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The Conjuring, di James Wan (2013)

Da Psichetechne
The Conjuring, di James Wan (2013)

Nella cittadina di Harrisville, Rhode Island, arrivano gli investigatori del paranormale, di fama mondiale, Ed e Lorraine Warren, chiamati dai coniugi Perron, terrorizzati da oscure entità che infestano la fattoria nella quale si sono appena trasferiti insieme ai loro cinque figli. I Warren si troveranno ben presto invischiati nel caso più complesso ed inquietante della loro carriera...


Credo che gli appassionati del brivido perturbante debbano ringraziare James Wan il quale, come un paziente giardiniere, coltiva nella sua serra, con dedizione e somma perizia,  il genere cinematografico a noi caro. Nessuno come lui infatti, nel panorama del Perturbante filmico contemporaneo possiede mano più delicata e sapiente nel far nascere e crescere i fiori dell'horror mood. Come il suo collega Ti West, con cui può orgogliosamente andare a braccetto per le strade piene di caciara della comunità, e a testa molto alta, Wan genera talee e propaggini d'ansia che s'insinuano poi come liane di palude della Louisiana negli interstizi emaciati e infrolliti del nostro immaginario. Sceglie strumenti di casting impeccabilmente selezionati, come una Vera Farmiga che sembra un'orchidea nostalgicamente piegata dalle intemperie che scuotono il sottobosco; aggiusta il clima della serra-film ambientandolo negli anni '70, in una fattoria decrepita del Rhode Island; fertilizza il tutto presentandoci 5 tra bambini e ragazzi scelti con grande cura, che ci fanno assaporare il profumo di un'epoca infantile piena di angosce mixate con il gioco di mosca cieca; rinverdisce il genere haunted house iniettando incredibilmente nuova linfa in una pianta che sembrava ormai rinsecchita o marcia. Dopo averci regalato il primo "Saw" (2004) e poi i molto pensati e profondi "Dead Silence" (2007) e il più recente "Insidious" (2010) , ecco che il nostro sapiente giardiniere ci propone questo nuovo capitolo della sua poetica perturbante lasciandoci ancora una volta di stucco poiché  senza ricorrere a ingredienti pulp di sorta, è capace di generare angoscia sopraffina al solo tocco della cinepresa, soprattutto facendo "parlare" una "casa" mediante inquadrature di muri, quadri, vecchie sveglie, tende di trine, armadi, vecchi piatti da cucina, semplici suppellettili insignificanti per la maggior parte dei suoi colleghi cineasti, ma che lui sa trasformare magistralmente  in preziosi strumenti di tortura per i nostri fragili nervi. A mio avviso una delle sequenze più riuscite è per esempio quella in cui una delle figlie, dopo un climax sofisticato e sospensivo quant'altri mai, viene piano piano sollevata per i capelli dalla presenza maligna che infesta la fattoria, e poi sbattuta da una parte all'altra del salotto, mentre Ed  Warren e i suoi collaboratori, esterrefatti come noi, riprendono la scena con antiche cineprese super 8 (siano negli anni '70, cosa volete pretendere?). E' una sequenza in sé molto semplice, al limite dell'ovvio se non dello scontato, ma prende allo stomaco, tanto quanto quei due piccoli crocefissi che cadono traballando dal comò. Vi è poi quella carrellata da basso verso l'alto in cui è ripresa una delle bambine dei Perron che in cima al pianerottolo di una scala interna della casa, in piena notte chiama la sorella. Intorno a lei pareti di tappezzeria a fiori chiari e sulla sua testa la botola bianca dell'abbaino: la segnalo perché anch'essa molto semplice ma degna del Kubrick  di "The Shining" (1980), credetemi. Semplicemente agghiacciante perché capace di farci immaginare che da un momento