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Terzultima digressione dal testo

Creato il 26 maggio 2011 da Viadellebelledonne

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Avvicinava

(e lo sapeva fare bene quantunque lei)

parestesie sintetiche a sinfonie minori

e nel bisogno del soccorso diaccio penultimo chiamato quella mattina presto

diceva così, per dire, che immaginava cosa fosse morire

ma no, ma no. Era d’incanto staffetta e privilegio, era

subìta, anafettiva, anaclitica, corsiva

era così, ci farete qualcosa voi rampanti voi smaniosi?

Era così. Sulla poesia posa vodka ghiaccia

e sinuosa

passa al recitativo peso, passa al fitto e pensa:

” un piccolo dio, un picciol cristo, fatto carne près de moi

seduto a tavola, in mezzo, guarda verso la finestra aperta

e non vede l’incandescente tra i monti e il blu virare

non vede le ragazze correre e Rosella bianca andare a

prendere il fresco e il duro a filari in fuga e germogli, in

prati larghi e gola e schiuma prossimi a più brevi notti.

Ma il varco. Vede l’apertura, il foro, la cerniera

lui radioso. Vede il pertugio stante, non ha pensiero

alcuno, per la sera, per la bambina e quell’infinità. Là.”

E quel pensiero

arreso al vecchio mondo universo preso

accese forme solite sembra solo assecondi

sul crinale scomposto del terzultimo incedo

un cagnino bianco ed un gattaccio nero.



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