa del califfato è una comunità che non conosce confini statali, li supera con semplicità coadiuvata dalla propaganda cui i nostri media si rifiutano di negare aiuto, arrivando a raggiungere un'estensione potenziale che renderebbe quasi più prudente il riconoscimento dello Stato Islamico, entità che circoscritta ed elevata a rango statale sarebbe costretta a confrontarsi con se stessa rischiando di subire le stesse debolezze cui è esposto uno Stato (in un simile scenario Daesh dovrebbe necessariamente lasciare indietro parte di quella propaganda che spinge i fedeli alla lotta per l'autoaffermazione di un proprio spazio territoriale).

L'appartenenza a un gruppo, la percezione di combattere per una causa che si rifà ad un principio assoluto e non negoziabile, quel "noi" che manca da decenni nella narrazione ed auto-narrazione occidentale, è la crepa e il vuoto in cui si inserisce il richiamo dello Stato Islamico. Un richiamo che ha toccato centinaia di foreign fighters europei, che si respira nelle carceri, nei luoghi di culto, in ultimo su facebook. Un richiamo costruito su un profondo senso di mancanza che nelle nostre società continua a non trovare risposta e spinge i singoli a cercare ripieghi nella causa jihadista; causa non sempre e non necessariamente legata alle origini come invece avviene per le migliaia di immigrati presenti su suolo europeo, siano essi appena arrivati o qui da generazioni.

Accanto ai casi che tanto rumore hanno suscitato in Italia e all'estero e relativi a Italiani che senza legami pregressi hanno scelto di abbracciare una fede religiosa e ormai politica, ci sono infatti le minacce provenienti da quei cittadini europei di origine musulmana sedotti dalla causa dello Stato Islamico. Nell'uno e nell'altro caso la mancanza di adeguate misure che ci consentano di colmare il vuoto ideologico - e di appartenenza ad una comunità - risulta evidente.

I soggetti radicalizzati partono spesso da condizioni di emarginazione, scontato il peso di un senso di identità mancante, tanto sociale quanto individuale, e ad esso reagiscono. In società in cui l'idea di essere parte di un insieme e di servire un interesse superiore è ormai pressoché assente ed esclusa da ragionamenti politici e da serie iniziative di genesi di coesione sociale, la causa islamica non può che affascinare molti giovani europei. Il senso di solitudine, la necessità di appartenenza, il bisogno di sentirsi parte di un progetto nascente viene così soddisfatto abbracciando una guerra ideologica che mette l'individuo al centro di un percorso creativo in cui gli è permesso di diventare strumento e ingranaggio non solo di un interesse più alto, ma di uno Stato, di una religione, di una comunità. La radicalizzazione verso la causa jihadista diventa così agevole via di fuga per scardinare il senso della solitudine diffuso e finisce per dimostrare tutta la fragilità e la debolezza delle società occidentali.

La radicalizzazione e il terrorismo homegrown, oggi principale minaccia derivante dall'opera (comunicativa) del califfato all'interno degli Stati europei, sono fenomeni che si accompagnano strettamente alla solitudine e che spesso affondano le loro radici nella graduale incapacità dello Stato di dare risposte concrete a bisogni di carattere emotivo e materiale. Fenomeni in cui gli aspetti antropologici giocano un ruolo primario e che nelle loro più vaste cause e conseguenze sembrano strettamente legati a due seri fallimenti che rischiamo di incrociare in questa fase storica: quello dei sistemi valoriali e ideologici all'interno delle società occidentali, ormai carenti nel loro ruolo di "collante" sociale, e il fallimento del concetto di Stato così come lo conosciamo.

Un'adeguata strategia di risposta europea ed italiana al fenomeno dovrebbe di conseguenza seguire direttrici diverse, estendendo gli interventi e le riflessioni a tutte le diverse componenti della radicalizzazione. L'Italia, sebbene il suo ruolo prevalentemente logistico all'interno del movimento jhadista (e la composizione demografica dei musulmani italiani 1) la abbia fin qui esposta a rischi minori, deve comunque affrontare rilevanti minacce legate in primo luogo alle celebrazioni del Giubileo e al suo ruolo di paese simbolo della cristianità.

Le minacce a cui siamo esposti impongono interventi estesi che al monitoraggio dei luoghi di radicalizzazione, quali sono i luoghi di culto e aggregazione religiosa, le carceri e i social network, potrebbero affiancare strategie e riflessioni politiche in grado di generare maggiore coesione sociale e un rinato senso di appartenenza nazionale e valoriale che, accanto alla garanzia di soddisfazione dei minimi bisogni materiali, è l'unico scudo realmente efficace nel lungo periodo contro il rischio di coltivare nelle nostre periferie potenziali "lupi solitari" votati alla causa jihadista. Se si accetta un simile profilo di intervento, la vicinanza e le azioni di un papa, la cui autentica volontà di azione politica (intendendo il termine nel suo senso originale e più elevato) potrebbe rappresentare oggi un valido aiuto nella lotta contro lo Stato Islamico e le sue insidiose diramazioni oltreconfine, non può essere sottovalutata.

Sarebbe analogamente necessaria un'inversione di tendenza che affianchi interventi di integrazione e riduzione del disagio materiale a una maggiore accortezza dei media nazionali nella diffusione dei messaggi appositamente studiati dal califfato per suggestionare alleati potenziali e nemici. Il fenomeno dello Stato Islamico nelle sue numerose conseguenze ed emanazioni è un elemento, a differenza di quanto affermato dal Presidente Barack Obama, che lungi dall'essere incompatibile con il XXI secolo affonda in esso le sue radici, cibandosi delle fragilità politiche, economiche e valoriali delle nostre comunità statali ed imponendoci di conseguenza un'attenta e autentica analisi del fenomeno ed adeguati piani di intervento che prendano il via dalla volontà e capacità di ripensare ad errori e omissioni commessi fin qui.


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