all'altro possa succedere di tutto, sebbene poi, lì sul pianerottolo non succeda proprio nulla. E' da questa angolatura interpretativa che Wan è senza ombra di dubbio ormai un maestro conclamato, un maestro con la M maiuscola. Wan sa cioè evocare oggetti angoscianti in loro totale assenza, sa evocare davvero "fantasmi", ma quelli intrapsichici dello spettatore, sapendo che questi "fantasmi" sono "fantasmi delle origini" cioè nascono nella nostra infanzia. Wan infatti è anche maestro nel condurre in porto identificazioni tra l'Io dello spettatore e i personaggi, primi fra tutti i bambini. Siamo noi la bambina che scende le scale da sola nella notte di temporale, e Wan ci fa toccare la sua vulnerabilità e impotenza di fronte all'onnipotenza di un Ignoto Maligno che è insieme presente e assente, evocabile ma sempre nascosto: un Abisso che ci guarda e ci riguarda costantemente. E che dire poi di quella luce che prima era accesa sulle scale e che si spegne improvvisamente mentre la bambina (noi) sta per risalire in camera sua? Piccoli tocchi di pennello, leggere sforbiciate del solito delicato giardiniere, nato a Kuching, Malesia, il 26 febbraio 1977, cose leggere e apparentemente di superficie, ma che ci fanno intravedere il buio di una profondità che vorrebbe divorarci. Sonoro, luci, fotografia, fanno la loro parte nell'aprire il varco angoscioso che Wan ci indica, così come i silenzi, le pause, i vuoti, sempre densi di un pathos che ci incolla alla poltrona dal primo minuto all'ultimo. In quest'ottica, tutto sommato nel film i caratteri più "corposi", e mi riferisco soprattutto ai ruoli di Vera Farmiga (Lorraine Waaren), Patrick Wilson (Ed Warren), Ron Livingston (il padre), e Lili Taylor (la madre), seppur solidamente interpretati, scivolano in secondo piano, e giustamente. E' la casa, l'ambiente, ad assumere tutto il peso della storia. Si tratta di una casa-contenitore che risucchia e cattura chi pensa impunemente di abitarla senza pensare che i suoi muri trasudano storia e dolore. Si tratta di una sorta di orsacchiotto per bambini a rovescio: non rassicura il sonno del bambino stesso, ma lo riempie di incubi e terrore. La casa di Wan è cioè un oggetto transizionale winnicottiano capovolto, cioè un oggetto perturbante proprio nel senso in cui lo intendeva Freud nel suo famoso scritto (1919): un oggetto inanimato che prende vita, si anima e si fa portatore di angosce fino ad allora nascoste, ed ora risvegliate, come un "ritorno del rimosso" non gradito. Tutto questo è sottolineato da un crescendo di climax che si orienta gradatamente verso l'intensissima sequenza prefinale della possessione e dell'esorcismo, anch'essa naturalmente in stile Wan. Senza eccessi effettistici inutili, ma proprio per questo molto efficace anche perché interrotta da altre sequenze perfettamente condotte e cadenzate in montaggio alternato, in cui vediamo Drew (Shannon Kook), un collaboratore dei Warren, aggirarsi nel buio della terribile casa, alla prese con piccioni che volano impazziti tutt'intorno. Per tutti quanti i motivi descritti sin qui, ancora molti sentiti complimenti a James Wan, alla sua serra rigogliosa e viva, e molti auguri per un radioso futuro perturbante. "The Conjuring": certamente da vedere. Regia: James Wan  Soggetto e Sceneggiatura: Chad Hayes, Carey Hayes   Montaggio: Kirk. M. Morri Musiche: Joseph Bishara   Cast: Patrick Wilson, Vera Farmiga, Ron Livingston Lili Taylor, Mackenzie Foy, Joey King, Hayley McFarland, Shanley Caswell, Shannon Kook   Nazione:  USA  Produzione: Evergreen Media Group, New Line Cinema, Safran CompanyThe See    Durata: 112 min. 


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