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The shock labyrinth – uno Shimizu da dimenticare

Da Soloparolesparse

A pensare che The shock labyrinth abbia la stessa fimra di The Grudge mi vengono i brividi.
Evidente a tutti che questa volta Takashi Shimizu abbia decisamente cannato il risultato finale (che il suo fosse solo un modo di sperimentare il 3D?)

Peccato perchè il soggetto è buono, l’idea di partenza lasciava ben sperare.

The shock labyrinth – uno Shimizu da dimenticare

Yuko si presenta dopo dieci anni alla porta di un’amica d’infanzia facendo ripiombare lei e l’intero gruppo di quelli che all’epoca erano solo bambini in un incubo che avevano cancellato dalla memoria.
Durante una visita al Luna Park il gruppetto di bambini si era intrufolato nello Shock Labirynth, una specie di labirinto horror, che peraltro era chiuso al pubblico.
Durante la visita Yuko ci rimette le penne in un incidente (o forse scompare soltanto).

Dieci anni dopo la ragazza riappare e trascina i vecchi amici nel pieno dell’incubo ormai dimenticato.
Di chi è la colpa della morte della bambina? Tocca ricordare per poter dimenticare.
Ma poi… Yuko è davvero morta?

Shimitsu gioca sulle paure classiche dell’uomo infilando nel film bambini, pupazzi inanimati, molto buio, corridoi lunghi ed una spruzzata di rosso esagerato in alcuni momenti (tappeti, corrimano, fiocchi).
Come detto l’idea di partenza è buona ed il principio con cui viene sviluppata avrebbe anche discrete intenzioni.
Un continuo passaggio dal passato al presente con qualche tuffo nel futuro immediato per confondere lo spettatore e lasciare qualche indizio per strada.

The shock labyrinth – uno Shimizu da dimenticare

In più gli stessi personaggi si incontrano in epoche diverse così passato e presente finiscono per fondersi e i ragazzi incontrano loro stessi da bambini proprio nel momento cruciale delle loro vite.

Il risultato finale di tutto ciò è però decisamente confusionario e non fa per niente paura.
Le cose migliori sono alcune immagini, alcuni spaccati da prendere come fotografie, piccoli quadri di colore e luce.
Tutto quel rosso, ad esempio, o ancora la simbolica ed infinita scala a spirale che ritorna continuamente (fin dopo i titoli di coda).

Ma anche dal punto di vista della fotografia ci sono cose che non vanno. Le immagini che arrivano dal passato sono oscurate da una nebbiolina senza alcun significato e bruttina.
In più mettiamoci le imbarazzanti interpretazioni dei protagonisti ed il risultato è ampiamente insufficiente.

Peccato, ripeto, perchè l’ide adi base è ottima e avrebbe meritato uo sviluppo migliore.
In questo caso, invece, si fa addirittura fatica alla fine a capire cosa è davvero successo e dove l’autore voleva portarci…


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