The Possession (di O. Bornedal, 2012)

Creato il 03 gennaio 2013 da Frank_romantico @Combinazione_C
Eccoci qua, ieri abbiamo parlato di Friedkin e il primo film che viene in mente parlando di Friedkin è sicuramente L'Esorcista. Quindi, attraverso una poco complicata serie di collegamenti mentali mi sono accorto di non aver ancora parlato di The Possession, film che a quello del buon William si ricollega suo malgrado (come tutti i film che parlano di possessioni, inutile girarci intorno). Non parlarne non è stata una dimenticanza, bensì un atto ponderato, visto l'inutilità del film in questione. Attenzione, ho detto film inutile, non brutto, perché The Possession non si fa ricordare neanche come schifezza immonda e cade nel limbo dei film insulsi, mediocri, dimenticabili in una manciata di mesi. Il regista è il misconosciuto danese Ole Bornedal, quello del carino ma nulla più Nightwatch (remake statunitense del sempre di Bornedal Nattevagten), mentre il produttore è il più conosciuto Sam Raimi, uno che quando si è trattato di mettere soldi propri in film altrui li ha sempre investiti in roba tra il mediocre e lo scadente. 
Eppure The Possession vorrebbe essere diverso. Vorrebbe ma non può, perché cade nelle solite trappole da horror salottiero e nei soliti ritriti cliché. Un film che per una volta mette da parte il diavolo cristiano e lo sostituisce con un demone ebraico (dibbuk), non ho ancora capito se inventato di sana pianta o pescato in quel pantheon oscuro fatto di nomi corti e incomprensibili. Una cosa che ritroviamo in maniera simile (ma differente, per stile e meccaniche) in un altro horror della passata stagione, il Sinister di cui ho già parlato qui, dove il boogie-man è un demone babilonese ladro di bambini.
Ma andiamo con ordine e diamo un'occhiata alla trama: Clyde è un uomo divorziato che a week end alterni porta le due figlie nella sua nuova casa in periferia. Un giorno, passeggiando per un mercatino dell'usato, la figlia minore Em trova una vecchia scatola con strane incisioni sopra, e la porta via con se. E' questo l'inizio della fine, perché la scatola contiene un antico demone ebraico che non ci mette molto a sedurre l'anima candida della bambina e a possedere il suo corpo, letteralmente.

Sì, sembrerebbe il classico horror su possessioni demoniache tanto in voga da qui a quarant'anni. E, diciamolo subito, l'unica cosa che fa paura è che il film è ispirato a una storia "vera". La storia di una scatola che tanti danni ha fatto nelle vite di chi la posseduta, passata di mano in mano (venduta persino su ebay a prezzi da capogiro) e tutt'ora conservata in un museo privato. Una storia che fa venire la pelle d'oca a chi l'ascolta e ai suoi protagonisti, che ispirò Raimi tanto da decidere non solo di farci un film, ma di farlo con il demoniaco oggetto proprietà di un certo Jason Haxton, che però si è rifiutato di affittarla per la durata delle riprese. Non sono un tipo che rimane freddo di fronte a simili storie. Non mi sbilancio credendoci o meno, semplicemente mi affascinano e mi spaventano. Se poi consideriamo gli incidenti accorsi su set e non, la cosa si fa ancora più intrigante ma si ferma lì, perché la pellicoa offre molto meno di quanto una storia del genere aembrava promettere. 

Sì, non bastano un paio di trovate per rendere interessante una pellicola che sembra voglia percorrere strade nuove e che alla fine cade in quelle più battute. Sono passati decenni dall'Esorcista e si vede, ad esempio la scelta di rappresentare la possessione attraverso una risonanza magnetica è brillante, un po' come rappresentare il demone come coinquilino reale del corpo della giovane vittima. Scelte che possono essere rese attraverso le moderne tecniche cinematografiche ma che aggiungono veramente poco al risultato finale. E poi l'imperdonabile errore di "mostrare", di rappresentare il male a tutti i costi come qualcosa di fisico, tangibile. Errore che regista e sceneggiatori fanno dopo la solita scena di esorcismo, resa ridicola da una messa in scena banale e dozzinale. La fotografia del buon Dan Laustsen è innocua e le riprese dall'alto, "in picchiata", un'inutile impronta stilistica. E a questo punto io mi chiedo: siamo nel 2012 (2013, anzi), possibile che a nessuno vengano idee originali e ci si attacchi ad una tradizione che sì, ha dato e da i suoi frutti a livelli economici, ma che ormai è stata svuotata di ogni senso? Lo scopo di un film horror dovrebbe essere o la denuncia, o il grottesco o fare paura (mettere ansia va bene uguale). The Possession si astiene da tutte queste cose, regalandoci un lieto post finale alla mulino bianco e un finale aperto che fa presagire sequel futuri. Giusto per ammorbare ulteriormente lo spettatore "professionista" (espressione che penso di avere appena coniato, quindi non fregatemela) e far riempire la pancia di pop-corn a quelli della Domenica. Se volessi trovare qualcosa di veramente positivo, questa sarebbe l'interpretazione della giovane Natasha Calis, che si lascia maltrattare senza ritegno, mentre la prova del resto del cast (compreso Jeffrey Dean Morgan) rimane intrappolata nella stessa mediocrità che sembra possedere (ahahaha) il film, flemmatico e insulso, usa e getta come tante altre produzioni horror contemporanee.

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